Il mio articolo contro il sistema scolastico ha suscitato una reazione interessante. Provo qui a rispondere. Spero sempre che qualcuno reagisca ai miei assalti polemici con un bel pezzo argomentato su qualche altro blog, ma è una cosa che non succede praticamente più ed è un peccato. Apprezzo che sia successo, a prescindere dal contenuto della risposta e sono lieto per il modo diretto in cui è stata espressa. Ringrazio l’autore de La Grotta Melmosa e naturalmente lo assicuro che non c’è alcun rancore. Anzi, con il suo pezzo mi ha permesso di capire quanto del mio messaggio non sia arrivato. Probabilmente non ho detto in modo chiaro e davvero efficace ciò che volevo dire e forse non riuscirò a farlo nemmeno ora, ma spero che quello che sto per dirgli ci avvicini, almeno alla reciproca comprensione.
Io non ce l’ho con i laureati e, anche se può sembrare, visto che il mio interlocutore ha recepito così, non intendevo fare una gara a braccio di ferro su chi è più colto tra me, che non ho preso la laurea e ho rigettato il sistema scolastico molti anni fa, e chi invece ha avuto la forza e le capacità di arrivare fino in fondo.
Io rispetto chi ha una laurea, non lo giudico un povero stolto ignorante con la patente da “persona colta”.
E non intendevo dire che ho il bisogno di dimostrare che ne so di cose e che per me è più dura fare l’intellettuale perché non ho una laurea che mi eviti questo continuo stress d’autorevolezza.
Per me tutti dovremmo saperne a prescindere dalla laurea e per noi stessi. Io cerco di assimilare ciò di cui ho bisogno per pensare e per scrivere. Scrivo per capire cosa penso e via così.
Ho citato Bertrand Russell e la sua Storia della filosofia o i saggi letterari di Mario Praz, per dire che, nonostante io abbia faticato e sofferto tantissimo a dare esami di letteratura, uscendo dalla Sapienza con le ossa rotte, non ho smesso negli anni di studiare e di leggere testi complessi e molto ricchi di stimoli come quelli su cui si fanno le ossa gli universitari.
Lo dico non per vantarmene o per dimostrare che io ce l’ho duro come un laureato, ma per mostrare, forse ingenuamente, che pur amando profondamente la letteratura e la filosofia, non riesco in un contesto accademico, a prendere una cazzo di sufficienza.
Mi chiedo perché. La mia tirata in fondo era basata su una domanda. Perché?
Come mai un uomo che ama leggere e scrivere, che riesce anche a pubblicare dei libri di saggistica e narrativa, è stato così a disagio nel sistema scolastico, dalle elementari in poi?
Quanti ce ne sono, come me?
La scuola in fondo non vuole trasmettere amore e bisogno di cultura. E’ ciò che i professori, i ministri sostengono da sempre, magari ci credono pure, ma non è ciò che realmente ottengono con ogni loro sforzo.
Dai risultati che raggiungono riesco a capire cosa realmente desiderano. La scuola è usata per prepararci al mondo del lavoro e a imparare come stare in un sistema di potere, di comando”, di ubbidienza. La cultura è usata come la merda delle tavolinate pasoliane di Salò.
Nel mondo accademico non c’è posto per la fantasia, l’arte, la creatività e l’amore per il sapere. Bisogna leccare il culo ai cattedratici, pubblicare articoli programmaticamente inutili che facciano curriculum. La carriera lì è mossa da burocrazie, rivalità, potere e dovere.
Sto generalizzando, ovvio e riconosco il limite del mio generalizzare. Per quanto sia convinto che la Chiesa Cristiana sia da abbattere, sicuramente là fuori, in qualche paesino di campagna c’è un parroco dai coglioni grandi così che fa davvero ciò che fa per amore del prossimo e per purezza di cuore. Così come sono sicuro che nelle Università c’è un bravo professore che insegna agli studenti a pensare e a realizzare qualcosa di ambizioso e originale: Com’era? “Capitano o mio capitano!!!”. Quello che racconta Weir in L’attimo fuggente è retorico e demotivante, ma profondamente reale, per questo penso sia uno dei film più atroci che si possano trasmettere in TV a Natale.
