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Lucifer and Me – Roky Erickson, il suo diavolo e l’elettro-shock rock di The Evil One!

Non mi voglio addentrare nella consueta disputa su quanto effettivamente Roky Erickson sia stato un’influenza musicale e quanto solo un nome da citare per spiazzare la critica e fare bella figura. Di sicuro è stato un esemplare unico nella storia del rock, come tutti i grandi. Se poi sia stato anche grande in altro, effettivamente, questo non è del tutto sicuro.

Per sapere la sua storia basta che scriviate su google il nome accanto a ricovero psichiatrico, follia, possessione aliena, diavolo e posta dei vicini e troverete almeno una decina di siti italiani che vi spiegheranno ogni cosa. Io mi astengo. Dico solo che le vicende personali di Erickson sono fondamentali per capire e apprezzare fino in fondo la sua musica e non il contrario, quindi datevi da fare prima di sentire una sola nota dei suoi dischi, soprattutto quelli della rinascita clinica degli anni 80.

Lo sfondo biografico è essenziale, sia che ascoltiate i 13 Floor Elevator, quando lui era un pischello in balia delle droghe allucinogene, sia che, come me, preferiate mandarvi fuori di testa con The Evil One, disco uscito nel 1981 o giù di lì, in cui Roky, lesso di elettroshock e psicofarmaci, mescola insieme:

a)i deliri biblici che da bambino gli esponeva sua madre

b)i film di mostri che andava, sempre ragazzetto, a vedere nei cinema texani

c) qualche atroce e reale fatto di cronaca nera saputo chissà come

d)l’infinita passione per il rock and roll.

Ascoltando questo album, The Evil One, mi lascio fottere dal suo mistero, dalla totale mancanza di logica nella scelta di fare pezzi che sarebbero stati bene in una band hard-rock alla Cheap Trick e cantarci sopra rime degne degli Slayer!

Non c’è un brano che non abbia quel motivetto accattivante, quel riff che trascina via la testa dai pensieri del cazzo e Roky sopra però ci urla il suo amore a Satana, la sua devozione ai demoni, ai fantasmi, la simpatia per Dracula o le creature dal cervello atomico pronte a ucciderti senza pietà, interpretando ogni strofa con la forza e il mestiere di Jagger o Fogerty. Come a dire che per fare del rock impeccabile essere clinicamente matti è quasi propedeutico.

Sentitevi Don’t Shake Me Lucifer, Mine Mine Mind, Cold Night For Alligators… hanno quei ritornelli che come mani invisibili afferrano i capelli e li tirano, costringendo l’ascoltatore a lanciare urla stridule di rabbia e nevrastenia, magari tenendo strette le mani al volante e digrignando il proprio blues interiore ai tendaggi nebbiosi della notte provinciale italiana.

Quello che davvero conta nei pezzi di Roky (e gli Aliens, la band che suona e alla grande, appresso a lui in questo The Evil One), è che è davvero pazzo. Non scherzo: sta fuori come un cammello, sapete! Lui non usa similitudini o se le usa sono una roba davvero da fuori di testa… anzi di teste. Di cane, per l’esattezza, due.

“Un cane a due teste… Un cane a due teste… ho lavorato al Cremlino con un cane a due teste”. E questi versi tra i più famosi e impenetrabili aprono un brano che nonostante la sua aria un po’ incazzata e aspra ma tutto sommato energica e massiccia. Sono impenetrabili non per quello a cui alludono: è chiaro che si riferiscono agli esperimenti sconvolgenti di Vladimir Demichov, negli anni 50, in Russia, sul trapianto di testa. Ma cosa centrino con il resto del pezzo non si sa proprio. La canzone infatti si ispira alla vicenda di un padre che un giorno si sveglia, prende la figlia e la crocifigge. Storia vera, assicura Roky. Ma perché ci hai fatto un pezzo? Cosa volevi esprimere? gli chiedono i giornalisti. E lui: Niente. Avevo voglia di raccontarla…

