Riascoltando Stalingrad degli Accept, ho provato un gran senso di delusione e di tristezza. E ho pensato a cosa ne faremo di tutti questi album del nuovo millennio, salutati al tempo della loro uscita con entusiasmo, in quanto prove di una effettiva rinascita di storiche band considerate fino a poco tempo prima bollite. Anche io ero felice di ascoltare gruppi che davo per morti, e risentirli finalmente così a fuoco rispetto al proprio passato. Erano in grado di proporre la vecchia formula con potenza e freschezza. Il restyling di tanti nomi illustri mostrava sempre la stessa mano: Andy Sneap, artefice del riassetto di Judas, Saxon, Testament, Exodus, Overkilll… Ma dopo una quindicina d’anni ecco la brutta sorpresa.
Ci sono album che dipendono da troppe cose per poter sopravvivere al cambiare delle stagioni: succhiano linfa al momento in cui escono, alla storia del gruppo che li ha realizzati in quel dato momento, riescono bene in confronto a un passato recente difficile, al bisogno presente di certezze, alle insicurezze sul futuro. Basta prenderli e lanciarli a casaccio in un punto qualsiasi della heavy rotation e semplicemente si sbriciolano nella crono-sfera. Questo non succede con quelli che reputiamo classici. E il motivo è proprio quello: sono eterni. Il tempo li difende e li nutre. E se una band è ormai considerata “classica” non può essere davvero ancora viva. Ma rivolgendosi a un buon genio della necro-cosmesi, può fingere di essere ancora tra noi.
Tante cose spingevano l’entusiasmo intorno agli Accept negli anni dieci. Anche loro, come diversi gruppi oggi indiscutibili, passati attraverso profonde crisi d’identità e di mercato, scoprirono che bastava facessero le solite cose per soddisfare un pubblico fedele e avido dei loro stereotipi stilistici. Gli si chiedeva soltanto di riproporre con la risolutezza dei bei tempi, le vecchie soluzioni, nient’altro.
Gli Accept erano tornati tra noi, anche se non c’era più Udo ma un tizio americano che imitava l’accento tedesco e la voce di Udo. Erano di nuovo in gran forma e a difendere i vecchi valori dell’heavy metal. Potevamo salutarli con rispetto dopo le uscite imbarazzanti di qualche anno prima (Predator, Death Row) e sventolare in faccia ai miscredenti e ai traditori del vero metallo, un neo-manifesto dell’eterna heavyness: Blood Of The Nations. Un monumento al mestiere, un capolavoro di sapienza artigiana e bla bla: rileggetevi tutta la solfa retorica con cui i Cerati e i Ventriglia ve lo vendettero.
In Stalingrad si sente ancora la mano di Hoffmann, il suo tocco pietroso alla Blackmore, il gusto nei riff e nei fraseggi. C’è di sicuro l’alito eterno che ha generato Fast As A Shark e Balls To The Wall, ma quei pezzi non sono dei nuovi inni con cui svernare una nuova generazione. Sono soltanto delle riletture sapienti del passato degli Accept.
Intendiamoci, Shadow Soldiers è una grande canzone; la stessa Stalingrad rilancia la combinazione tra dissacrazione e solennità, epica e borghesia catodica degli Accept di Russian Roulette e Metal Heart. Tutto questo è senz’altro notevole. Un gruppo che sia in gara con i propri anni gloriosi e che riesce a uscirne alla pari ha compiuto comunque una grande impresa.
Gli Accept dal 2012 hanno rischiato di rendersi ancora una volta ridicoli e ci hanno sorpreso. E così ogni volta che sono tornati in studio, facendo sembrare una passeggiata di salute questo continuo ripartire dal passato per arrivare al presente, a dove eravamo, va rispettato.
Ma dove eravamo?
Io ricordo che già dal 2011 il metal era sprofondato in una melassa di nostalgia per i vecchi tempi.
E cosa sono oggi quei dischi? Poca cosa. Bisogna avere la mente deficitaria di un fan vero per considerarli importanti, imprescindibili.
Il punto resta quello che ho già toccato sopra e che in parte ho affrontato con l’omonimo dei Candlemass del 2005: negli anni che si accumulano e corrodono tutto, queste presunte rinascite invecchiano presto e male. Per quanto sia scontato da dire, la parte iniziale delle discografie continua a crescere e riconfermarsi “storica” mentre tutte le ripartenze, per quanto buone, svaniscono nel dimenticatoio al giro di boa del primo decennio. Oggi Stalingrad è un lavoro modesto, scaduto, inservibile. Il metal non è un paese per vecchi.

