Crush – Il grunge dei Crimson Glory

I Crimson Glory oltre il secondo album Trascendence, per me ancora oggi tra i dischi metal a-s-s-o-l-u-t-i, sono stati un’avaria continua. Intanto il “guilty pleasure” Strange & Beautiful, con cui il gruppo sul più bello ha praticamente pisciato sui piedi a se stesso, poi lo scioglimento prematuro. Persino i progetti nati dalle ceneri del gruppo hanno finito per infangarne la memoria e imbarazzare tutti quanti. E come se non bastasse, quando alcuni membri della formazione originale, hanno deciso infine di rilanciare nello spazio l’astronave madre nella seconda metà degli anni 90 beh, le cose sono andate pure peggio di Strange & Beautiful.

Nel periodo di fermo tra il 1991 e il 1999, dalla carcassa della band sono quindi venuti fuori due progetti: Parish e Crush. Il primo, gestito dal chitarrista Ben Jackson e dal batterista originale Dana Burnell, sono stati più vicini allo stile heavy classico dei Glory, ma senza grandi guizzi; il secondo era un intruglio ideato da Jon Dreanning, quando ancora il nome della cosa era Erotic Liquid Culture, poi sviluppato solo da Jeff Lords e Ravi Kackhotia con il nome più innocuo e rogheròl Crush.

Sulla carta, il disco doveva essere più incentrato sul rock anni 70, quindi nelle intenzioni avrebbe potuto rievocare la “met’anima” vittoriosa di Strange & Beautiful, e sviluppare un discorso “seventies” libero da tare ereditarie epic-prog metal.

Ma a sentirlo oggi, visto che grazie alla rete sono riuscito a farlo solo dopo molti anni, scopro che quel lavoro omonimo, pubblicato da un’etichetta chiamata Paradigm Recods nel 1996, risultava davvero grungettone, con l’aggravante di essere in netto ritardo sulle tendenze di quel genere.

Non si tratta di un brutto lavoro, ma spudoratamente ammiccante a un pubblico che con i Crimson Glory non aveva mai avuto a che fare e che già da tempo anche gente come i Red Hot o gli Ugly Kid Joe faticavano a tenere insieme.

Si sente parecchio l’influenza dei Soundgarden, dei Jane’s Addiction e c’è una gran cianfrusaglia funky metal (It, Die Fucking, Judas Jesus) che di sicuro estenuò i recensori di allora; era da due anni che il genere olezzava quanto il cadavere lasciato al sole degli Scatterbrain.

Non sto dicendo che un appassionato di quel piccolo anfratto post-grunge-filo-metal praticato soprattutto da celebri gruppi ex anni 80 con l’infatuazione momentanea per Alice In Chains, Red Hot Chili Peppers + Black Album, non potesse trovar gradevole l’omonimo dei Crush, penso solo che quel genere di pubblico fosse davvero esiguo e lo dico da pervertito di quella roba lì.

No Stone in apertura è trascinante e ha una buona melodia appiccicaticcia, ma presto è chiaro il contenuto che segue: si tratta di un rastrellamento di stili di altri gruppi senza che una concreta personalità emerga mai davvero e si imponga su tutto quel bric-a-brac crossover anni 90.

Quegli anni erano stati folti di gente capace di esplorare e imporre un proprio stile. C’erano i Pearl Jam, gli Helmet, i Paradise Lost, gli Ugly Kid Joe, gli Smashing Pumpkins, tutti gruppi ammessi nella cerchia dell’hard and heavy ma con un proprio carattere. I Crush misero tutto quel profluvio di nuove band assieme e presero un po’ da ciascuno invece di andare anche loro alle fonti, vale a dire gli anni 70 degli Zep, gli Husker Du, i Grand Funk o gli Stooges.

Se prendete Soul Searchin’ e chiudete gli occhi, vi ritrovate nel 1993, ma in un luogo dove non c’è più nessuno, tranne la puzza di sudore del concerto dei Nirvana di due anni prima. Ci sono quegli arpeggi sghembi e un po’ orientaleggianti, le ritmiche spruzzate di tribalismo qui e là, le tematiche omnie-spiritual-metropolitane di quegli anni fancazzisti più un senso di caducità che fa tenerezza a sentirlo oggi.

Nell’album c’è qualche momento davvero avvincente, almeno per me, come Into The Blue o What God. Sono esempi di gran buon mestiere; poi sapete cosa, la confezione produttiva generale è coriacea, tosta davvero: il disco bussa forte e da quel punto di vista sprigiona una grande energia, però non ci sono vere idee.

I Led Zeppelin in fondo li potete trovare, ma vanno cercati con pazienza. Arrivano verso la fine del lato B: All For Nothing, che è No Quarter se l’avessero scritta i Black Sabbath.