I Candlemass del 2005 tornarono e spaccarono il culo a tutti quanti. Ancora la formazione “originale” del tour commemorativo di alcuni anni prima, però con le idee finalmente chiare. Incisero il disco che i fan aspettavano da troppo tempo e che non speravano quasi più di sentire dopo la precedente falsa ripartenza di Dactylis glomerata e From The 13th Sun. E fecero come tutti i gruppi storici degli anni 90, che dopo un periodo di travaglio, sono sempre riusciti a rilanciarsi con qualcosa degno del passato… ma non del futuro. Nel caso dell’omonimo della band svedese siamo più o meno in questa situazione. Non voglio sminuirlo: ci sono almeno tre canzoni straordinarie (Copernicus, Black Dwarf e Witches), dei testi molto belli e una confezione davvero fresca e convincente per essere un disco dei Candlemass. Eppure, se togliessimo questo e tutto ciò che il gruppo ha realizzato dopo, credo che la fortezza dell’heavy metal resterebbe ancora in piedi, grazie anche ai tasselli realizzati dal gruppo negli anni ottanta.
Questa fase è tipica di una band dalla carriera molto lunga. Segna l’inizio di una nuova discesa, non tanto per i Candlemass, che penso abbiano intrapreso un cammino verso la pensione più dignitoso e interessante di tante altre realtà, ma in generale per il metal cosiddetto classico.
Per quanto ora suoni inverosimile, tra il 1992 e il 1999, il nome di questo gruppo non valeva più molto. Erano considerati dei giganti del doom grazie ai primi dischi, ma nel decennio dei Machine Head, i Korn e i Type O Negative, non avevano più molte possibilità di rilanciarsi, al punto che Leif Elding, quando realizzò quei due album sperimentali, accettò il suggerimento dell’etichetta di usare il vecchio nome allo scopo di vendere qualche copia in più, approfittando della fiducia di un pubblico piccolo ma ancora fedele e solleticando le aspettative dell’intero panorama metal tradizionalista.

Per sua stessa ammissione, quei due lavori non sarebbero dovuti uscire col nome Candlemass e l’omonimo del 2005 era in tutto e per tutto una lettera di pentimento che portò il gruppo, già fiducioso dopo i segnali raccolti dal tour reunion con Marcolin, a un contratto con la Nuclear Blast e a ottimi risultati di vendita, oltre che di riscontro critico.
In effetti l’album è il meglio che ci si potesse aspettare, anche se non aggiungeva granché al discorso. Si trattava solo di un ritorno a quei territori con lo slancio dei padroni di casa. Elding aveva ritrovato il bandolo di una scrittura che forse, negli anni precedenti, temette di aver perduto per sempre.
Nonostante l’ottima riuscita del disco, il gruppo non era grado di gestire a lungo una nuova convivenza. Intanto, dopo il tour reunion, si erano sciolti di nuovo dando una serie di spiegazioni contraddittorie. Elding disse che non era previsto un album e quindi non avevano pensato di far niente dopo l’ultima data, tranne tornare alle loro vite e a progetti personali. In seguito Marcolin ammise che tra lui e il principale compositore del gruppo, le comunicazioni avvenivano solo via mail. Più avanti lo stesso Leif disse che non avevano fatto nulla in studio, nonostante la voglia iniziale, perché a cinque membri corrispondevano cinque idee diverse di quale direzione far prendere al gruppo, quindi si erano trovati d’accordo solo sulla decisione di rinunciarvi e lasciar perdere.
Poi capitarono un paio di cose. La prima fu il matrimonio di Mats Bjorkman, a cui erano stati invitati tutti quanti. Durante il pranzo le cose andarono piacevolmente. Complici le ricche libagioni, gli altri Candlemass si erano esibiti con lo sposo per la gioia digestiva degli altri invitati. Erano tutti abbastanza ubriachi e indossavano pezzi del vestito da sposa della moglie di Mappe, ma imbastirono una piccola scaletta di classici, eseguita in modo sguaiata e orripilante, ma alla fine del martirio per le orecchie degli altri presenti, con la sensazione ingannevole di una ritrovata armonia condivisa.
La seconda cosa fu che Messiah seppe da Mappe che glielo aveva raccontato Lars, che Leif aveva dei nuovi pezzi molto ganzi e che li avrebbe fatti cantare a Tony Martin o a qualcun altro, e cosa importante, che voleva farli uscire sotto il nome Candlemass. Poteva farlo, Marcolin lo sapeva e come già in passato con “glomerata” l’avrebbe fatto. E così, il ricciolone buzzicone, decise che se erano questi i fatti, almeno avrebbe potuto cantare lui quei brani e rientrare ufficialmente nel gruppo, invece di lasciare il posto a qualcun altro e rintronarsi con lo studio da fonico e le registrazioni di un progetto solista sempre più ingarbugliato e di cui non importava granché al mondo.
La presenza di Messiah e di quella che veniva presentata come la formazione “vera” dei Candlemass (senza specificare che era quella di Nightfall e non del primo album, Epicus, Doomicus, Metallicus) era stata determinante per rilanciare davvero la band e alimentare le attese di un pubblico ormai fuori dalle tendenze moderniste, almeno in Europa, e desideroso di ritornare al passato heavy metal. Il pubblico voleva un nuovo album di quel gruppo lì ma niente cacate alternative, niente evoluzionismi del cazzo.
