“Non sai chi è Ayreon?” – “No, chi è?” – “Un tizio ricchissimo che fa i dischi in casa sua e paga cantanti famosi per registrarci le voci sopra”. – “La musica com’è?” – “Credo sia magnifica”. Questo è il breve scambio che ebbi verso la fine degli anni 90 con un mio amico molto più aggiornato di me sulla piccola rinascita progressiva che stava avvenendo da un po’ e di cui non mi interessava molto a dire la verità. Mi pare che ne abbia parlato Marco Grosso in questo articolo qui. Mi allungò un paio di CD masterizzati. Al tempo si usava così; non c’era la melassa moralistica che c’è oggi intorno allo scambio di ascolti tra appassionati che non potevano permettersi di spendere centinaia di euro al mese e restare aggiornati sulle nuove uscite. Ricordo però che non colsi l’invito a sentire Ayreon. Tenni in casa quei due album masterizzati per dei mesi e poi glieli restituii dicendogli che sì, li avevo sentiti e mi erano piaciuti, i CD di Ayreon.
Il mio amico non mi disse che quel nome non si riferiva a una entità artistica precisa, come Alice Cooper o Sting. Era un progetto che all’inizio non avrebbe dovuto neanche avere un seguito e diventare il nome di una fitta discografia come è ancora. Il tizio ricco che pagava e incideva tutto lui sui propri dischi e poi pagava i cantanti bravi per fargli le voci era vero, tranne per il fatto che si serviva di parecchi turnisti e non era un polistrumentista totale.
Si chiama Arjen Anthony Lucassen, un olandese che però non era sconosciuto alla scena metal. Io mi immaginai al tempo il figlio viziato di gente ricchissima, uno che aveva trascorso i suoi anni in un grande castello a imparare tutti gli strumenti e non pensare a un cazzo a parte quello. Uno che costruiva uno studio di registrazione incredibile e che aveva così tanti soldi da potersi permettere Bruce Dickinson, Anneke dei The Gathering o Fish. Mi stava sul cazzo un tipo così e probabilmente non ascoltai quei due CD anche per questa mia impressione.
Ma non era proprio così. I soldi li aveva guadagnati dal tour di addio con la sua ultima band, vale a dire i Vengeance, di cui non so nulla ma che penso andassero molto da qualche parte dell’Europa e magari del Giappone se dopo aver detto addio alla scena, permisero a Lucassen di pagarsi il disco che avrebbe sempre voluto fare spendendoci un mucchio di soldi per pagare i diciannove musicisti che ci suonarono insieme a lui.
So ora che in ogni caso, Ayreon non somigliava a niente di simile a ciò che aveva fatto per quasi vent’anni, sia con i Vengeance che con i Bodine, altro gruppo in cui aveva suonato nei primissimi anni 80. E neppure il lavoro solista che rilasciò intorno al 1994, appena fu libero di tentare qualcosa per proprio conto era vicino alla mega-opera rock di The Final Experiment.
Come ha raccontato dopo anni, in quei vent’anni di attività normale, aveva suonato dal vivo tantissimo e inciso dischi, come chiunque altro. Ed era sempre stata una frustrante sfida a colpire il mercato seguendo e più che altro inseguendo le tendenze delle varie scene, europee e americane, senza mai davvero realizzare qualcosa di significativo, almeno per lui.
Poi ecco che portò a termine l’album intitolato Ayreon.
Di sicuro in quel periodo, quando ebbe trovato un’etichetta desiderosa di provare a venderlo, nemmeno lui si aspettava che un concept sui cavalieri della tavola rotonda e viaggi nel tempo, con le trombe rinascimentali suonate via tastiere e un continuo passaggio di stili, dalla psichedelia pop dei Beatles, al Folk di Donovan, al prog più tamarrone e pacchiano degli ELP e poi i Dream Theater ma con la voce growl (The Banishment) e via così ancora in uno svolazzo temporalesco che raccoglieva quasi tre decade di influenze e di amori artistici, insomma non credeva che avrebbe trovato un pubblico interessato.
Ma non gli importava. Anche la faccenda di tutti quei cantanti. Si trasformò in una sensazione che favorì l’interesse della gente, ma per lui era stata una necessità creativa. Avrebbe potuto cantare tutto da solo ma si era permesso di fare ciò che gli diceva la testa. Ogni canzone una voce. La voce giusta per cantarla.
I vocalist erano molto bravi ma non proprio famosi come in seguito sarebbe stato per lavori come Electric Castle. Se escludiamo l’allora decaduto Lenny Wolf dei Kingdom Come e Barry Hay dei Golden Earring, insomma, Lucassen non poteva sfoggiare chissà quale super-cast, no? Ma se ne fregava se tutto quel super-prodotto fosse finito in un cassetto e l’avesse ascoltato solo lui per il resto della sua vita una sera all’anno da ubriaco. Almeno per una volta se ne era fregato di tutto e tutti ed era riuscito a fare ciò che era sempre stato nella sua testa.