Certo che il sottotitolo tra parentesi (Red Temple Prayer) se per rosso pensiamo al sangue di quella povera ragazza ammazzata dal padre, allora i brividi li fa venire, cane multicefalo del KGB o no. E poi ecco i versi inequivocabili:

Children nailed to the cross
Pain does not look our hell
Certainly is not a spell
Sweet waste from a well

Winds quiet in the night
Her body just blows messiah
Sickening sweet sight left and right
Is all right does not please my appetite

Io non so se i vari alfieri del punk e del post-punk, tutti pronti a fare il nome di Roky e i suoi Elevators, dicessero sul serio a nominarlo loro padre artistico ma oggi è innegabile che The Evil One sia la bibbia nera delle band occult rock in giro per l’Inghilterra, gli Stati Uniti, la Svezia e il Canada.

Per dire, la mistura musicale molto orecchiabile su tematiche sinistre è la base del successo dei Ghost (che non a caso hanno omaggiato Erickson coverizzando If You have Ghosts, e intitolandoci pure l’EP).

Il look alla Rasputin vs Flesh Gordon di Valient Himself e tutto il concept extra-terrestre dei Valient Thorr sono molto debitori a Erickson, il quale, è noto, si fece autocertificare una possessione aliena poco dopo The Evil One e la disastrosa serie di uscite promozionali. Cazzo, al confronto i vaneggiamenti dei Thorr sembrano un teatrino cazzone alla Slipknot!

Poi: alcuni dei brani di questo album sono trasposizioni nostalgiche e un po’ paranoiche dei vecchi film di mostri. Non c’è dietro alcun intento poetico e tanto meno politico. Si tratta dei disegni a pastello di un matto durante l’ora di ricreazione. Sono omaggi musicali amorevoli e molto spontanei a un tipo di cinema temuto e ammirato dal Roky bambino. In fondo The Night Of The Vampire e soprattutto Creatures With Atom Brain, appaiono come autentici prototipi del manifesto pop-trash di Rob Zombie. E beh, so che è retorico e potrei risparmiarmelo, ma dopo che il mondo ti ha chiuso in manicomio per un paio di canne e qualche strimpellata rumorosa, fottendoti il cervello con la corrente e restituendoti uno zombie al posto della tua ombra, ci credo che preferisci raccomandarti ai diavoli e ai vampiri piuttosto che agli esseri umani!

Anche i Bloody Hammer riconoscono senza esitare la grande influenza avuta da Roky, a partire dal nome, preso da uno dei suoi brani più oscuri.

While the others with their hair turned white
Each roll their eyes back to the top of their head
And hammer the attic floor with a bloody hammer

Bloody Hammer, inteso come “quel dannato martello” e non “martello insanguinato” è un pezzo che sembra una perfetta metafora delle vicissitudini psichiatriche di Erickson ma a sentir lui invece parla di un fatto agghiacciante accaduto ai tempi del liceo. Una prova iniziatica che finisce con una sparizione, i colpi di un martello sul buio e un ricovero psichiatrico.

Ma se mettiamo da parte tutti questi discorsi intorno al disco e spegniamo il cervello, spingiamo play e ci abbandoniamo alle linee melodiche di I Love With The Zombie o I Think Of Demons, senza badare alle parole, ci capita di vagare in dolci scenari liceali, tra amori consumati dietro le siepi di una chiesa o camminate in riva al fiume piangente, con il vento che spolvera via dai capelli la forfora mesta di una pessima alimentazione a base di salsa pariglia. Poi un verso si insinua nel nostro cervello ed ecco Lucifero che sorge dalle fiamme e ci sorride, allunga una delle sue manone unghiute e ci trascina in una danza pazza, orgiastica, sanguinosissima. Sentitevi The Evil One, gente. E fiducia incondizionata ai mostri della notte, a Roky e alle fiamme che ci aspettano. Tutti quanti!

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