Quando uscì Mata Leão, i Biohazard erano già dati per spacciati. A parte la separazione polemica con Bobby Hambel, era il loro ultimo disco, State Of A World Adress ad aver suscitato molti dubbi sul futuro del gruppo. Sembrava che non sapessero più dove sbattere la testa, detto in sintesi. Ma compattarsi in un trio, affidarsi a un buon produttore (che all’inizio non voleva neanche lavorare con loro) di nome Dave Jerden, e chiudersi in uno studio di registrazione lontano da casa e dalle amicizie più turbolente, li aiutò a realizzare un lavoro compatto, lucido e piuttosto ispirato; per essere un disco dei Biohazard, ovvio.
Per me non hanno mai significato molto. Li vedevo di sfuggita in TV e la prima volta in cui sentii davvero con attenzione qualcosa che avevano realizzato, fu la cover di After Forever su Nativity In Black. Al tempo iniziò la santificazione dei Black Sabbath, “quelli veri con Ozzy”, dopo gli anni bigi di Tony Martin, e anche i Biohazard riconobbero un grande debito verso di loro.
In effetti, i riff di chitarra di Mata Leão sembranoscarti di una jam di Tony Iommi con Geezer e Ward, una di quelle non così produttive, ma è vero: il tessuto chitarristico di brani come Control o Authority è debitore ai Sabs, così come brani meno d’assalto e più atmosferici tipo Modern Democracy in fondo possono essere ricondotti a certe cose sentite su Sabbath Bloody Sabbath. Il metal primordiale però è solo uno degli elementi che definiscono la baracca dei Biohazard, non devo spiegarvelo io.
In Mata Leão, soprattutto nella seconda parte, è principalmente un ritorno alla vecchia scuola hardcore, ma senza particolari spunti. C’è tanta energia sì, ma pezzi che si reggano in piedi da soli, al di là del culto della personalità dei Biohazard come entità collettiva, affratellante e fideistica, non se ne trovano molti. Direi che come musicisti siano stati un po’ sopravvalutati. D’accordo, vederli dal vivo sarà stato figo negli anni in cui divennero famosi, ma oggi, attraverso i loro dischi, non saprei bene cosa pensare di loro.
In Vain mi piace, è strana, ipnotica e insinuante come parecchia musica anni 90 che mi piace. E quando parte il riff doom inizio a scendere in un inferno domestico. Anche Thorn mi colpisce da subito e Waiting To Die, per quanto sia un rap-metal un po’ datato, mi apre una strada suburbana nel cervello, in bianco e nero, al rallentatore, su una galleria di tossici che strisciano per le strade in preda a deliri d’astinenza.
Non credo che nel 1996 i Biohazard fossero ancora sul pezzo. In effetti in mezzo all’ondata dei vari Korn, Limp Bizkit fino a Linkin’ Park e via dicendo, non ricordo di aver visto sfilare pure loro sui carri principali di quel carnevale in braghe lunghe e dread. Sono stati dei precursori di tutto quel crossover manipolato e pastellato dalle major e alcuni producer furbacchioni, ma loro se non altro, avevano un autentico spirito indipendentista e individuale che male si sarebbe trovato in cima alle classifiche da cui discesero quasi subito. A riguardo, qualcosa mi dice che Mata Leão, pur mantenendo a distanza di anni una certa freschezza nei suoni e un impatto indiscutibile, non abbia fatto miracoli in quel senso. Guadagnarono credibilità tra la critica ma il pubblico non si smosse di molto verso la loro causa.
Certo, oggi gruppi come i Biohazard non ce ne sono più e mi domando cosa combinino loro, nel caso siano ancora in giro. Per dire, un disco che si intitola Uccisore di leoni avrebbe i suoi cazzi, tra animalisti, terroristi ecologisti e altre sotto-categorie assurde e pazzoidi che però, certo, non bisogna far sentire escluse dalle democrazie mercantili: c’è spazio per tutti al banchetto delle alte finanze.
E poi non parliamo della faccenda del diario della band. Ne sapete nulla? Ma sì, quello che scandalizzò e disgustò persino Gene Simmons. Ho letto dichiarazioni tremende sui limiti artistici dei Motley Crue in relazione a come trattarono le donne durante i primi anni di carriera. I Biohazard oggi, con le loro posture spaccone da guerrieri boomer metropolitani, chissà se hanno l’ardire di ammettere la loro fascinazione per le armi, come una volta o se continuano a scattare polaroid da aggiungere al suddetto book. Io spero di sì.