E inutile dirvelo, lo sapete già immagino, ma Final Experiment vendette parecchio mettendo in luce due cose: intanto che nel 1995-96, dopo l’egemonia pilotata dell’alternative rock e metal, il pubblico europeo voleva tornare a certe dimensioni più ricercate e tradizionali e poi che Lucassen era un talento in grado di potersi permettere un piano così strampalato perché dietro poteva contare su un talento autentico e una musa che finalmente aveva deciso di ascoltare.
Non penserete che fu per la sensazione che suscitò la storiella del miliardario che paga Dickinson per suonare sui suoi pezzi che raggiunse il successo, vero? Basti leggere cosa scrive sempre Marco Grosso riguardo il destino di un progetto simile a quello di Ayreon per capire che non basta avere il cantante dei Maiden per vendere copie e nemmeno mezzi Angra se poi la musica non è davvero all’altezza.
The Final Experiment, preso dal Fuzz come un titolo altisonante e un po’ tronfio, per la verità era un’ammissione di resa incondizionata al destino da parte di Lucassen. Come spiegò dopo anni, quel titolo significava che era il tentativo finale di realizzare qualcosa di creativo che valesse la pena e le pene di chi l’aveva fatto. Se non funzionava, come ogni ultimo esperimento, non avrebbe probabilmente avuto altro seguito e forse di Ayreon non avremmo più sentito parlare, se non qui su Sdangher. Certo, intitolarlo The Last Attempt (tentativo) avrebbe suscitato ben altre suggestioni, eh?
Però c’è anche da dire che per volontà del suo stesso padre, Ayreon non avrebbe dovuto esistere oltre quel disco lì. Assolutamente non era nei suoi piani continuare a menzionarlo pure se il personaggio era morto e tantomeno intitolarci l’intera carriera. Lui era Lucassen e non Ayreon.
Il capo della Transmission Records però lo convinse a mettere quel nome su ogni futuro album di Lucassen e accettò perché in fondo non se ne intendeva di marketing e quella sembrava un’idea legata più che altro alle strategie di vendita.
Purtroppo non capì che non sarebbe bastato chiamare Ayreon il successivo album Actual Fantasy ma che avrebbe dovuto realizzare lavori simili al primo in tutto e per tutto e se avesse voluto, ramificare in altri progetti le sue ulteriori esplorazioni compositive, per tenere ancora desta l’attenzione e la voglia del pubblico che aveva risposto così bene in The Final Experiment.
Io non conosco il resto della discografia di Lucassen, lo ammetto. Approfondirò e ne scriverò ancora, via via che la assaggerò, ma so che il secondo disco, pur con una generosa rivalutazione generale negli anni, fu un flop perché troppo diverso dall’esordio e ci volle un terzo lavoro in tutto e per tutto come il primo, anche se con un cast più altisonante, tipo remake con più soldi, per rilanciare Ayreon e dargli la certezza di una carriera lunga e redditizia.
Come ho trovato The Final Experiment?
Probabilmente oggi posso apprezzarlo fino in fondo. Ora non ho alcuna nostalgia di quei suoni o le soluzioni compositive retrò. Al tempo forse avrei ceduto all’aspetto di superficie per i rimandi evidenti a Camel in un periodo in cui gli Opeth facevano death metal pieno di lungaggini e i Dream Theater non avevano iniziato a copiare in modo spudorato i Pink Floyd, ma The Final Experiment è molto più di una carovana di citazioni e strizzate d’occhio al passato.
E siccome adesso quasi ne avrei le palle piene di tutto questo continuo ritorno ai bei tempi del cazzo, che siano gli anni del prog inglese o del glam losangelino o qualsiasi oasi nostalgica, posso badare al sodo e percepire la qualità musicale, se c’è, perché non è più per me una novità il rispolvero attento e deciso di certe vecchie “sonografie” desuete. Ci sono delle melodie meravigliose che funzionerebbe anche senza questa vestizione malinconica di suoni stagionati e fuori mercato nel 1995; tipo le trombazze di Eyes Of Time, i flauti peruviani da bancarella natalizia in Sail Away To Avalon e i synth intrippanti e assolutamente art-decò della prima parte di Computer-Reign.
E a proposito di Sail Away To Avalon, comincia come un piripiri di una power band italiana del 2001 ma dopo esplode quel ritornello tra Kay Hansen e Desmond Child che mi fa impazzire. La cosa che però mi ha conquistato più di tutto è la componente folk di Magic Ride e Nature’s Dance o la psichedelia barocca di The Charm Of The Seer.
Quindi ok, per quanto riguarda il primo album di Ayreon, me la godo di brutto, gente.

