Gli Harakiri For The Sky e le delusioni d’amore su pro-tools

Gli Harakiri For The Sky sono una band tra le più rappresentative del post-metal. Cosa questo significhi, facciamo finta di capirlo e procediamo oltre. Sono in giro dal 2011 e hanno realizzato sei dischi. Il nuovo, Scorched Heart, è salutato dalla critica come un capolavoro, l’album della maturazione definitiva e anche qui, facciamo finta di essere in un mondo normale di meriti e di svolte creative, come succedeva tanto tempo fa. Personalmente non li ho mai trovati attraenti, come la maggior parte dei gruppi usciti dal 2010 in poi, ma ho deciso di occuparmene perché altrimenti avrete solo una sfilza di recensioni compiacenti, perlopiù impressionistiche e zeppe di termini gergali di chi scrive di analisi pilifere su questo o quell’esponente del sotto-gruppo black-shoegaze o del funeral post-doom.

Vi accorgete che quando mi avvicino all’attualità, in me cresce il livore, la diffidenza? Ho l’impressione che non si eserciti più una vera critica su ciò che le band offrono e quindi alzo le mie barriere, slego i coccodrilli nel fossato e armo i cannoni. Probabilmente sbaglio ma è così. Là fuori fin troppe band ricevono solo seghe a doppia mano dalle webzines e dalle riviste agonizzanti in edicola. Difficilmente i voti sono inferiori al 7.5 (che io traduco come 6-) e nella maggior parte dei casi, i nomi più ricorrenti sembra che non sbaglino mai un colpo. Ecco come siamo arrivati all’indifferenza verso il nuovo. Praticamente nessuno si prende più la cazzo di responsabilità di dire che qualcosa non funziona. Il brutto c’è ancora, sapete?

Se devo dire di questo album degli Harakiri, la prima volta che l’ho sentito ho riscontrato la consueta monotonia generale. Ci sono buone melodie alla In Flames, non a caso il gruppo decisivo nell’educazione musicale di  Matthias “MS” Sollak, autore delle musiche ed esecutore di tutte le parti di chitarra, basso e batteria.

Dicevo, buone melodie ma abbastanza intercambiabili. Sono poche quelle che davvero mi scatenino un po’ di stupore. Accade per esempio con Without You I’m Just a Sad Song. Lì c’è un bel motivo iniziale che chiude in maggiore e ricorre a più riprese lungo il pezzo per tre o quattro volte. Potrei quasi definirlo il ritornello, se non pensassi di forzare un imput compositivo degli Harakiri in qualcosa di troppo canonico.

La struttura generale dei brani, mai meno lunghi di sette minuti e mezzo, è di solito formata da un giro centrale di accordi, a cui si aggiungono via via altri strumenti con fraseggi e fronzoli d’accompagnamento. Il ritmo della batteria e le chitarre sono per lo più un tappeto martellante affastellato su quella composizione di tastiere e arpeggi. Se non è piattume questo, non so cosa lo sia.

Ho l’impressione che questa musica provenga troppo dal PC e che sia montata e rimontata col culo sulla stessa poltrona delle pippe e dei videogame, esprimendo una carenza di naturalezza e spontaneità palesi. Per lo meno tutto Scorched Heart è così, ed è un peccato, perché credo sia percorso da una genuina ispirazione e da una necessità virulenta di creare qualcosa di emotivamente catartico e liberatorio, sia a parole che con le note.

Intanto partiamo dalla vicenda privata che ha generato l’album e che reputo di primaria importanza per capire davvero fino in fondo il disco.

Per sua stessa ammissione, Michael “JJ” V. Wahntraum, l’altro membro fisso del duo austriaco, autore dei testi e urlatore monotono di quasi tutte le linee vocali, si è ritrovato per strada poco dopo il lockdown. E voi sapete che per strada quello era il momento meno indicato per rimanerci, ma cosa volete, la persona con cui viveva e che amava, aveva deciso che proprio a quel punto era finita tra loro e così eccolo lì, in strada, incerto su cosa fare di se stesso.

C’è gente che durante quel lungo periodo di chiusura generale si è suicidata. JJ ci ha pensato, ovviamente. Poi ha raccolto le sue cose ed è andato a rinchiudersi in una baita appartenente alla sua famiglia, nel profondo dei boschi. Lì ha trascorso i mesi del Covid a ubriacarsi, scrivere un libro come tutti noi, più qualche frase che forse un domani avrebbe potuto usare nei testi del nuovo disco degli Harakiri For The Sky, se mai fosse sopravvissuto a quella tremenda crisi esistenziale o alla “falce pandemica”.

Dopo aver scolato tutto quello che c’era nella baita ed essere rimasto lì da solo per settimane, senza parlare con nessuno, JJ ha iniziato a rimettersi in contatto con il mondo e a discutere assieme a MS su cosa farne degli Harakiri, optando per un nuovo disco e un nuovo tour.

JJ ha quindi cominciato a raccogliere pezzi del proprio cuore e farci delle nuove canzoni. Scorched Heart parla di tutto questo. Non l’ha detto in ogni intervista, rifilando la storiella promozionale per invogliare la gente, gli è uscita una sola volta, questa cosa, ma è stato fondamentale per aiutarmi a capire davvero il valore degli Harakiri For The Sky.

Certo, il titolo, ha ripetuto più volte JJ, “si riferisce anche alle questioni politiche recenti, al mondo che fa sempre più schifo, alle news terribili che ci aspettano ogni mattina, appena prendiamo in mano il telefono per svegliarci, sdraiati sul letto e già sconfitti”.

