Oggi ho scoperto i The Fat Lady Sings. Ne avete mai sentito parlare? Era una band irlandese pop-rock di inizio anni 90. Sembravano parecchio lanciati. C’era chi scommise su di loro e probabilmente, se li avessi sentiti tra il 1991 e il 1993, anche io avrei detto che erano pronti per la fama e il successo. C’erano band dello stesso tipo in cima alle classifiche in quel periodo: buone canzoni, frontman carismatico, attitudine stradaiola e un background solido e molto suggestivo. Nel caso dei FLS: l’Irlanda.
Appena li ho sentiti, ho fatto un po’ di ricerche in rete e ho scoperto una cosa. Nick Kelly, leader, paroliere e cantante del gruppo, li lasciò all’improvviso, decretando la fine della loro ascesa. Il secondo album, John Son, uscito nel 1993, era andato bene. Non avevano ancora fatto il botto, ma rispetto al precedente Twist, la band continuava a crescere in popolarità. Mi sono chiesto come mai, Kelly mollò tutto.
Ho cercato ma non ho trovato nulla sulle ragioni di questa svolta. So che Nick riprese a far dischi come solista, qualche anno dopo la fine del suo gruppo; negli anni è poi diventato uno stimato cantautore e persino un regista candidato all’Oscar. A un certo punto ha dato vita a un tour molto particolare, una roba tipo; chitarra e bicicletta. Si fermava in ogni città e faceva la sua esibizione per strada. Sembra il passato, sapete, come la vita randomante degli antichi cantastorie, ma probabilmente è il futuro che aspetta un sacco di grandi artisti ancora in fasce. Lo temo o magari un po’ lo spero, anche.
La risposta al perché decise di chiudere con The Fat Lady Sings? Non era l’insoddisfazione per i risultati conseguiti. Basti notare che oggi egli stesso li nomina in tutte le sue presentazioni, definendo la band leggendaria. In Irlanda lo è davvero.. Nick ne fa un punto d’orgoglio nel suo curriculum artistico.
Il motivo per cui se ne andò, sapendo bene che con quella mossa avrebbe ammazzato il futuro del gruppo, l’ho avuta leggendo un’intervista. Ma non una recente, di quelle retrospettive piene di sassolini dalle vecchie scarpe come quel paio sulla copertina di John Son. Si tratta di una cosa antecedente al fatto, quando The Fat Lady Sing erano vivi, in buona salute e pronti a saltare sul gozzo del mondo con il loro secondo disco.
E la cosa buffa è che in quell’intervista, che ho provato a recuperare per linkarvela senza più trovarla, lui parla proprio di quello che io ho scritto all’inizio. La faccenda delle canzoni buone, il frontman carismatico eccetera eccetera. E dicendo di quello e poi ancora una serie di altre cose intelligenti sul mondo dell’arte e dell’industria discografica, sul futuro della band e su Leonard Cohen, ho trovato abbastanza evidente perché successe quel che successe, nemmeno un anno dopo. Appena ne ebbe il coraggio, saltò giù da quel carrozzone e non si voltò mai indietro a vedere in quale precipizio finiva.
Nick Kelly diceva al giornalista, nel 1992, che il problema del mondo discografica era questo: “si tende a dare agli artisti una parvenza di grandezza e unicità, li si propone come se fossero personaggi magnifici, inarrivabili e da amare incondizionatamente. Questo, secondo me, sta portando la vera essenza di un musicista in un territorio piuttosto insidioso. Sarebbe auspicabile tornare ai tempi in cui si tentava di vendere una canzone e non un musicista”.
Questa osservazione può anche suonare retorica, oggi come allora; di sicuro lo sarebbe se Kelly avesse continuato a esternare le sue elucubrazioni arroganti sul music business, tenendosi piantato ben saldo all’interno di esso con tutte le forze. Un sacco di artisti ammorbano di considerazioni pessimistiche e scandalizzate quegli stessi meccanismi che li hanno resi famosi e che continuano a farli essere qualcuno. Lui diceva quelle cose da rockstar lucida e un po’ disillusa, ma era proprio sincero.
E mentre rendeva partecipe il mondo delle sue riflessioni, magari senza saperlo ancora davvero, era quasi giunto alla sola conclusione possibile: battersela. Nick Kelly si tagliò via dall’ennesima band pop ormai ben confezionata dalle produzioni e dal Moloch del brilluccicoso mondo musicale, prendendo una via più personale, più ostica e lontana da certe logiche dell’alta classifica.
I The Fat Lady Sings potevano farcela. Kelly capì che in fondo, mentre pensavano di essere sul punto di avverare i propri sogni, quelli li avevano già avverati. Il resto era una perpetuazione di quei sogni, un cazzo di lavoro che difficilmente avrebbe potuto contenere in esso, la sola cosa che a lui interessava davvero di tutta la faccenda: la vita tra le note, tra le dita e tra le foglie d’oro dell’Autunno.
John Son è un bel disco. Ci sono almeno due pezzoni: l’incalzante Boil, in apertura, e l’avvolgente Alien. Tutto il loro repertorio, in entrambi i dischi è un misto di folk, di rock alternativo alla R.E.M. con qualcosa degli U2. La sola differenza tra Twist e il successivo, è che il primo è una raccolta di singoli e il secondo è una cosa più organica e coerente. Il gruppo in Irlanda non è stato dimenticato, anzi. Ancora oggi le radio ne passano i pezzi. In Italia probabilmente non ci siamo neanche accorti della loro esistenza, ma gran parte del pop-rock e del folk irlandese non attacca granché dalle nostre parti, tolti quattro o cinque nomi molto grossi che vi saranno già venuti in mente.
Per The Fat Lady Sings questo è un peccato. Recuperate, gente, recuperate.

