I White Trash e le band funk rese libere dal lavoro

Peccato… dico sempre così quando mi capita di scoprire qualche vecchia band affacciatasi alla soglia degli anni 90 e disintegratasi in quell’atmosfera di grandi cambiamenti commerciali. Un mese avevi tutto, soldi, successo, un’etichetta che investiva su di te, un canale televisivo fichissimo che ti passava a ruota e triplicava vendite di CD e biglietti ai concerti, e il mese dopo eri un appestato in attesa di essere smobilitato nella hall della Elektra Records, con le ragazze alla reception che non hanno più neanche voglia di sorridere mentre ti pregano di andare via e non farti vedere mai più.

Sappiamo tutta la faccenda. I Motley Crue erano “gli dei della carne” per dieci anni e in pochi mesi diventarono imbarazzanti hamburger troppo frollati. Il grunge e tutto il resto… ok, non ricominciamo con la solita solfa. Ne ho scritto fino allo svacco emotivo. Quella situazione ci mostra come il re fosse nudo. I gruppi, la musica, tutto ciò che il pubblico ama, la parte nobile del sistema, senza quel sistema che li pompava e li spingeva nel piatto dei gggiovani, non erano niente e svanivano nel niente. I Crue erano stati i prescelti, ma al loro posto poteva esserci qualsiasi altro gruppo. E infatti dopo qualche tempo vennero Pearl Jam e poi Bush o Marilyn Manson e via così.

Ecco perché benedico Napster. Lo so come la pensate: la musica non si ruba, ma io penso al lato positivo. MTV, le grandi multinazionali del disco, le aziende che spadroneggiavano e decidevano chi doveva cantarci la canzone su quanto eravamo speciali noi della generazione X, Y, P greco, tutto andò a farsi fottere. Oggi internet ti permette di raggiungere i Dokken e ascoltarli fino a che non muori in una pozza di borra nostalgica. Negli anni 90 io c’ero e non potevo neanche sapere se erano ancora in attività, se un cazzo di Grazioli non mi traduceva una velina dal Giappone e me la pubblicava settimane dopo su una rivista metal in carta riciclata.

Quindi, mi viene di dire peccato, perché negli anni 90, nei primi del decennio, c’era tanta roba fica che avrebbe meritato di sopravvivere e che invece fu praticamente decespugliata nel vigore della crescita. Non dico le band glam, quelle erano esaurite e lo sarebbero state comunque nel 1991. Non grazie a MTV e al grunge, ma alla Guerra del Golfo.

Già, la guerra al petrolio, ve la ricordate? Forse non lo sapete perché siete giovani o non ci pensate più, anche se eravate vivi in quegli anni, ma quando iniziò il bombardamento americano sull’Iraq, improvvisamente la gente iniziò a trovare fuori luogo tipi come David Lee Roth o Dee Snider e la loro voglia di far festa e i colori, i culi all’aria e le tette rifatte, la vita bella a Miami Beach. I soldati morivano nel deserto e non c’era un cazzo da festeggiare. Dov’erano finiti Bob Dylan, Neil Young e i Creedence???

No, io parlo di altri generi come il funk metal. Quello era potente, cazzo. Non fatemi elencare le solite band, dai Faith No More in giù, era tutto un mistone di cose improbabili che però funzionavano. C’erano i Mordred, thrash col dee-jay e c’erano gruppi straordinari in grado di mettere insieme i Beatles, Zappa e i Metallica senza farcelo pesare, (vedi Galactic Cowboys, King’s X, Hash).

Probabilmente vi starete chiedendo chi sono gli Hash.

Va beh, non è questo il punto. Qui si parla dei White Trash. Sto ascoltando i primi due lavori e cazzo, erano trascinatori di razza. Il cantante, Dave Alvin somigliava molto a Vince Neil, almeno nell’esordio omonimo, ma cantava su una base di chitarre abrasive e fiati, ottenendo un cocktail frizzante, di quelli che al secondo giro ti fanno venire i pensieri sporcaccioni sulla cameriera che te l’ha portato.

Non era chissà quale miracolo compositivo, il cosiddetto funk metal, ma era un modo differente di fare festa, uno step interessante che il pubblico a un certo punto non seguì più perché secondo i grandi discografici era tutto un contenitore troppo vario e difficile da catalogare. Non bastavano le parole funk o crossover per dire cosa facevano i White Trash e per quanto il singolo Apple Pie avesse sbancato su MTV e il gruppo viaggiasse alla grande, già due anni più tardi alla Elektra non sapevano che farsene di loro e speravano di liberarsene il prima possibile.

Fu grazie al loro manager, molto considerato e temuto dall’etichetta, che ottennero una seconda possibilità nel 1994, ma non la sostennero fino in fondo e il gruppo colò a picco.

A peggiorare le cose c’era stata una scissione della line-up, con Alvin a tenere il nome e una formazione stravolta per il disco dal titolo piuttosto strano e poco orecchiabile: Sì o Sì, Que?

Comunque un buon lavoro che non merita retro-processi. Se lo ascoltate ci potete trovare tanta qualità. Purtroppo non è stato promosso, aiutato e non ha venduto.

Certo, togliere i fiati o ridurli a qualche tappeto d’occasione qui e lì, non è stata una mossa intelligente da parte di Alvin, considerando che i White Trash si erano distinti proprio per quello sfoggio di corni (quattro elementi denominati Badass Brass). Inoltre, per quanto il gruppo non abbia optato per le nuvole grigie del grunge, alcuni momenti più cupi furono offerti alle logiche commerciali del momento, senza costrutto. Basti sentire Pig, che a me piace, per carità, ma così lontana dallo stile del gruppo. Inizia con un riffone alla Alice In Chains e poi degenera in quel guazzabuglio post-hardcore vicino alle porcherie del  Tracy Guns della seconda metà degli anni anni 90.

Alvin non rinnegò il funk e i Beatles, provò solo a seguire la scia di gente come Ugly Kid Joe ma non buttò a mare il passato. The Voyer è interessante, Find Me Somebody, Senorita e 6 Toe Sid sono funky qualcosa, Minor Happines è un singolo mancato e Got To Get Away sembra Vince Neil nei Mind Funk.

Negli anni dieci i White Trash si sono riformati, ma secondo me un gruppo ha bisogno di crescere e progredire almeno per dieci anni prima di essere interrotto da qualcosa. Nel caso di questi ragazzi, è vero, sono andati in tilt troppo presto con ridicole guerre interne ancora prima di vedere qualche soldo, hanno perso un sacco di tempo prezioso a bighellonare in progetti secondari ai bordi del giro grosso, prima di decidersi a ritentare tutti insieme approfittando di internet e del revivalismo massivo.

Oggi, nonostante vogliano “continuare a espandere il sound”, come ha dichiarato in una ormai vecchia intervista il bassista Aaron Collins un decennio fa, l’impressione mia è che il fiore White Trash non abbia avuto il tempo di svilupparsi in modo sano e oggi sopravviva, rattrappito in un angolo buio del cammino creativo di questo gruppo. Amen.