Possibile che io riesca ad amare Dante dopo 30 anni che l’ho fatto male a scuola? Se non imparavo a memoria i passi più celebri dell’Inferno, avrei preso un brutto voto, quindi mi costrinsi a mandar giù quei versi meravigliosi, che nel mio intimo di quindicenne, si incidevano come irritanti filastrocche senza senso. Colpa dell’insegnante che ho avuto alle superiori? Può essere. Ce ne sono che ci fanno amare Dante e i classici della narrativa al liceo. Io ne ho incontrato qualcuno, per fortuna. Ma sono pochi e servono solo a confondere le acque di un sistema che invece vuole altro genere di soldati. Vuole i caporali della cultura che ci facciano mangiare sotto ordine e dettatura qualsiasi cosa con la targhetta “sapere”, anche se non ci interessa e non sappiamo ancora come rendercelo interessante.
Ne mandiamo giù a forza, ingoiamo la Storia, la poesia, senza provare il desiderio di assimilare nulla di tutto quello. Si tratta di una cosa brutale. E ci puniscono e insultano perché tutto questo non ci piace, perché divorando indiscriminatamente Parini, Manzoni, Leopardi, Pascoli, ci sentiamo straniati, travolti, ammorbati da concetti, temi, stili, parole che non siamo pronti ad affrontare e che subiamo contro voglia.
Colpa nostra perché non felici, estasiati e fieri di “sapere” e di “capire” quei grandi della letteratura. Siamo noi somari che rifiutiamo tutto quell’oro che la scuola ci offre per affrontare la vita.
“Ma a cosa mi serve sapere quando è nato Napoleone se vado a lavorare in un supermercato?”
Ce lo siamo domandati noi e i nostri figli ce lo chiedono.
Come non ottenemmo risposta noi, ora non sappiamo cosa rispondere a loro. “Papà, a cosa mi serve Dante una volta fuori di qui?”
A niente.
O meglio non a dare il resto, a vendere polizze o a progettare una casa o a fare figli.
E allora a cosa?
Ehm…
Leopardi l’abbiamo tollerato, perché era utile a farci uscire da quella galera. Ci siamo sciroppati tutti i suoi canti e saggi filosofici, le vicissitudini col padre e la tristezza di Recanati e bla bla. Appena fuori dalla scuola vada al diavolo lui, la sua gobba e i suoi scritti di merda sul pessimismo cosmico dei cazzi suoi.
Non ho bisogno di Leopardi per capire che tutto è uno schifo, no?! Mi basta una serie di Netflix e un po’ di precariato, i dischi dei Joy Division, una delusione d’amore e la morte di un parente prossimo. La vita è orribile, priva di scopo, niente ha senso.
Poi a 50 anni arriva un Galimberti e in un’ora, pur con tutti i suoi difetti, mi spiega un passo di una poesia di Leopardi, mi mostra quanto sia legata al mio essere sotto questo cielo e al vuoto che provo dentro di me, ogni notte. E allora, forse, mi domando, come mai improvvisamente io comprenda e ami Leopardi, così all’improvviso… Era sempre stato qui per me, per questo schifo di mio sentire.
E forse capisco, a metà del cammin di mia fottuta vita, che ho bisogno della poesia come della musica heavy metal o dei film horror, per affrontare il silenzio, la paura della solitudine, il dolore senza nome che si desta con me ogni maledetta mattina di sole.
Bruciai Madame Bovary alla fine di un’estate passata a leggerlo come compito per le vacanze. Avevo tredici anni. A 40 ho riletto il libro di Flaubert e ne sono rimasto folgorato. Un libro meraviglioso che a 13 anni detestai per tutta un’estate, fino a desiderare di dargli fuoco una volta consegnata la relazione a settembre. E chissà che cazzate scrissi in quella relazione. Presi sette, però.

