Abbasso la squla!

Fuori dal cancello delle elementari in cui sono andato io, scritto con un pennarello sulla targa in metallo dell’istituto, c’era questa esclamazione: “abbasso la squla”, era scritto proprio così. Quando prendevo il pulmino per tornare a casa, nell’attesa che si riempisse degli altri piccoli passeggeri come me, io leggevo e rileggevo questa scritta fino a non vederla più. Era indubbiamente un somaro ad averla scritta. Odiava la scuola e lo esprimeva male, direi in modo coerente. In quell’errore ortografico più che nel senso, che in ogni caso si evinceva, era espresso quel conflitto. All’arrivo, ogni mattina, sempre sul pulmino, nell’attesa che si facesse spazio per scendere, leggevo e rileggevo la scritta, ancora una volta fino a non vederla più. E mi sentivo un po’ partecipe con il sentimento che aveva spinto quell’alunno, ormai molti anni prima, a esprimerla con un pennarello, proprio sulla targa della scuola. All’entrata era così. Avrei firmato sotto quella frase perché ero d’accordo. Abbasso la maledetta squla!

Sia alle elementari che alle medie ero uno studente mediocre. Potevo fare molto ma non mi applicavo abbastanza. Immagino che sia ciò che gli insegnanti dicevano di voi che mi state leggendo, molti di voi. Ho ovviamente vissuto tutto questo con un profondo senso di colpa e di inadeguatezza. Alle superiori, anche se ero iscritto a una scuola tecnica, una fantozziana cazzo di Ragioneria, iniziai a voler davvero riuscire nello studio.

Mi applicai o almeno cercai di farlo, ma senza ottenere grandi risultati. Fu molto doloroso ammettere a me stesso che non ero uno che poteva ma non voleva. Ero uno che non voleva perché non poteva. Non in tutto, sia chiaro. Eccellevo in Italiano, nei temi, ero bravo in Storia, in Diritto e nelle materie in cui fosse richiesta una buona memoria e capacità di esposizione.

Ero un disastro in Matematica, in Tecnica bancaria, in Chimica o Fisica. Dove c’erano i numeri, non ce la facevo mai. E io, come detto, ero iscritto a Ragioneria, quindi figuratevi con quanta fatica sono riuscito a venirne fuori.

Mi hanno bocciato due volte. La seconda, lo scoprii dopo anni, era stata per ragioni extra-scolastiche: un generale dell’esercito aveva fatto pressioni affinché mi bocciassero. Un altro anno di carcere, quindi. Ancora sogno con una certa ricorrenza di essere in quella situazione. Bocciato e ribocciato e nonostante la voglia di uscire da lì, nel sogno io non studio. Vivo con ansia l’arrivo dei giorni di interrogazione e dei compiti in classe, ma non faccio nulla per prepararmi. Sono impotente, paralizzato quasi, prigioniero della scuola, per sempre.

All’Università ci andai con entusiasmo. Finalmente avrei potuto studiare ciò che mi interessava e in quel momento più di tutto era il Cinema. Mi iscrissi alla Sapienza, facoltà lettere moderne, indirizzo musica e spettacolo. Nonostante gli argomenti e le materie, però arrancai quasi subito. Per dare il primo esame ci misi un anno. Studiai, mi preparai con tutto me stesso ma ottenni una sufficienza appena. Che ci crediate o no, pur studiando il doppio dei libri che avevo in elenco, ottenni un risultato modesto. E le cose non migliorarono. Andai più che bene agli esami di Cinema e di Teatro, ma c’era qualcosa dentro di me che mi impediva di sentirmi parte di un percorso, di un ambiente di cui non mi sentivo in alcun modo parte.

Mi arresi dopo quattro anni e pochi altri esami. Non dico il numero perché mi vergogno ancora un po’. Fuori dagli studi pensai ancora una volta che fosse colpa mia. Ero troppo smidollato per andare fino in fondo con lo studio, non perseveravo, non avevo la giusta tenacia e inoltre il mio percorso scolastico, poco adatto al proseguimento dei criteri universitari, mi era stato fatale. Avevo sbagliato tutto, fin dall’inizio.

Ma poco dopo essere uscito da ogni sistema scolastico, iniziai a dedicarmi con il massimo impegno alla scrittura. In fondo ce n’erano tanti di autori senza un diploma, romanzieri privi di un’educazione scolastica vera, autodidatti. E con la scrittura ricominciai a cibarmi di sapere. Letteratura, arti figurate, musica, esoterismo, filosofia.

Da anni scrivo romanzi e saggi e ne ho anche pubblicati alcuni. E con il genere di editori che non ti domandano soldi ma ne mettono perché credono in ciò che hai realizzato. Non grandi editori, ma mi accontento.

Seguito a studiare, con una specie di sete che cerco di far passare mandando giù bibite salate. Un testo conduce a un altro in un percorso infinito verso non so bene neanche io cosa.

Mi sono domandato come mai all’Università abbia fallito e ora affronti senza problemi romanzi di alta letteratura, testi filosofici e di critica e lo faccia con grande gioia e godimento.

E mi sono detto che forse facendo a modo mio, senza i ritmi e i criteri imposti dalla scuola, io possa acculturarmi e saperne quanto un laureato, La scrittura è per me uno strumento fondamentale per conoscere e approfondire. Molte volte scrivo di cose di cui non sapevo nulla fino a quando non ho deciso di scriverne e sono il primo a sorprendermi di ciò che ne esce fuori. Sono il primo a imparare da ciò che scrivo.

