Loser. Sembra quasi una contraddizione il fatto che questo sia il termine a cui sarà sempre associato l’alternative rock fine anni 80 con tutte le sue diramazioni, un movimento che ha segnato fortemente un’epoca sotto tanti punti di vista (culturale, artistico, successo commerciale, ecc).
Quando i creativi del marketing della Sub Pop realizzarono la famosa t-shirt con la suddetta grafica a supporto del singolo omonimo dei Tad, nel 1989, non immaginavano certamente di aver ideato uno dei simboli più evocativi della pop-culture degli ultimi decenni, e meno che mai di aver indirizzato profeticamente l’infausto destino di tanti dei suoi protagonisti.
Un destino comune anche agli Skyscraper, di cui ci occupiamo in queste pagine. Un destino con cui la band, guidata dal chitarrista e cantante Victor Kemlicz, era e sarà sempre largamente in credito.
Quando il tuo faticosamente prodotto debut album (Superstate, uscito nel 1995) viene giudicato da Metal Hammer come “il miglior debutto di gran lunga di qualsiasi band Britannica negli ultimi anni”, poi si guadagna una recensione con tanto di 5 altisonanti K da parte di Kerrang!, e in generale viene acclamato da tutta la stampa di settore, Italia compresa, ti aspetteresti quantomeno di non precipitare nell’oblio dopo pochi anni.
Victor, originario di Norwich, si fa le ossa nel music biz con i Milk, la sua prima band di una certa risonanza. Attivi nel pittoresco quartiere di Camden Town tra il 1988 e il 1993, si inseriscono perfettamente nel calderone ribollente di stili che era la Londra di quel periodo. La loro proposta è un classico post-punk/noise suonato in trio con evidente ispirazione da maestri del genere come Sonic Youth, Wire, Fall.
Dopo un paio di Ep incidono nel 1991 il full-lenght Tantrum per la label Eve Recordings e vengono notati da John Peel, famoso dj di BBC Radio One. Peel definisce Tantrum uno dei lavori migliori dell’ anno e li passa frequentemente nel suo programma oltre a invitarli a una studio session. Anche in Italia passano spesso sulle frequenze della Rai grazie al programma Planet Rock condotto da Claudio Sorge.
Nonostante scarsa distribuzione e visibilità, la band si costruisce un buona fanbase con l’attività dal vivo. Kemlicz è il fulcro dello show, dotato di una voce abrasiva ed espressiva allo stesso tempo, e di uno stile di chitarra che gioca molto sui contrasti tra le parti melodiche e quelle dettate da feedback taglienti e riff dissonanti. I testi riflettono le preoccupazioni tipiche del periodo: alienazione urbana, disagio esistenziale, rabbia giovanile.
A questo punto però i sogni di gloria si infrangono contro il muro di indifferenza di un mercato in quel momento saturo di novità e in continua evoluzione. Mentre oltreoceano band simili vengono messe sotto contratto dalle majors (Prong, Helmet, Monster Magnet, White Zombie), nel Regno Unito le labels orientano il grande occhio verso altri stili emergenti come lo shoegaze o il britpop. La proposta dei Milk era probabilmente troppo inquieta per il pop e troppo cerebrale per i metallari Inglesi ed Europei.
In tutti i casi quel mondo, fatto di sperimentazione e apparizioni fugaci su etichette piccole come la Eve Recordings, cominciava a stare stretto a Kemlicz. Era tempo di voltare pagina, di incanalare la creatività in qualcosa di più diretto, più fisico. L’occasione giusta arriva proprio dalla scena dello shoegaze, nella persona di Adrian “Adi” Vines, ex bassista degli Swervedriver di Oxford, una delle band di punta del genere.
Vines aveva appena lasciato la band dopo il primo album, il fenomenale Raise, edito dalla Creation, per contrasti con il leader Adam Franklin. Raise rappresenta una splendida eccezione alla direzione che Alan McGee voleva dare alla sua label, come si può facilmente notare dalle seguenti uscite, forse proprio a causa della presenza di Adi.
Lontani dal muro di chitarre e vocals eteree tipiche dello shoegaze, i quattro di Oxford privilegiano un approccio molto più fisico alla materia, lanciandosi a rotta di collo su basi di wah-wah e ritmi serrati. Il singolo Son of a Mustang Ford e l’opener Sci-Flyer ne sono un esempio, e anche nei pezzi più atmosferici come Rave Down e Sunset il basso di Vines è sempre potente e percussivo.
Con lui fuori dai giochi tutto il resto della discografia degli Swervedriver si evolverà su un sound meno diretto, pur restando su livelli di eccellenza almeno con il secondo Mezcal Head del 1993.
Da due backgrounds differenti ma da una visione artistica comune ecco prendere forma il progetto Skyscraper. Una volta assopiti gli echi del visionario art/noise rock dei Milk e diradate le nebbie shoegaze degli Swervedriver, in poco tempo la band trova un’identità precisa e tagliente, che prende forma nel primo EP Choke (1993), registrato con Roli Mosimann, produttore tra gli altri di The Young Gods, Celtic Frost e Swans, confermando che qualcosa sta germogliando dal sottosuolo britannico.
