Si può giudicare un disco dalla copertina? Diciamo di no ma in questo caso forse può starci. Sì perché, lasciate da parte le velleità da “supereroi”, la cover di The Entity e il chiaro omaggio allo zio Alice Cooper di From the inside, rimette al centro il Vampiro e il suo “condurre la baracca” con un concept “finalmente” chiaro e fortemente caratterizzato. Chi vi scrive ha seguito sempre fedelmente i Death SS ma ha fatto fatica a digerire gli ultimi tre lavori inediti. Certo, Resurrection conteneva delle gemme non da poco, ma ho ascoltato l’ultimo X solo un paio di volte, infastidito da un suono compresso che non sopportavo a lungo.
Qui invece si parte in un altro modo. Dalla copertina, fantastica come tutto il packaging, ma soprattutto da un sound più realistico.
Qui parliamo di un disco “rock” più che metal in senso stretto. Gli arrangiamenti danno la svolta a ogni pezzo, dal giro di tastiera alla singola nota di chitarra messa lì perché è il solo posto dove doveva suonare.
La lezione di Alice in From the inside sta non tanto nei contenuti ma nel modus operandi, vale a dire farsi produrre da qualcuno che con il tuo giro e il tuo stile non c’entra nulla. Nel caso di Mr. Cooper fu David Foster, famoso per le collaborazioni con Elton John e altri artisti di un diverso emisfero commerciale. Nonostante la guida di un così diverso stilista, Alice è rimasto se stesso in una differente confezione; mettendo da parte per un certo periodo quel tipico personaggio horror che poi avrebbe recuperato in chiave slasher qualche anno più tardi.
E così, nell’ultimo lavoro dei Death SS, salta all’orecchio una cura maniacale nei cori e contro-cori, ai quali hanno partecipato anche le Erisu, così come nelle tastiere che ho trovato equilibratissime in ogni brano anche se la presenza delle chitarre è dominante.
Ci sono tante “citazioni”, sicuramente non volontarie, come in Ave Adonai che mi riporta a Terror, o Justified Sinner che nei contro-cori del ritornello sa di Poison (sempre dello zio Alice).
Tra gli altri brani cito Two Souls dai riff malefici, le tastiere horror e un chorus ben strutturato. Si tratta di una caratteristica che riscontro in quasi ogni canzone: il ritornello è a un passo dall’essere “facile” ma un’attimo primaarriva la nota che non ti aspetti o la metrica che ti spiazza e questa dinamica compositiva poi ti costringe a tornarci ancora e ancora.
Da citare Hell Is Revealed che sembra una bonus-track di Raise Your Fist and Yell e, in ordine sparso, doppia cassa (Evil Never Dies), riff granitici (Cimiteria) e un po’ di “melassa” con Love Until Death.
Lascio per ultima The Evil Painter che penso sia una sorta di “esperimento” riuscito. In passato Steve arricchiva i suoi dischi metal con qualcosa di diverso (in Ancient Days o Gethsemane, per fare un paio d’esempi) andando a pescare “altrove” e anche in questo caso succede così. Non è una cover ma sembra dare alla band la possibilità di esprimersi con un sound differente, che di solito si riesce a raggiungere solo suonando il brano di qualcun altro.
Non ho mai citato i Ghost durante tutta la recensione ma l’ho fatto volutamente. Riconosco qualche piccolo “rimando”, soprattutto nell’uso delle voci e dei cori, ma trovo che l’ispirazione di questo album si trovi in luoghi lontani dal fenomeno “episcopop metal” di Tobias Forge. A conti fatti credo sia “imparagonabile” a qualsiasi cosa.
Non è un “capolavoro” ma The Entity è profondamente Death SS, soprattutto quando cerca di non esserlo.