Qualcuno dovette ingoiare diversi rospi per garantire che l’impegno giungesse al fondo di una dettagliatissima scaletta di cose da fare, stilata dal capoccia Elding, tra cui tre prove a settimana consecutive ogni due settimane, le registrazioni di tutti i brani e la pianificazione del nuovo tour a scadenze e date non modificabili. Quel qualcuno ovviamente fu Messiah Marcolin.
Non crediate che le difficoltà tra Messiah e il resto del gruppo dipendessero da un discorso creativo. Testi e musiche li realizzava come sempre Elding e su questo lui non aveva mai avuto nulla da dire. Erano più questioni relative all’immagine e alle tecniche per ottenere le cose. L’incompatibilità di vedute poi si estendeva anche al cinema, la cucina e lo sport, ma lasciamo stare. Per dire, avete presente le foto session del disco omonimo, quelle col gruppo vestito da cerimonia che esce da una chiesa, attraversando una strada innevata? L’idea era partita dal matrimonio di Mappe e al momento di goliardia e bel tempo trascorso assieme, ma il vocalist avrebbe voluto fare in un altra maniera; ovvero indossare il suo caratteristico costume da monaco. La cosa generò discussioni interne e si risolse in maniera adulta, con un compromesso: fare contenti tutti.
E infatti tra le foto usate per la promozione del disco ci sono sì quelle di tutti e cinque i Candlemass che passeggiano davanti alla chiesa ma anche una con Marcolin con l’abito conventuale e gli altri ancora in tenuta pranzo nuziale. Più di una rivista usò quella con Messiah al centro, vestito da monaco. Lo vediamo allungare le braccia corte e cicciose e ruggire, brutto come la merda, in un grugnito infoiato da benedettino boccaccesco, sfuggito come testimonia la ricca chioma, alle macchinette tosatrici del convento. Gli altri sono lì intorno, uomini di mezza età che ammiccano tutta la loro sopportazione per quell’attrezzo lì al centro.
Elding ha spiegato che Messiah è una bomba a orologeria. Puoi trascorrere con lui ore o giorni piacevoli, in armonia e amicizia, fino a quando una qualsiasi scemenza inneschi il conto alla rovescia per una improvvisa e per lo più ingiustificabile esplosione di collera, seguita da lagnosa nevrastenia. Tra lui e il gruppi i rapporti sono sempre stati scanditi da queste crisi del cantante, il quale da par suo ha sempre negato certe intemperie caratteriali, accusando Leif di mentire ma evitando sempre provvedimenti legali per diffamazione.
L’altra differenza di vedute tra Marcolin e Messiah riguarda la tecnica usata dal primo nell’interpretazione dei brani. Come ho detto sopra, Leif era talmente sfiduciato negli esiti delle conversazioni con Messiah, da spiegargli per iscritto cosa voleva facesse sui brani; soluzione che non aveva portato grandi risultati di comprendonio tra i due.
In Studio però c’era stata la volontà condivisa di rimettersi in gioco e uscirne vivi, così che in brani come Copernicus e The Day And The Night, il corpulento ugolone affrontò certi momenti canori con meno potenza timbrica e un po’ più di soffice lamentosità, dando alla musica e all’intero disco, la sensazione di un percettibile spostamento verso qualcosa di inedito che sapeva di maturità stilistica.
Non scherzo, c’è chi ha scritto cose meravigliose di questo differente approccio di Messiah alle parti più lente e cupe dei pezzi. Non che lui sia stato convinto nel farlo, sia chiaro. Ma accettò di seguire i suggerimenti di Leif e visti i risultati, alla fine se ne rallegrò per il bene di tutti.
Purtroppo, questo “bene di tutti” si rivelò un impegno oltre le possibilità egoiche di Marcolin, il quale ricominciò presto a rompere così tanto le palle da spingere gli altri alla drastica decisione di allontanarlo in via definitiva dai Candlemass.
Ma parliamo di altro. Curioso che io abbia avuto, a breve distanza dal mio primo incontro con Mats Levén, ascoltando un lavoro minore degli At Vance, Chained, di nuovo a che fare con costui. Nel 2005 era già coinvolto nelle faccende di Elding, per via del progetto stoner Abstrakt Algebra e nei Krux, e che anni dopo sarebbe stato per un certo periodo l’ennesimo cantante dei Candlemass. Tra lui e Leif però, proprio in questo album omonimo, ci fu collaborazione nella stesura dei testi. E non mi sorprende che sia così. Anche il leader degli At Vance, Olaf Lenk, ha testimoniato di una notevole capacità da parte di Mats nello scrivere metriche.
La cosa davvero fica per quanto riguarda le liriche del gruppo, e a dispetto di ciò che ha dichiarato uno scoglionatissimo Elding negli ultimi anni, è che i Candlemass hanno sempre fatto sul serio anche su quell’aspetto creativo. Leif credeva, fin dall’inizio, che bisognasse non solo creare riff immortali, ma anche dire cose importanti, profonde e poetiche.
E nell’omonimo c’è un uso frequente di metafore, sono immagini tipiche del panorama fantastico (streghe, nani cattivi e le segrete di qualche castello) che evitano di trasformare i testi in prediche ma che in fondo raccontano e denunciano con la potenza evocativa del gotico, i mali e i problemi sociali della modernità: depressione, mass media, reality show sono i temi al centro di Black Dwarf, Copernicus e Seven Silver Keys. Vi pare poco?
Una curiosità: Messiah Marcolin incise Black Dwarf durante la fase più acuta di un virus intestinale, vomitando e diarreando tra un take e l’altro. Questa trovo sia una cosa molto metal, non credete?
Inoltre, e qui chiudo, penso che Messiah Marcolin sia musicalmente la versione bella di Blaze Bayley.

