Quando una cover ti salva la carriera

La magia del Riciclo Musicale ovvero, come diventare leggendari facendo le cose degli altri (meglio degli altri). C’era una volta un’epoca in cui gli artisti dovevano scrivere le proprie canzoni per essere considerati autentici. Che ingenuità! Oggi sappiamo che la vera arte sta nel prendere il pezzo di qualcun altro e renderlo così tuo da far dimenticare a tutti chi l’aveva fatto prima. È la magia del cover-washing, una pratica tanto nobile quanto redditizia.
Il Santo Patrono: Johnny Cash e il Miracolo di Hurt.

Partiamo dal caso più eclatante, quello che ha fatto scuola. Cash e i Nine Inch Nails. Qui abbiamo assistito a un vero e proprio miracolo laico. Il vecchio e iper-bollito cantante rock ridotto a girovagare nelle balere del sud, l’ex uomo in nero che negli anni ’90 era considerato un po’ come quel nonno che racconta sempre le stesse storie di guerra.

Ed eccolo che improvvisamente si trasforma nel il poeta maledetto del nuovo millennio. Come? Semplice: ha preso una canzone dei NIN, l’ha cantata con la voce di uno che ha visto troppo, e boom! Instant classic.

Il bello è che ora tutti pensano che “Hurt” sia sua. Trent Reznor, il vero autore, ha praticamente regalato la canzone a Cash dicendo che ora era più di lui che sua. Grande sportività.

Ma Cash non è l’unico caso di resurrezione artistica tramite cover. La storia della musica è piena di band che hanno trovato la loro ragione d’essere nell’interpretare i pezzi altrui.

Prendiamo The White Stripes con Seven Nation Army – ah no, aspetta, quella è loro. Facciamo Jimi Hendrix con All Along the Watchtower di Bob Dylan. Ecco, questo è un caso perfetto: Dylan scrive una canzone, Hendrix la prende, la elettrifica, e improvvisamente anche Dylan preferisce la versione di Hendrix. È il capitalismo musicale al suo apice. Per non parlare, sempre riguardo Hendrix dell’altro grande classico, Ehy Joe. Dite la verità, credevate l’avesse scritta lui, eh? No, l’autore è un certo Billy Roberts, cantante country. Ma chi se lo ricorda?

Poi ci sono i veri maestri della disciplina “fattilecanzonideglialtri”, quelli che hanno reso la coverizzazione una filosofia di vita. I Metallica, per esempio con l’intero album Garage Inc. dedicato al concetto rivoluzionario che “se non sai cosa fare, suona i pezzi dei tuoi eroi ma più forte”. Geniale! È come se uno chef stellato pubblicasse un libro di ricette copiando da Nonna Papera, ma con più pepe.

E che dire di Elvis? L’uomo che ha reso famosa la frase “grazie, grazie molto” ha praticamente costruito la sua carriera su cover di artisti afroamericani. Certo, all’epoca si chiamava “reinterpretazione culturale”, ma oggi sappiamo che era semplicemente un visionario del sampling analogico.

Il bello delle cover è che democratizzano il talento. Non serve essere un genio compositore come Prince o Robert Fripp. Basta saper riconoscere una buona canzone quando la senti e avere la faccia tosta di dire “questa la posso fare meglio io”. È la meritocrazia musicale. Prendi la mia idea talentuosa e rendila più figa ancora. A te non sarebbe mai venuta in mente, ma cosa importa, tu sei riuscito a farne un uso migliore. O almeno a tradurla nelle lingue emotive di più persone.

Guardate i Disturbed con The Sound of Silence di Simon & Garfunkel. Hanno preso una delicata ballata acustica e l’hanno trasformata in un inno metal che fa piangere anche i sassi. Paul Simon probabilmente si è chiesto perché non ci aveva pensato prima ad aggiungere una sezione ritmica che suoni come un terremoto.

In un’epoca di writer’s block collettivo, le cover sono diventate la salvezza dell’industria musicale. Perché sforzarsi di inventare nuove melodie quando ce ne sono già milioni di perfette che aspettano solo di essere riscoperte?

È riciclaggio creativo, sostenibilità artistica, economia circolare applicata alla musica. E poi, diciamocelo, qual è la differenza tra una cover e un “sample”? Solo l’onestà intellettuale di ammettere che stai facendo la canzone di qualcun altro. I rapper almeno sono sinceri: prendono il pezzo, lo campionano, e ti dicono pure da dove l’hanno preso.

I rocker invece fanno finta che sia una “reinterpretazione”.

In definitiva, le cover sono la prova che in musica non conta chi arriva prima, ma chi arriva meglio. E se questo significa che Johnny Cash verrà ricordato per “Hurt” più di Trent Reznor che l’ha scritta, beh, questa è la poetica giustizia del mercato musicale.

Del resto, Shakespeare “copiava” le trame dai cronisti e dai drammaturghi precedenti. La differenza è che nessuno aveva YouTube per dimostrarlo.

Forse è meglio così: immaginate se esistesse un video di Christopher Marlowe che canta “Essere o non essere” in versione acoustic unplugged.

L’importante è farlo con stile, con rispetto e, soprattutto, con quella faccia tosta che solo i veri artisti sanno avere. Perché alla fine, come diceva Oscar Wilde, “il talento imita, il genio ruba”. E se lo dice Oscar Wilde, che a sua volta probabilmente ha rubato questa pillola e molto altro a qualcun altro, allora deve essere vero.