I Pitchshifter tutto attaccato

Se siete fedeli seguaci del Fuzz Pascoletti e avete letto solo le sue riviste, probabilmente pensate che i Pitchshifter siano stati per un po’ una specie di evento nel panorama rock metal nazionale anni 90 e primi 2000. Se invece eravate in fissa con Klaus Byron o Signorelli e quindi leggevate solo Flash o Metal Hammer, il nome di questo gruppo vi dica poco o nulla. Non credo di esagerare a scrivere così.

Per il Fuzz i Pitchshifter o (Pitch Shifter con lo spazio in mezzo fino a dato momento della loro carriera) sono stati una band decisamente importante, su cui scommettere e dalla quale aspettarsi qualcosa. E bisogna ammettere che a riascoltarli, dopo molti anni, per quanto i loro dischi non sfuggano all’effetto un po’ stantio di certa fantascienza anni 90, quella influenzata dal cyber e dal punk, dall’Apocalisse di Giovanni e dal mito di Babilonia, ci vuole poco a capire, anche per uno che non ha mai pensato che i Ministry e i White Zombie sarebbero sul serio stati il futuro del metal, che meritavano supporto e fiducia, specie per un disco come Infotainment?

Ma resta il fatto che Pascoletti faceva un po’ il suo giornalismo glamour, sognava di “lanciare qualcosa” e mettendo in copertina i Pitchshifter lasciava carambolare la pallina di neve giù per la discesa montana sperando in una valanga che… almeno tra Mantova e la Maranella non si concretizzò. Questo gruppo inglese, pur bravo e intelligente, non si trasformò in un fenomeno come i Prodigy, almeno in Italì.

Non capitò solo con loro. Penso ad altre squisite cantonate del Pasko, come i 69 Eyes, i C.I.T.A e via così. Erano gruppi validi ma non divennero mai dei piccoli fenomeni sociali come lui di certo auspicava e nel suo piccolo provò a concretizzare.

Per carità, mettere in copertina una band poco conosciuta, sperando di anticipare un fenomeno futuro e distinguersi dalle altre uscite (vedi Mancusi con i Rammstein, sempre sul Metal Shock) è intelligente e persino militante (nel senso della critica) ma non è giornalismo.

Va bene prendere posizione ma sbattere un certo mostro in prima pagina, mentre in Italia le altre riviste ripiegavano sui soliti Ozzy e Steve Harris o Mustaine non rappresentava la realtà vera, almeno qui da noi.

Perché qui da noi erano effettivamente i dischi e le beghe cronachistiche di quei tizi, Ozzy, i ‘tallica, Megadave, i Manowar, a interessare e a fare, nel loro misero anfratto culturale, risonanza.

Usando il megafono di un magazine specializzato, capace di arrivare a vendere di un numero qualsiasi con in copertina Steven Tyler a torso nudo, svariate decine di migliaia di copie, si rischiava di ingannare la percezione effettiva delle cose per quei numerosi lettori. Parlo di Metal Shock e non di Psycho, date le cifre.

I Pitchshifter su Metal Hammer non furono neanche recensiti, nel 1996, per dire. Colpa di Signorelli e Pera? Non saprei, forse erano solo distratti e troppo affaccendati, diciamo che anche loro erano tipi che una posizione su quello che pensavano valesse qualcosa la prendevano. Al di là dei numeri di vendita della rivista, dei dischi o dell’affluenza ai concerti; quindi al di là del giornalismo e della realtà vera delle cose.

Per dire, molti metallari cresciuti con Metal Hammer Italia, pensano ancora che i Killing Joke anni 90, Imaginos dei Blue Oyster Cult, i Prong e i Rush di Test Of Echo siano stati pregnanti nel mondo metal internazionale; almeno quanto i Megadeth di qualsiasi Crypting Writing o Visions degli Stratovarius, ma così non è, non solo fuori ma nemmeno nel nostro paese. A dominare le cose in Europa c’erano i Pantera, i Machine Head, i Korn e i Cradle Of Filth, i TON, i Morbid Angel.

Con buona pace del Signorelli che proprio non li sopportava.

Tornando ai Pitchshifter e Infotainment? le cose per il gruppo si facevano via via più intriganti in proporzione a quanto l’ingrediente metal si riduceva. I brani sono accattivanti, molto ritmati e ormai tipicamente industrial heavy. La parola in voga allora era “groove” e il loro portavoce J.S. Clayden se ne riempiva la bocca a ogni dichiarazione.

Sì, c’erano i riffoni un po’ alla Pantera, ma le ritmiche e l’attitudine pensosa non c’entravano molto con il metal, per quanto sia ancora oggi proprio quella dei testi e del concept la parte davvero più vivace e interessante del disco, almeno per me.

Lo è di sicuro a distanza di 30 anni perché la dice lunga su come già al tempo, nella metà degli anni 90, quando il mondo non era dominato via internet, il narcisismo come dimensione sociale, l’arrivismo dalle logiche darwiniane fossero già tendenze tossiche in voga.

In particolare, partendo dallo spunto del titolo (info + entertainment) fa riflettere la denuncia di Clayden dell’abisso del giornalismo come puro intrattenimento. Oggi i podcast di truecrime sono amatissimi e mostrano quanto quell’andazzo – morte uguale svago, si sia incistato fino al cancro terminale.

Diciamo che in quel periodo, come i Pitchshifter, erano molti i gruppi che, partiti dal death o da altre frange estreme avevano poi avuto l’ardire di complicarsi la vita scegliendo di non ripetersi e imboccare un qualche percorso stilistico distintivo.

Erano gruppi meravigliosi perché, nonostante le accuse dei resistenziali di allora sulla scarsa coerenza e la voglia di ammorbidirsi, di rendersi accessibili e commerciali, la verità era che nessuno di loro, dai più fortunati come Paradise Lost ai più sfigati come gli Amorphis, aveva la certezza di vendere di più cambiando suono alle chitarre.

Ogni passo discografico di quei gruppi era un possibile crack sul lago di fuoco del caso che li avrebbe precipitati nelle gelide acque dell’incertezza economica; gelide come l’inferno d’oriente.

I Pitchshifter iniziarono violentemente con la Earache, al tempo in cui questa era sinonimo di Death, Grind + Godflesh e continuarono a crescere in seno alla stessa durante gli anni in cui gruppi come Carcass, Napalm Death ed Entombed andarono effettivamente in crisi profonda fuori dal circuito indipendente. Infotainment? resta ancora oggi un valido passaggio verso le prove esaltanti di poco successive, quando il Fuzz usò le forze ristrette di Psycho per diffonderne il verbo in Italia, spingendosi fino a dargli la copertina, come si diceva.

Curioso che proprio lui, Pascoletti, in uno dei tanti numeri di Classix Metal, finì per usare una pagina che gli era avanzata prima di andare in stampa, per uno strano editoriale in cui ridancianamente accusava i Pitchshifter di averlo deluso e se la prendeva anche con stesso per essersi sbagliato clamorosamente su di loro fino a investirci una copertina.

Peccato che abbia sentito il bisogno di ripudiare questo suo momento passato, davanti a un pubblico totalmente indifferente ai suoi trascorsi pesantemente alternativi di Psycho! e le sue ancora latenti fisse industrual e goth professate via Ritual. Non so a cosa sia servito. Non so a cosa serva, in genere ricusare, rivangare le scelte personali trascorse. Io lo faccio sempre, ma me lo domando ogni volta. Tanto nessuno si ricorda un cazzo, vero? Tanto a nessuno frega un cazzo di niente.