Per vivere faccio il netturbino e tra le mie mansioni c’è anche la gestione dell’Ecocentro. Spesso arriva gente con il portabagagli pieno di libri. A volte sono i romanzi rosa della nonna defunta da poco, altre sono i fumetti di Flash Gordon dello zio lasciati a muffire per anni nel garage, ma per lo più si tratta di enciclopedie e testi scolastici.

Un giorno è arrivata una signora che ha buttato nel vascone della carta tutto il suo armamentario universitario, compresa la tesina di laurea. C’erano diversi volumi di Storia della letteratura e della filosofia. Appena se ne è andata li ho recuperati e ho deciso di portarmeli a casa per “ricominciare a studiare” partendo dai manuali.

Non è la prima volta che lo faccio. Ho già ripercorso parecchi testi di grammatica e di filosofia, ma soffrendo esattamente come negli anni di scuola. Ho letto la storia della filosofia di Bertrand Russell per tre volte e non per poterlo dire, sia chiaro.

Ora tra le altre cose sto leggendo il saggio sul Romanticismo di Mario Praz e traduco da solo le parti lasciate in lingua originale dall’autore. Immagino che siano pochi gli ex universitari laureati che alla mia età, passino ancora il tempo a fare così. E credo che lo farò per tutta la mia vita.

I manuali di letteratura e filosofia della signora li ho riversati nel vascone dopo qualche giorno di tentativi. Ho provato a sfogliarli, ho iniziato a leggerli e credo di aver capito quale sia il problema tra me e la scuola.

La scuola serve NON a farsi una cultura e a diventare eruditi. Serve a piegare la volontà e prepararci a ubbidire perché è questo che ci viene richiesto nel mondo degli adulti. Fateci caso: fin dalle scuole infantili è tutto un ordine e regole su regole. Possono inserire nei programmi scolastici la cosa più bella del mondo, produrranno nella maggioranza degli studenti un rigetto. Non ho osato riavvicinarmi alla Divina Commedia prima dei 40 anni. Ancora avverto un senso di nausea appena leggo il nome Alessandro Manzoni. Persino Montale e Pavese fatico a leggerli.

Sono grandi della nostra letteratura, ma nella mia mente li ho ancora così legati a quelle aule, a quei giorni vissuti contro la mia volontà in stanzette spoglie, olezzanti, accanto a gente che non sopportavo e con cui ero costretto a condividere gli anni migliori della mia vita, che ancora oggi, fatico ad affrontare certi classici. Ne ho letti molti altri, con divertimento e passione, ma guarda caso nessuno di quelli che erano parte dei piani scolastici. Tolstoj, Gogol, Proust…

Il Cinema mi ha insegnato che Shakespeare è fico e certi critici d’arte dal carisma notevole, sono riusciti a ricondurmi davanti alle grandi opere dei pittori rinascimentali, tutte cose che la scuola aveva fatto in modo io evitassi con cura per anni e anni.

La scuola è uno strumento del potere ma non lo dico per fare chiacchiere da bar. Mi ricordo il malessere, la tristezza, il profondo senso abbandono e di vacuità che provavo in quel cazzo di posto, dall’asilo all’Università.

La mia reazione a tutto quello l’ho sempre considerata un mio problema, una mia incapacità e questo è il più grande torto che ho subito: permettere al sistema scolastico, creato apposta per fare uomini passivi e ignoranti o strumenti da usare per questo fine, di portarmi all’odio e alla totale sfiducia in me stesso, dubitando delle mie capacità.

Era sano odiare quei libri. Era sacrosanto andare male, non ricordare le nozioni, prendere dei votacci, perché a me di tutte quelle cose non fregava niente e non me ne fregava perché mi venivano somministrate con brutalità, con un fondale di malafede. Non potevo che ribellarmi o subire. I più bravi studenti sono sempre stati i più violentati di tutti.

Fateci caso, a parte chi lavora nell’accademia, scrivendo trattati e saggi che nessuno legge a parte chi è costretto dal sistema scolastico, persino i laureati difficilmente in casa hanno una libreria decente. Non leggono più, hanno smesso di studiare dopo la laurea e io inizio a credere che se smetti a quel punto, vuol dire che non hai mai studiato, non l’hai mai fatto per il motivo sano per cui si studia, vale a dire il bisogno di conoscere e capire, di arricchirsi e di affrontare problemi. Non si studia per fare raggiungere uno scopo, tantomeno uno scopo materiale. Si studia come si mangia o si esplora la realtà. Si tratta di un cammino di crescita e non si smette mai di crescere. Dicono invecchiare ma è crescere. Dicono studio ma è qualcosa di diverso.

Veniamo al punto due. I docenti. Da quelli delle scuole elementari fino agli accademici vengono tutti ammaestrati e scelti accuratamente per far odiare il sapere e tenerne la collettività alla larga. Fingono di volere il contrario. Sono così costruiti a dovere che loro stessi pensano di volere il contrario e accusano il mondo, il sistema, si disperano e disprezzano la gente che non li segue, che è ignorante.

Avete mai letto il testo di un vero accademico? Provateci. E fatelo su un argomento che vi può interessare molto. Non riuscirete a finire il primo capitolo. E il bello è che l’autore pensa che siate voi il problema e non il suo stile di merda, la sua esposizione caotica e dispersiva.

A 47 anni ho capito che è così. Sarò estremo ma penso che sia così. E finalmente non mi sento più in debito con nessuno e mi godo in pace lo studio, in salvo da una galera che usa il sapere come la violenza nella terapia Ludovico e in cui ancora sogno di esser prigioniero. Fottuta scuola. Abbasso ora e sempre la squla.