Cacciando il muso nella mangiatoia dei CD, mi sono ritrovato per gli zoccoli questo album degli At Vance intitolato Chained, è uscito nel 2005 o giù di lì. Ora, io non so nulla di questo gruppo. Dal nome ho pensato si trattasse di qualche mega-cariatide della serie C anni 80 e invece sono in giro dal 1998 e sembra abbiano gareggiato nella B con qualche fugace capoccella in A. Leggendo un po’ in rete ho scoperto che il loro disco d’esordio, fino a verso la fine degli anni dieci era considerato ancora insuperato rispetto ai lavori successivi. Si intitola No Escape. Ho anche saputo che il loro titolo di maggior successo, almeno fino a oggi è The Evil In You. Ne consegue che sono capitato in un momento non dico ordinario, ma sicuramente meno significativo nella carriera degli At Vance, e ahimé, sospetto anche nella mia esistenza di metallaro.
Enrico De Paola, sul numero 1 di Metal Maniac, quando recensì Chained scrisse “senza inutili giri di parole”, che era “un disco da avere e da riascoltare nel corso del tempo”. Con tutto il rispetto per lui, non riesco a vedermelo, neanche sotto effetto di qualche strano liquore ottocentesco trafugato di nascosto dalla cantina del mio ricchissimo zio defunto, che un giorno di questi scorsi irreparabilmente dal 2005 a oggi, Enricone abbia preso dallo scaffale Chained e si sia messo a ri-sentirlo. E lo spero per lui. Passi che abbia espresso un giudizio esagerato, causando erogazioni economiche e rimpianti in qualche defender affetto da completismo, o qualche completista affetto da defenderismo, ma vorrei che non sia stato coerente con la chiusa della sua recensione e abbia vissuto una vita d’ascolti più esaltante di così. Addirittura tornare su Chained, dopo aver già sprecato tempo a sentirlo e scriverne una volta!
Non perché Chained sia brutto, anzi. Solo nella Storia del genere, è come altri millemila buoni lavori, fatti con amore artigianale, assemblando un vaso da notte di Malmsteen a una lampada dei Rainbow, qualche fronzolo in stile Stratovarius e un po’ di chissà che altro, mettendo tutto insieme, pur nel discreto e gradevole risultato artistico, Chained è un simulacro espressivo che il tempo ha già digerito ed evacuato.
Il disco è stato scritto e concepito da un certo Olaf Lenk, considerato una specie di Malmsteen tedesco, sia per le abilità sul manico che per le difficoltà interpresonali. Tende a rifare Bach e Paganini in stucchevole salsa neo-classic metal come usa ormai da decenni, rimettendoci lui per primo.
Perché ci rimette? Beh, mi spiego. Anche in Chained c’è un riadattamento heavy de L’Inverno ma quando le chitarre e lo schioppo della grancassa mulinano il turbine barocco del vento nevoso vivaldiano che conosciamo tutti bene, il confronto con la fanfara di riffacci squadrati e di cori da fischiettare pisciando oltre la barriera che il disco sbardella prima e dopo, è davvero intollerabile. Vivaldi vive nei secoli dei secoli, strugge in flutti di moderne pubblicità lesbiche di qualche profumo e nelle trame distorte ma pulitissime di Olaf Lenk, mentre il resto della sua musica, l’intero disco Chained è in quel piccolo cimitero di manufatti power metal da cui l’ho dissepolto io oggi, talmente putrefatto che nemmeno puzza più.
Alla voce, per la seconda e ultima volta nella discografia degli At Vance, c’è Mats Levén, che un tempo era noto per aver cantato sul sottovalutato Facing The Animal di Malmsteen e adesso lo è ancora di più per aver rifiutato l’invito di Tobias Forge a diventare il singer dei Ghost. Per tre anni è stato pure con i Candlemass ma nessuno se n’è accorto.
A completare la formazione ci sono al basso John A.B.C. Smith, il cui vero nome è Dario Trobok, un tizio che ha suonato per un paio d’anni con gli Scanner e alla batteria c’è Mark Cross, partecipe, in un paio di tracce minori, nel disco Rabbit Don’t Come Easy degli Helloween.
Chiudendo con i credits, va citato l’autore della cover, il grande illustratore spagnolo Luis Royo, nientepopodimeno.
Sospetto che oggi, a parte me, in tutto il mondo nessuno stia “ri”ascoltando Chained. Se qualcuno nell’universo sta trascorrendo minuti preziosi immerso nella pur abbacinante e anthemica Heaven, o magari si crogiola nella ballata alla Helloween Who’s Foolin You in preda a una crisi dissenterica da abbandono, ha tutta la mia compassione.
Eppure, come per il regime che volete, anche in queste isolette di manierismo ci sono “buone cose”, la produzione è bella tosta e talvolta esaltata da qualche abc della merenda heavy metal come l’opener Rise Front The Hell, alcuni brani hanno una certa freschezza e intensità, come Run/Leave. Uscirei a diffondere il verbo degli At Vance se non fossero mai esistiti i Journey e il riff del pezzo succitato non sia lo stesso di Separate Ways accelerato.
Chiudo dicendo che Chained è un album dignitoso e quindi vorrei che non mi fraintendeste con tutto il mio cinismo e il sarcasmo da sopravvissuto. Sono sicuro che il Sandro Buti che c’è in voi si rallegrerebbe ascoltando oggi questo piccolo frammento degli anni 80, nato negli anni dieci del nuovo millennio, e io scriverei siringhe di retorica per entusiasmare un intero pullman di scolari del truismo, se il mio piccolo Sandrino, io non lo avessi praticamente abbandonato nel bosco con una mela e un CD dei Falconer nel 2003; quindi non posso consigliarvi Chained, credo che smarrirei il poco di credibilità che mi sono guadagnato infamando e giudicando senza pietà tutto il ciarpame reazionario e faidatè che intasa il mercato dal 2015 a oggi.
Magari No Escape e The Evil In You valgono una riscoperta; oppure sono altra paccottiglia da smaltire nella grande fornace dei secoli. Non vi assicuro che mi prenderò la briga di verificare.

