Mi sono chiesto in questi giorni, mentre mi sforzavo di mettere giù queste quattro righe in croce, quanto senso potesse avere parlare di un disco come Innocent Is No Excuse. Nel bel mezzo dell’indifferenza di molti, delle ferie estive e delle strade assolate voglio dire, a chi può interessare nel 2025 la recensione di un disco metal uscito quarant’anni prima e mai davvero apprezzato?
C’è chi ha scomodato un presunto revisionismo, chi la spiega parlando di egocentrismo, il punto è che su Sdangher le cose le facciamo perché abbiamo voglia di farle, per ispirazione o perché non abbiamo di meglio per ammazzare il tempo. Non è una questione di endorfine e non dobbiamo rivendicare un posto nel market place globale. Tanto per dare un’idea, sappiate che nella stalla il fatto di collocarsi dentro o fuori i social è ancora in queste ore oggetto di viva discussione. La verità è che come diceva Italo Calvino, per non soffrire “nell’inferno dei viventi”, diamo spazio e valore a ciò che inferno non è, o almeno ci proviamo.
Innocence Is No Excuse è il primo disco dei Saxon per una major e l’ultimo con Steve Dawson in formazione. Coincidenze? In questo caso sì. “Chissà perché”, dice Byff, “nessuno accusava i Def Leppard per essersi svenduti agli ammerigani, men che meno i Maiden nati e cresciuti sotto la stessa EMI, mentre noi per questi tre-quattro dischi melodici finiamo costantemente messi in croce e per poco non ci giocavamo la carriera”.
Un po’ lo capisco il povero Byff, che dopo il famigerato tour con i Motley Crue lui era ossessionato dall’America, belle donne, facili e disinibite, spazi sconfinati e petrodollari, una Disneyland per maggiorenni come disse qualcuno. Di più, i Saxon cercarono a tutti i costi di piantare le tende oltreoceano e non si fecero scrupoli nel tentativo di svecchiare il sound.
Mentre mollavano la Carrere in attesa di accomodarsi in EMI, la band iniziò a comporre il nuovo disco senza sapere chi lo avrebbe prodotto e distribuito. Non è colpa quindi della EMI se Innocence Is No Excuse suona proprio così, né della sussidiaria Parlophone cui la band sarebbe stata scaricata tempo zero. Nell’incertezza, Byff e Dawson iniziarono a mettere giù i brani del nuovo disco facendosi guidare dall’ispirazione, che poi vai a sapere se era strategia o ispirazione effettiva.
Noi al nostro vocalist vogliamo un gran bene, diviso com’è in cuor suo fra auto-assoluzione, con conseguente ricerca del capro espiatorio di turno, il dover dire quello che i fans vogliono sentire e l’onestà intellettuale. Una sorta di Dottor Jekyll e Mr. Hide che affiora a ogni intervista, stralcio di news, biografia.
Ogni occasione è buona per tirare dentro l’etichetta che li scarica, il management che non dà consigli, la sussidiaria che non li segue. La vita di un artista, come quella di quasi ogni lavoratore, è fatta anche di errori e scelte sbagliate; ecco che metterle in piazza non aiuta a ponderarle per il loro peso effettivo ma sembra quasi più un pretesto per riempire pagine di libri e biografie; in sostanza per dare in pasto ai fans contenuti pressoché inutili e fini a se stessi.
Lui lo negherà con tutte le sue forze ma dischi come questo non sono né il risultato di pressioni dall’alto, né sventure capitate fra capo e collo del povero artista impegnato ad assecondare il proprio estro. Si tratta nel migliore dei casi di situazioni in cui la band punta a misurarsi con il presente e magari portare a casa qualche soldino in più. In altri, molto più probabili, sono il frutto di una strategia di marketing consapevole. Peccato perché in entrambi in casi il risultato, nello specifico, è un gran bel disco.
“Innocence…” porta la firma di Byff e Steve Dawson ed è un lavoro che invecchia bene, per i miei gusti.
Superiore e non di poco al suo predecessore e ai successivi Rock The Nations e Destiny, piazzabile subito sotto alla sacra triade. Ognuno ha i suoi gusti, Byff ad esempio detesta questo disco e un pezzo come Rockin’ Again lo avrebbe messo alla fine invece che in apertura.
Pensaci bene Byff, questo è un pezzo in cui parli al tuo pubblico, racconti l’inizio dello show, l’adrenalina e tutte quelle cose lì oggi trite e ritrite, come puoi pensare di piazzarla in coda alla stregua di cafonate tipo Everything You’ve Got o This Town Rocks? Tutto il disco parla di live, della vita in tour, del rapporto con il pubblico e non serve andare a leggere i testi, per capirlo è sufficiente scorrere i titoli: Gonna Shout, Everybody Up, Rock n’Roll Gipsies, Back On The Streets.
Il lato A è formalmente perfetto, quattro potenziali singoli in stile Def Leppard e un hard rock un po’ più oscuro, Devil Rides Out, non meno accattivante. Sul lato B Broken Heroes è il pezzo da novanta che rompe l’atmosfera caciarona e che si immola a grande classico della band.
Tre accordi in croce, ma che atmosfera. Non è da tutti a metà anni ’80 scrivere una hit sulla prima guerra mondiale, o almeno provarci. Difatti il disco sarà un mezzo flop nonostante le recensioni lusinghiere. Il tour in compenso (dice Byff e noi gli crediamo, bontà sua, dato che non c’eravamo) sarà un successo, al pari di quelli a supporto di dischi altrettanto controversi.
Un paio di cialtronate come Gonna Shout (che gioca tutto su quel “Let It Rock – Let It Roll” ripetuto all’infinito, autentico insulto all’intelligenza) e Everything You’ve Got non cambiano la sostanza del disco.
E’ un lavoro commerciale? Sì, decisamente in linea con il gusto di quei tempi, senz’altro ispirato quasi nella sua totalità, ma non avrebbe spostato di un millimetro la posizione che occupano i Saxon sulla mappa dell’heavy metal.
Lasciamo poi perdere la questione del titolo, del cui nonsense si potrebbe disquisire per ore, e delle foto di copertina, utili solo ad alimentare le chiacchere al bar dei metallari.
Non esistono innocenti amico mio, come cantano i Negrita, hai fatto il disco perché volevi provare a fare il botto ma ti è andata male. Però è talmente sfizioso che almeno un posto in scaletta lo trova sempre, in passato persino due, e in vinile suona assai meglio di come lo ricordavamo. A volte sarebbe meglio tacere, tralasciare chiacchere inutili e congetture, e lasciar parlare la musica invece di giustificare l’inesistente.

