Rotting Christ – La triarchia delle anime svendute

Oggi Triarchy of the Lost Lovers, titolo bellissimo e incomprensibile, è considerato a ragione, sia dalla band che dal pubblico appassionato, l’incipit della prima svolta nella storia dei Rotting Christ. Ce ne sono state diverse, almeno cinque, ma non voglio elencarle tutte. Dopo le origini grind-core (diciamo così) e l’educazione sentimentale luciferina fino a Non Serviam, il gruppo si è spinto oltre i confini del gothic metal, nella discussa parentesi con la Century Media. Il primo album del “magnifico contratto”, che ne prevedeva tre con quella grossa etichetta, è stato appunto Triarchy.

Ascoltandolo sono evidenti due cose. La prima è che, sotto la superficie morbida e digeribile, si tratta di un disco ostico. La seconda è che si può comprendere come al tempo fu preso per un tradimento bello e buono dai sostenitori del gruppo.

Ho scoperto un po’ di cose curiose gironzolando per la rete e tra le pagine di vecchie riviste del 1996. Intanto sembra, o almeno è ciò che sostiene Ribeiro dei Moonspell, che i Rotting Christ cambiarono genere sotto minaccia delle band black metal del nord. Sakis ovviamente nega e rivendica le scelte stilistiche, i cambiamenti, l’evoluzione eccetera, ma soprattutto ammette un bisogno di staccarsi dai Bathory e gli Hellhammer, per qualcosa di più tradizionale, nel senso di metal classico: Iron Maiden, Metallica e via così.

Triarchy è però un massiccio mistone rispetto a A Dead Poem e Sleep Of The Angels. Ci sono ancora elementi black ma anche parecchi Paradise Lost di Icon e Draconian Times e pure un sacco di In Flames e Dark Tranquillity, tra The Gallery, Whoracle e quella roba lì.

E in fondo, a risentire certi pezzi, la ricetta di Triarchy mi ha portato nelle stesse zone di Endorama e Outcast dei Kreator (Diastryc Alchemy, Archon) ma lasciamo perdere. Diciamo che se si vuole riconoscere lo stile dei Rotting Christ e del black greco in questo album, vi si riesce abbastanza bene, nonostante i rimandi ad altri gruppi contemporanei siano fin troppo evidenti per non parlare di togli e metti dal guardaroba più interessante di quel periodo europeo.

Comunque, c’è lo slancio emotivo, la raffinatezza esoterica delle tematiche trattate nei testi e una qualità generale che, a parte l’opacità del basso in alcuni brani in mezzo alla tracklist, è decisamente commestibile rispetto alle intransigenze analogiche e carbonare delle combriccole nordiche.

Con gli anni poi sono venuti fuori i retroscena effettivi dietro la svolta di Triarchy.

Gli interrogativi erano questi, mentre si cercava di capire se effettivamente i nuovi Rotting fossero fichi o meno.

Avevano ceduto alle lusinghe di una major dopo aver realizzato quello che per i fan era ed è ancora il capolavoro irraggiungibile della loro discografia, vale a dire Non Serviam?

Si lasciarono corrompere dal vile denaro?

Si svendettero per qualche groupie in più?

E come mai poco dopo aver partecipato alle registrazioni, John Mutilator lasciò il gruppo?

Probabilmente perché capì l’andazzo e non volle calarsi anche lui nella fossa di melma in cui il dio del capitalismo fa i suoi bisogni?

No, no e no.

Certo, è chiaro che i Rotting Christ non rifuggivano la popolarità e non si lasciavano condizionare dalla retorica elitaria di gente come i Darkthrone, ma sono tantissime le band che hanno sempre ragionato così, compresi i Mayhem al tempo in cui Euronymous era vivo e i Marduk, felici che il black metal fosse in voga a metà anni 90.

I Rotting Christ erano semplicemente stufi di avere a che fare con etichette discografiche incapaci di supportare i loro album. Perché questo era il glorioso underground degli anni 90: un macello di incapacità, wannabe, ladri e disperazione + genio.

Non Serviam, che ormai tutti conoscono, al tempo dell’uscita fu così poco distribuito che nessuno, durante il tour di supporto sapeva che c’era in giro un nuovo album.

E quella fu la goccia.

I Rotting Christ erano cresciuti in un paese che non aveva una tradizione heavy, quindi contribuirono alla nascita di una scena vera, non come in Italia. La piccola Grecia estrema si aiutò da sola e imparò a prosperare.

All’inizio Sakis dice che il gruppo era messo così male da dover rubare la strumentazione letteralmente, pur di incidere un demo. E ovviamente gli studi di registrazione non avevano la più vaga idea di cosa fare per rendere al meglio quei suoni.

E passarono anni e tentativi, con la batteria programmata al posto di una vera in molte più registrazioni di quante piacerebbe ammettere al gruppo. E un tizio intraprendente chiamato The Magus cercò di spingere il gruppo verso un suono definito, cosa che non accadde fino a Non Serviam, a sentire lui.

Ma nonostante gli sforzi di venir fuori e l’indubbia qualità della proposta dei Rotting Christ, nel 1994 si sapeva poco di loro. La Unisound Records, etichetta greca, era stata un disastro nella gestione, quasi peggio della Cacophony, di cui si è detto già abbastanza nei decenni.

Così la band decise, compreso Mutilator, di fare dei pacchetti e inviare i lavori pubblicati, delle foto fighe e una presentazione adeguata a etichette europee e americane, più grandi e serie, tra cui la Century Media.

Questa alla fine propose un contratto e pubblicò ciò che i Rotting Christ desideravano: vale a dire ciò che di fatto realizzarono, senza pressioni sull’alleggerirsi e diventare più melodici.

