Pane figa e Vasco

Mi sono lasciato convincere per curiosità, per spirito antropologico, forse per non mandare in malora un biglietto acquistato 1 anno fa da mia moglie, ad assistere a un concerto di Vasco Rossi. Nonostante la mia formazione musicale affondi le radici in decenni di progressive, da Mahler a Zappa, da Coltrane ai Radiohead, ho pensato: perché no? Anche l’osservazione del fenomeno popolare ha una sua utilità, se affrontata con occhio critico. Ma ciò a cui ho assistito è andato ben oltre ogni previsione.Il luogo, anzitutto: ki Stadio Olimpico trasformato in una bolgia di birre sventolate a 8 euro, magliette stinte e urla pre-confezionate e fascette da legare al poggiatesta della Clio del 2004. Un senso di provincialismo esasperato aleggiava ovunque, come se l’Italia non si fosse mai scrollata di dosso gli anni ’80, non solo musicalmente, ma anche culturalmente.

Vasco Rossi o “il Blasco”, come lo chiamano con un’intimità da bar sport, entra in scena tra fuochi, fumo e slogan gridati, accolto da un’ovazione che somiglia più a una partita della Nazionale che a un concerto.

E quindi la musica?

Ripetitiva, monocorde, spesso al limite dell’intonazione. Gli arrangiamenti sembrano concepiti per un pubblico che non ha mai varcato i confini di una autoradio sintonizzata sulle hit degli ultimi dieci anni.

Ogni brano è accolto come un inno generazionale, ma con parole d’ordine prive di reale spessore: “libertà”, “vita spericolata”, “ostinata”, “ribellione”. Una ribellione, sia chiaro, totalmente “addomesticata”.

Un’illusione da sabato sera, consumata tra selfie e cori da matrimonio.

Non è tanto la musica in sé a colpirmi, dopotutto ogni espressione artistica ha il diritto di esistere ed essere rispettata, quanto la complicità cieca e senza distanza critica del pubblico. Un’adorazione viscerale, talvolta imbarazzante, verso un cantautore che da decenni propone la stessa formula, senza alcuna evoluzione o rischio. La sua “poesia”, celebrata come oro colato, spesso è banalità in metrica, un’autistica gara in ottave paesane: versi costruiti su rime scolastiche, concetti prevedibili, emozioni grossolane.

Ma forse il problema non è Vasco Rossi.

Il problema è ciò che rappresenta: una cultura popolare che si accontenta, che si compiace della sua stessa mediocrità, che si rifugia in un’identità “rock” costruita su cliché e nostalgia. È l’assenza del dubbio, il fastidio verso la complessità, l’esaltazione dell’immediatezza sopra ogni forma di profondità.

Parliamoci chiaro, il Vasco di fine ’70 fino a metà 80 ha fatto cose pregevoli e una riscoperta dei brani meno noti è come una sorta di riappacificazione con questo artista ma nella scaletta del concerto, di tutto quel tesoro d’annata c’è poco o nulla: i pezzi sono estratti quasi tutti dagli album degli ultimi decenni.

A un certo punto ricevo la risposta DEFINITIVA alle mie domande. Mi cadono gli occhi su uno “striscione” mostrato con fiera dignità da un ragazzo nel “prato” dell’Olimpico. C’era scritto: “ PANE FICA E VASCO”.

Allora tutto mi è sembrato ovvio,

Vasco per tutta questa gente rappresenta il bisogno primordiale di un qualcosa di vitale.
L’uomo di cro magnon aveva bisogno di cibo, un posto in cui ripararsi e del fuoco per scaldarsi. A un certo punto eccomi li catapultato milioni di anni addietro.
Gente che ha assistito allo stregone in azione nel proprio tempio per 20/30 volte dal vivo, che ascolta solo lui e che cerca Il pane (e salame) per il sostentamento del corpo, la fica per dare sfogo agli impulsi umani e Vasco come guida spirituale.

Non più un concerto ma una messa una liturgia per esemplari che muovono lo sguardo ammirato verso il sole e la vastità del cielo senza riuscire a tradurlo in modo più eloquente di un primordiale uuuuh… anzi eeeeeeeee.

Sono anche loro bisognosi della stessa nutrizione di chi, come me, sente King Crimson o Debussy ma non hanno la capacità metabolica che ho io. Forse stanno meglio di me, sempre inquieto e in cerca di chissà cosa, nelle miriadi di gruppi o compositori che provo e riprovo, esploro, abbandono, ritrovo e accumulo, accumulo.

Il grande Karaoke degli anni 2020, i fuochi d’artificio che accendono il palco, gli abbracci tra la cassiera della Conad e il gommista che a nero ti mette la copia cinese delle GoodYear è compiuto, il rito si consuma in quasi 3 ore.

Ok, forse sono io, ma che cazzo di problemi ho?? Goditi questo cazzo di concerto e stai zitto….è proprio lì il problema però, la mente viaggia e io la pacca sulle spalle da Vasco non me la voglio far dare.

Sì, la pacca sulla spalla, perché il Blasco è lo stregone inarrivabile, ma appartiene alla tua stessa tribù: è uno come te che ha questo dono di parlare agli spiriti e far passare la malinconia con la magia degli accordi e delle parole. Se ne sta chiuso nel suo tempio ma dopo esce e cammina accanto a te e quando tu inciampi nella vita, lui che ha già inciampato tante volte sui medesimi sassi, ti aiuta a rialzarsi e ti dice: eeeeeh, lo so, lo so.

Sapete tutto sui discorsi nei quali si dice che lui abbia sbagliato molte volte e con caparbietà si sia sempre rialzato (beato lui aggiungo).
Allora il dubbio in me, monta come un albume sparato a 100.000 giri, come stai? Ti distingui dal luogo comune? non so rispondere e rimango imbambolato.

Forse nemmeno me la voglio dare una risposta, perché delle volte è giusto lasciar correre e vivere quello che semplicemente è. Non per forza bisogna indagare e scandagliare, rimango dall’altra parte e me la faccio andare bene così.

Mentre mi allontano tra i fumi di panini alla salsiccia e l’eco di “Alba chiara” cantata da decine di migliaia di bocche ubriache di appartenenza, mi domando: è davvero questa l’Italia musicale che vogliamo? Una patria dove il culto della semplicità si trasforma in ostilità verso ogni forma di raffinatezza, ricerca, evoluzione, chiamatela come cavolo vi pare!?

Secondo voi è una domanda lecita? È una domanda che ha un senso nel 2025 o in generale? È semplicemente boomerismo malsano da 4 spicci?
Non la voglio una risposta perché evidentemente intorno a me già la trovo.E infine arriva lei, come un’ancora di salvataggio gettata dagli ALTRI Dei che hanno assistito alla mattanza della creatività… l’accoppiata brain damage/eclipse che aiuta gli adepti a defluire dallo stadio.Aria fresca di 52 anni che illumina i 30 minuti a piedi che mi aspettano prima di ritornare alla macchina e fare ritorno a casa.

Il problema sono io, non siete voi, voi avete goduto e io ho ragionato.