E il binomio tematico tra sociale e personale, che emerge nelle interviste agli Harakiri, mi ha ricordato certe cose che ha detto Pierpaolo Capovilla de Il teatro degli orrori. Per lui il politico e il privato sono la stessa cosa. Dietro una canzone su un tema sociale, c’è sempre e comunque una canzone d’amore. Ecco perché, se ascoltate i brani de Il teatro, lui parte con un’invettiva verso un paese, una categoria umana e finisce lagnandosi di quanto lei gli manchi e di come sia freddo, la notte, sdraiati in fondo alle scale della casa da cui lei è andata via. Non possiamo scinderci. Mentre il nostro paese crolla, abbiamo un cuore che scoppia per qualcuno.

E con gli Harakiri è un po’ la stessa cosa. JJ ha scritto la maggior parte dell’album urlando del proprio intimo sbratto, ma ora si accorge che dietro quelle frasi, rivolte a qualcuno che non ha mantenuto l’ennesima promessa, qualcuno che non se ne vuole proprio morire, anche se dice di essere stato qualcosa che non c’era in nessun posto tranne che nella testa di JJ, nonostante tutto questo, cazzo, in quei testi ci si possono sentire la guerra, il mondo che va a rotoli, la morte a buon mercato che ci vendono i media dalla mattina alla sera.

Sì, in pezzi come To Late For Goodbyes c’è anche di mezzo la Guerra Russo-Croata, che sembra aver dato al cazzo a JJ, in cinque minuti di bombardamenti, più di quanto abbiano mai fatto lo stillicidio di conflitti in medio-oriente con cui conviviamo da decenni.

C’è la rabbia e l’incredulità per un amore finito e per una realtà che ci avvelena, con tutto quello che ne consegue: l’assenza di fiducia nel prossimo, la depressione, il bisogno di annientamento e via così. La musica degli Harakiri For The Sky si presta bene a far da viatico tra il povero JJ e tutti gli altri cuori spezzati che ci sono in giro: milioni, claudicanti e moribondi innamorati respinti sui selciati delle pacifiche città mediali. Chissà se ne possiamo trovare anche tra le macerie della Croazia?

C’è tempo per l’amore sotto le bombe? Certo, anche se pochissimo tempo.

Scorched Heart significa “terra bruciata” e in un certo senso, dice JJ, “quando uno ti molla e se ne va è quello che lascia intorno a te. Non hai più niente. Ciò che hai lasciato e che non è ancora finito tra le fiamme, dovrai bruciarlo tu stesso, se vorrai rinascere”. 

La musica degli Harakiri è quindi adatta alle delusioni amorose perché contiene quel carico emotivo e lo sproloquio monotono delle ritmiche tipico di chi ha il cuore infranto con pro-tools. Canzoni come Without You I’m Just a Sad Song o Keep Me Longing, hanno un potenziale notevole e sono sorrette da un sentiero lirico di grande forza anche se espresso con respiro meccanico.

Che sia chiaro, JJ è un grandissimo autore di testi. Non c’è l’espressionismo bucolico di certe band black metal o l’ermetismo urbano di altre realtà post-metalliche. Che vadano tutte davvero al diavolo, quelle! Lui usa un linguaggio piuttosto chiaro, evocativo ma anche diretto, intriso di ironia cattiva e di dolcezza quasi infantile. Già, a volte sembra di leggere le frasi sul diario di un adolescente viziato, mentre altre volte sembra di avere davanti un grande pensatore, un filosofo dannato che prima di spararsi, molla su un muro una pisciata aforistica di grande valore.

Volete qualche esempio?

Coloro che sono stati emarginati dalla loro città natale/La bruceranno per sentirne approssimativamente il calore (verso tratto da With Autumn I’ll Surrender)

Nessun uomo entra due volte nello stesso fiume/Perché è un fiume diverso, un uomo diverso/Ma attraverso di lui scorre il fiume del tempo/E il tempo condiviso diventa un ricordo o una cicatrice (No Graves but the Sea)

Non sono stato me stesso per mesi e nessuno se n’è accorto (Heal Me)

Sono alcuni dei numerosi passaggi che vorrei elencarvi. Ve ne prego, fate davvero attenzione, perché questo tipo ha il dono raro non solo di aiutarci a riconoscere in lui, e quindi dentro di noi, ciò che proviamo e che siamo in un dato momento, ma ci fa riflettere. Quando vi capita con un brano metal di pensare? A me di rado, specie ascoltando band nuove.

Pensate solo al fulmine che vi percorre nel primo verso del disco. L’incipit, l’apertura di Heal Me: quante volte avete pensato che dovreste essere voi stessi, sinceri, onesti con voi e con gli altri. Quante volte vi siete fatti schifo per aver mentito e per aver ceduto ignorando le vostre reali necessità interiori? Ma badate, gli altri non se ne accorgono. Se non siete voi stessi, prosegue il brano lirico, agli altri non importa. Quindi a chi importa? A voi? Davvero? O lo fate sempre per gli altri? Datevi una risposta, se ci riuscite. Sincera.

E questo è davvero interessante, non vi pare?

Scorched Heart va ascoltato con i testi davanti. Vedrete che le cose diventeranno davvero molto più intense e il continuo reflusso di melodie e urla in ogni brano, acquisirà una profondità che le musiche degli Harakiri da sole, non credo riescano a esprimere, almeno da studio.

Dal vivo, con i turnisti che suonano sul palco, i brani diventano molto più vivaci e intriganti, ho notato.