L’etichetta non li scritturò dopo aver sentito le loro cose estreme pensando, uhm, questi sono perfetti per essere i nuovi Paradise Lost.

Anche i Moonspell presero presto una strada simile e le due band, oltre ad andare in tour insieme ed essere molto amiche, probabilmente condivisero certe idee sulla crescita e sul porsi degli obiettivi di carriera.

E Mutilator, lui se ne andò sì, ma anni dopo ammise di essersi pentito di quella scelta. Al tempo aveva preferito concentrarsi sul negozio di dischi preso in società con Sakis, anziché andare in tour in giro per l’Europa e non avere prospettive chiare di vita, perché di fronte alla realtà concreta di realizzare un sogno, vale a dire vivere di concerti e di album in studio, vacillò e capì che a lui interessava solo scrivere musica ma non muoversi da casa; non fare lo zingaro per promuoverla tutto il tempo.

Ma tolto questo, che è davvero l’andazzo dei fatti dietro le illazioni e i giudizi stemperati in molti anni, Triarchy of the Lost Lovers è un album di Mutilator quanto dei fratelli Tolis e devo ammetterlo, un lavoro che mi ha fatto impazzire. Non intendo che mi abbia entusiasmato. L’ho ascoltato in ritardo, non ci sono cresciuto. E sono stato sedotto, certo, piano piano, ma ancora non mi torna del tutto.

In apparenza è facile assimilarlo, nel senso che è ben registrato, presenta riff e melodie accattivanti e, se si prende ogni singola canzone e la si spara al massimo nello stereo, tutto funziona, così come in qualsiasi concerto decidano di collocarne i Rotting Christ, i brani questi pezzi indiscriminatamente rendono tutti un effetto decisivo e rivitalizzante nelle tracklist, ma è forse nel suo insieme che Triarchy of the Lost Lovers mi sfugge. Lo trovo quasi imprendibile.

Ci ho messo settimane per riuscire ad assimilarlo e riconoscere le sfaccettature, i particolari.

Inizialmente ho pensato che fosse un problema di ripetitività. I pezzi sono tutti squadrati, dal tempo simile, andante ma non troppo. Inoltre, a parte qualche inserimento di tastiera qui e là, la chitarra è ovunque e continuamente impastata di sovraincisioni. La batteria fa quello che deve fare e resta attaccata alla matassa di riff, così come il basso di Mutilator, che va e viene. La voce, tranne un momento parlato, è sempre lo stesso ruggito sgolato.

Almeno un paio di brani cominciano praticamente uguali: una rullata di batteria e un riffone stile Metallica. Parlo di Snowing Still e di One With The Forest. Anche King Of The Stellar War (che è il pezzo più bello di tutti) e la successiva …A Dynasty From The Ice, hanno un incipit simile, oltre a tonalità e ritmo omogenei, al punto che a volte il primo brano sembra scivolare nel secondo e non me ne accorgo quasi.

Andando avanti con gli ascolti però, ho capito che non era quello il problema.

Intanto nell’album ci sono momenti più tirati, con parti in blast-beat, solo che, escludendo la più irruenta Archon, sono infilate nel mezzo e non si notano subito. E poi se confrontati tra loro, tutti i pezzi hanno caratteristiche definite che li distinguono. La monotonia è un’illusione non dimostrabile, se analizziamo il disco nei particolari. Si tratta di un’illusione da superare.

Mi viene in soccorso una vecchia recensione di Cristiano Borchi, l’unica che sono riuscito a trovare. Tra tutte le riviste uscite al periodo in cui fu pubblicato il disco, solo Metal Shock e la sezione Grind Zone di Metal Hammer si occuparono dei Rotting Christ. Ma mentre Longhi accolse con un entusiasmo abbastanza prono il cambio di rotta del gruppo, Cristiano se ne lamentò, ammettendo un senso di noia e citando una diatriba intorno al disco che da una parte era fatta di stroncature e dall’altra di sperticati complimenti. Per lui era deludente il cambio di stile drastico rispetto all’EP e i due album precedenti. Poco black quindi merda.

Non so, Triarchy è un lavoro enigmatico e secondo me, il suo ingrediente esoterico non è solo nelle parole che Sakis bercia dall’inizio alla fine, tra rimandi allo gnosticismo di Valentino, l’alchimia spirituale, gli arconti e il panteismo (grazie Marco Grosso per l’imbeccata generale) ma anche nella combinazione di elementi musicali.

Questo disco ha qualcosa che continua a negarmisi. In apparenza è deciso e classico come un quattro quarti (Tolis parla di “esplorazione metal metal”), ma allo stesso tempo, come una grande e vistosa cattedrale, Triarchy of the Lost Lovers è stato costruito seguendo un modus architettonico occulto che lo rende visivamente un miraggio, un mistero inviolato.

E questo rende il senso di illusione iniziale di ripetitività.

Più lo si ascolta e più sfugge alla memoria, alle classificazioni, alle smanie d’archiviazione. Si finisce per non averne mai abbastanza, come un enigma che si continua a ripercorrere con la mente e lo sguardo, nel tentativo frustrato di svelarlo e che come un sogno diventa sempre più confuso e frammentato.

In altre parole, l’impressione di Borchi, il quale indicava il tedio e la prevedibilità come difetti, definiva gli ingredienti di una barriera che avrebbe dovuto superare dedicando tempo e mente aperta a un disco troppo complesso e denso per la sua pazienza. Non che io sia messo meglio di lui. Devo arrendermi e passare ad altro. La vita è troppo breve per un solo enigma.