Senti, te lo dico subito chiaro: se passi davanti a questo disco al mercatino, lo guardi, fai quella faccia da “mah, è roba di contorno”, e lo rimetti giù stai sbagliando tutto. Stai sbagliando proprio tutto.
Parliamo di cosa c’è dentro quella copertina orrenda (già, è bruttina, ammettiamolo, ma non è questo il punto). Dentro c’è un power trio formato da tizi che, insieme, avevano già scritto pezzi di storia del rock pesante. Dopo lo scioglimento dei Cream e la prima dissoluzione dei Mountain, Jack Bruce il bassista dei Cream si era unito a Leslie West e Corky Laing, entrambi dei Mountain, per formare i West, Bruce & Laing. Fermati un secondo. Capisci cosa sta succedendo qui? Il bassista più creativo della storia del rock blues britannico che si mette in coppia con il chitarrista più grosso (letteralmente e figurativamente) dell’hard rock americano. Nel 1972. Con un batterista che non era Ginger Baker ma che comunque sapeva il fatto suo.
Il disco si chiama Why Dontcha ed è del 1972. Non ha avuto la fortuna critica che meritava. Viene spesso liquidato come un “progetto collaterale”, una “superband minore”, roba da completisti. E questa è una delle più grandi ingiustizie della storia del rock.
IL CONTESTO: TRE LEONI IN UNA STANZA – Quando uscì questo disco, i Cream erano sciolti da tre anni. Il pubblico aveva fame. Voleva sentire di nuovo quella roba lì, quell’incrocio tra blues e devastazione sonora. E West, Bruce & Laing non cercarono di essere i nuovi Cream. Non cercarono nemmeno di essere i nuovi Mountain. Non ruppero nuovo terreno e non raggiunsero lo status di una “Creamountain”, ma consegnarono un blues potentemente rock.
Ed è esattamente questo il punto che la gente non capisce. Non dovevano essere i nuovi niente. Dovevano essere se stessi.
Jack Bruce porta basso, voce, pianoforte, harmonium, organo, arpa, sintetizzatore ARP e chitarra acustica. Corky Laing è alla batteria, voce e chitarra ritmica. Leslie West alle chitarre, voce, dobro e slide guitar. Stai leggendo quella lista di strumenti di Bruce? L’uomo suona l’arpa su un disco hard rock del 1972. L’ARPA. E funziona.
IL DISCO, TRACCIA PER TRACCIA (QUASI) – Il disco apre con la title track e ti prende a schiaffi dal primo riff. Puro West, ma non proprio Mountain e la band è appena partita quando proprio lui irrompe urlando “Why dontcha / come to my place”. È un numero fantastico per aprire l’album.
Poi arriva “Out Into the Fields” e le cose si fanno interessanti sul serio. Jack Bruce continuerà a eseguire questo brano in concerto anche dopo lo scioglimento della band, e lo reinciderà per il suo album del 2001 “Shadows in the Air”. Quando un musicista torna su un pezzo a quasi trent’anni di distanza, qualcosa in quel pezzo deve pur esserci.
“The Doctor” è la vera hit del disco. La canzone riceve un pesante airplay FM all’uscita dell’album e diviene un brano simbolo nelle esibizioni live della band. È uno di quei riff che se li ascolti alle undici di sera con le luci basse e il volume alto capisci perché il rock and roll deve esistere.
E poi c’è “Love Is Worth the Blues”, che è forse il momento più intrigante dell’intera scaletta. È un numero rock pesante e fangoso, intriso di blues. La cosa interessante è che, ascoltandola attentamente, si possono riconoscere parti di “Play With Fire” dei Rolling Stones, tanto che quando la band coprirà “Play With Fire” nel loro live album, userà i testi di Jagger/Richards con la musica di “Love Is Worth the Blues”. Genio? Furbizia? Omaggio? Probabilmente tutte e tre le cose.
PERCHÉ NON DEVI SOTTOVALUTARLO – Primo: “Why Dontcha” è stato l’album di maggior successo di West, Bruce & Laing, raggiungendo la posizione numero 26 nella classifica Billboard degli album negli Stati Uniti. Non si trattò di un flop. Non era roba di nicchia. Era un disco che la gente comprava e ascoltava.
Secondo: la produzione. Per la produzione si chiamò Andy Johns, l’ingegnere delle sessioni di “Blind Faith”. Un uomo che sapeva come far suonare una band live, sudato, reale. Niente trucchi da studio eccessivi. Il disco sa di tre persone che si esibiscono in una stanza e quella stanza brucia.
Terzo, e questo è il punto cruciale: questo disco è la prova che non esiste qualcosa come una “superband minore”. O ci metti il cuore dentro, o non ci metti niente. A volte, ascoltandolo ho l’impressione che questi ragazzi volessero solo suonare e fare un altro album, senza motivi supplementari. Mettilo su e alzalo, forte.
Ecco il consiglio finale. Se trovi il vinile originale Columbia/Windfall in buone condizioni, lo prendi. Non pensi. Non tratti. Lo prendi, vai a casa, lo metti sul piatto, e capisci perché il 1972 era un anno in cui il rock non chiedeva il permesso a nessuno.