Il disco è licenziato su Incoherent Records/Food Records label controllata dalla Emi e che scandagliava l’underground inglese alla ricerca di nuovi talenti. I suoi A&R erano ovviamente rimasti favorevolmente impressionati dalla qualità del live show dei tre, molto attivi sia come headliners nella scena dei club che a far da opener per nomi più blasonati (Rage Against the Machine, Prong).
Dopo una breve intro che sembra rubata al brano Black Metal dei Venom, la title-track esplode negli speakers sorretta dal ritmo groove della batteria e dalle dinamiche di basso di Vines, mentre Kemlicz riprende il suo cantato sofferto e declamatorio, autentico marchio di fabbrica. Subito fioccano recensioni più che positive, con Melody Maker che definisce il pezzo: “Industrial grunge: come dei Ministry suonati da esseri umani”.
In effetti la produzione di Mosimann conferisce al brano un’estetica fredda e meccanica, pur senza usare elettronica o campionatori, e il risultato finale è un suono controllato ma sul punto di deflagrazione. L’impressione è che in qualche scalcinato appartamento del Lower East Side qualcuno sia con le antenne in ricezione e che un paio di anni dopo Choke venga usata come modello per una mega-hit-single dal titolo More Human Than Human.
Dopo essere stati invitati alla kermesse estiva del Phoenix Festival con headliners del calibro di Sonic Youth e Faith No More, ci si tuffa in studio per il secondo Ep, Lovesick, sempre sotto la guida dello stesso team. La nuova uscita è supportata da un’ altra corposa serie di date per chiudere l’anno in bellezza e prepararsi all’ incisione del debut album.
Ma ancora una volta le cose si complicano quando il titolare della Food vende tutte le quote alla Emi e l’etichetta deve adottare le dinamiche di profitto puro tipiche delle majors. Il risultato è che gli Skyscraper vengono messi alla porta e si trovano di nuovo alla ricerca di una label. Mesi di ritardi, debiti e auto-finanziamento portano alla drastica decisione di affidarsi al Do It Yourself fondando la indie Dynosupreme, gestita in collaborazione con Robin Proper Shepard, ex leader dei God Machine, un altro personaggio in forte credito con la buona sorte.
Un contratto di distribuzione con il nascente colosso tedesco Edel assicurerà almeno una buona reperibilità al disco, ma viene mantenuto il logo Dynosupreme sulla confezione: segno di fedeltà alle proprie origini DIY, anche all’interno del circuito mainstream, e come simbolo di autonomia creativa, una scelta affine a quella di molte band della scena post-hardcore di quegli anni (pensiamo alla Amphetamine Reptile negli USA, o alla Blast First).
Nell’estate del 1995 finalmente Superstate vede la luce, con l’aggiunta di 3 brani composti durante il periodo di purgatorio della band e con un cambio di batterista. Come abbiamo già accennato in apertura il disco riceve un’accoglienza di tutto rispetto da parte della critica Inglese e anche in Italia la stampa di settore sembra entusiasta del lavoro. Sul numero di Gennaio 1996 del mensile Rockerilla gli Skyscraper sono il secondo nome di punta del periodico, subito dietro all’ enorme esposizione mediatica degli Oasis, che ricevono l’onore della foto di copertina. Nella playlist della redazione Superstate è terzo miglior disco del mese, davanti a grossi nomi come Deftones, Napalm Death, Living Colour, Marilyn Manson e Rocket from the Crypt.
In una bella intervista tenuta in un pub di Camden con l’inviato Scott Sterling Wilder, Adi e Vic esprimono tutta la loro soddisfazione per il risultato raggiunto, ma anche rabbia e frustrazione per i mesi di lavoro persi e preoccupazione per i debiti accumulati che potranno essere ripagati con le royalties che finalmente dovrebbero iniziare a ricevere.
Inoltre sentiamo per la prima volta una definizione coniata dal bassista per inquadrare la proposta del gruppo: “La mia idea è che il nostro sia “Sonic Metal”. Quando ho coniato il termine non avevo ben chiaro cosa intendessi, ma il termine suonava bene per il tipo di musica che avevo in mente di fare”.
E Sonic-Metal sia!
Ovviamente non parliamo di metal in senso stretto: niente assoli né mitologia ortodossa hard & heavy, ma un puro e semplice assalto alla giugulare. Una violenza sonora costante, capace di evocare l’atmosfera di degrado urbano e l’alienazione dell’Inghilterra post-industriale. “Sonic” per l’uso creativo e spesso disturbante del feedback, delle dissonanze, dei riff non convenzionali.
Ma Superstate è soprattutto un disco dove sono le canzoni a farla da padrone, spinte in orbita da una prestazione da manuale di Kemlicz al microfono.
Non è un’ eresia affermare che la voce di Victor non avesse nulla da invidiare a quella dei grandi nomi degli anni 90, in bilico tra l’intensità di Rollins e le vette drammatiche di Layne Staley. Ma per restare negli annali e nella memoria del grande pubblico serviva una hit-single a fare da traino. Ce n’erano potenzialmente almeno quattro, tra cui i due singoli a cui abbiamo già accennato e una Man Made Hell il cui riff iniziale apre una grata e ti trascina nei bassifondi di una Londra fatta di cemento e nebbia.
Ma la vera gemma nascosta della raccolta è sicuramente Petrified, uno di quegli innumerevoli appuntamenti mancati con la storia di cui i fondali della musica leggera sono strapieni. Un diamante mai venuto alla luce della notorietà, con il rimpianto di non aver avuto una major a promuoverlo adeguatamente. Strutturata secondo gli stilemi tipici del periodo, la canzone ha come punti di forza un crescendo e un chorus in cui Kemlicz esprime la sua frustrazione per una situazione di stallo emotivo e di incomunicabilità.
Se proprio si volesse trovare un difetto a Petrified si potrebbe accennare alla mancanza di un breve lead-break di chitarra, alla maniera di una Smells Like Teen Spirits, al posto del quale la band inserisce un intermezzo rumorista denso di feedback e di effetti.
Nonostante il budget limitato il solito Mosimann si esprime alla grande dietro la console, e conferisce a Superstate il suo marchio di fabbrica con un sound freddo e industriale. Le chitarre scolpiscono la pietra, i suoni della batteria sono asciutti e il basso spesso è usato con toni distorti ed esasperati. Non a caso, molte recensioni dell’epoca sottolinearono come Superstate avesse più a che fare con l’ingegneria del suono che con il rock classico: era un disco pensato per essere ascoltato in maniera fisica, in cuffia o in ambienti chiusi, dove ogni ronzio e pausa poteva farsi spazio come parte dell’arrangiamento.
Viene prodotto anche un video di supporto al CD-singolo che si muove benino nelle indie-charts, e la band aggiunge un secondo chitarrista alla line-up, specialmente in vista delle numerose date dal vivo in programma. L’attività live è capillare ed anche le venues sono di buona qualità perché la band ha la possibilità di aprire per grossi nomi come Killing Joke, Prong e Sebadoh.
Pur continuando a essere i beniamini della critica di settore, tanto da meritarsi un altro riconoscimento come Single of the week con il pezzo Never Again su Kerrang!, con una foto in cui vengono sponsorizzati da McKintosh e Holmes dei Paradise Lost, non saranno mai in grado di varcare la Manica e portare il live show in Europa continentale.
Shooters – Il canto del cigno
Nel marzo del 1998 esce il secondo album, Shooters, sempre sulla loro Dynosupreme, ma la band è in evidenti difficoltà economiche e con il morale sotto le suole. Senza una vera promozione, l’album è lanciato “in sordina”: nessun tour, poche interviste o articoli. Lo scioglimento è la triste ma ovvia conclusione della loro storia.
I soliti fedelissimi Metal Hammer (A great big bastard of a rock noise) e Kerrang! (4 K! su 5) accolgono comunque il disco con toni entusiastici, e a ragion veduta dato che il lavoro si presenta con un livello qualitativo molto alto. Il sound risente della grigia atmosfera di smobilitazione che si respira in studio, e di conseguenza tra le composizioni non ne troviamo una che tocchi le vette di Superstate, ma complessivamente i momenti degni di nota sono tanti.
True Love, contrariamente a quanto potrebbe far pensare il titolo, non è una ballad né un inno sentimentale, anzi procede in modo spietato su una sequenza di accordi aperti diventando sempre più incalzante.
Bury Me, introspettiva e melodica, intonata con voce struggente, è invece la cosa più vicina a una ballad partorita dalla penna di Kemlicz, con una sognante armonizzazione delle chitarre nel finale.
Broken e She Knows giocano con suoni acerbi, la prima costruita su un riff di basso distorto di Adi e con un ritmo sostenuto, rappresentano l’anima post-hardcore della band.
Cala il sipario.
Da quello che ci è dato sapere, dopo il 1998 Victor non ha perseguito una carriera pubblica post-Skyscraper. La sua unica attività musicale nota è stata la cura postuma della propria discografia su Bandcamp, a vantaggio dei fan. Il suo percorso resta legato all’eredità degli Skyscraper piuttosto che a nuovi progetti: un artista che ha preferito il dignitoso silenzio ai tentativi di restare sotto le luci del palco. Questo fino alla sua prematura scomparsa avvenuta nel settembre del 2022 a causa di un male incurabile.
Qualche notizia in più abbiamo invece su Adi Vines, a volte attivo sul forum degli Swervedriver. Attualmente usa la propria esperienza per lavorare come guitar tech e road manager di varie band, incluso qualche nome famoso come The Darkness e Judas Priest.


Shooters – Il canto del cigno