Made In Japan. Tre paroline, innocue in apparenza, se prese da sole, ma che assumono un significato ben al di là del semplice fonema se disposte nella giusta sequenza. Come “Buon Natale” per il bambino che si accinge a scartare i pacchi Natalizi, o ancora come “Opening Day” per l’appassionato di sport alla prima giornata del suo campionato preferito.
Chiunque abbia nella vita ascoltato musica rock prima o poi ha imboccato lo svincolo che porta alle famose tre serate di Osaka e Tokyo immortalate nel doppio vinile dorato del 1972.
E inevitabilmente, dopo la rampa di accesso, tutti si troveranno in coda ai cancelli del più grande Parco di Divertimenti a tema Hard Rock che sia mai stato concepito.
Un Parco ovviamente Open All Ages, perché le sue molteplici attrazioni attireranno dapprima il ragazzino affascinato dall’enorme display di esercizio “muscolare” in atto: impatto sonoro, assoli strumentali e vocali da sfinimento fisico, un roller-coaster di dinamiche che vanno dalla suspance in pieno silenzio alla totale deflagrazione.
Ma non solo lui, ovviamente.
Man mano alla coda si aggiungeranno poi tutte le tipologie di ascoltatore: il generalista da Virgin Radio che non aspetta altro che lo zucchero filato cotto con il calore dell’incendio degli studi di Montreaux.
Il nostalgico degli anni ‘60 e’70 che l’ha vissuto e lo ricollega al periodo d’oro dell’hard rock. Il metallaro che per vie traverse vuole risalire alle radici di Maiden e Motorhead. Il musicista affascinato dal virtuosismo strumentale. Il fan storico che lo considera il manifesto definitivo dalla cosiddetta Mark II. L’appassionato di live album che lo mette in bacheca tra Live At Leeds e The Song Remains The Same. Il collezionista/audiofilo che compra tutte le edizioni e confronta i vari remix e remastering cercando di individuare le differenze tra il sound vintage e la moderna esperienza in Dolby Atmos di Steven Wilson.
Non appena il pubblico si accomoda sulle poltroncine e il clown dichiara il “Lights-Out” il sipario si alza e i 5 freaks sul palco si scatenano in una folle corsa in cui tra l’altro vengono frantumati vari record.
Sì, perché teniamo sempre presente che i Deep Purple documentati in questo disco possono vantare diversi primati: il riff di chitarra più famoso della storia; un vocalist con 4 ottave di estensione capace di emettere urla acutissime ma in pieno controllo e senza andare fuori intonazione, con una tecnica probabilmente senza eguali per l’epoca; gli assolo di Ian Paice su “The Mule” e quello di Blackmore su “Highway Star” che vengono costantemente inseriti nella Top 3 all-time delle rispettive categorie; il duello voce-chitarra improvvisato da Gillan e Blackmore su “Strange Kind of Woman” e l’interplay tra lo stesso chitarrista e l’Hammond di Jon Lord su “Lazy”, due modalità esecutive tipiche del blues e del jazz che forse per la prima volta sono poste all’attenzione delle più estese audience del pop/rock di massa.
E non trascuriamo la grande assente, quella When a blind man cries che è l’archetipo di tutte le malinconiche ballad di matrice bluesy portate al successo nella decade successiva dai vari Coverdale e co.
Il capriccioso Blackmore non amava eseguirla dal vivo in quanto riteneva che spezzasse il climax di pura potenza emanato dalla band, ma sarebbe entrata di diritto tra le perle di quelle 3 serate. Già criminalmente esclusa dalla tracklist di Machine Head a beneficio di altri pezzi probabilmente più deboli, e uscita solo come b-side del singolo Never Before, è stata poi riscoperta a partire dal tour del 1994 su insistenza di Steve Morse e da allora fa parte abbastanza stabilmente della setlist.
Un capolavoro assoluto come Made in Japan non poteva certo restare indenne da un numero spropositato di ristampe negli oltre 50 anni della sua esistenza. Numeri e classifiche (non ufficiali) lo rendono probabilmente il live album più rielaborato di sempre. A titolo di curiosità, la palma di disco singolo in studio che detiene questo primato è Dark Side of the Moon, mentre il catalogo globale di una singola band è quello dei Beatles, ma il live in questione è, rispetto alle altre due categorie, quello in cui l’industria ha messo mano massicciamente più volte: 6 contro le 5 del disco dei Pink Floyd e le 4 dei Beatles.
La “reissue mania”, sia a fini celebrativi che a scopo filologico, cioè per ridare vita a lavori ormai introvabili, è sicuramente una delle fonti di sopravvivenza principali del morente mercato discografico fisico, e ogni occasione è buona per rimandare in stampa.
Ma mentre nel secondo caso se ne sente effettivamente il bisogno, nel primo operazioni simili sfiorano spesso lo status di speculazione fine a sé stessa, se non apportano migliorie significative all’ opera.
Quindi nel caso di Made in Japan ci si chiede se c’era effettivamente bisogno di tutta questa messe di ristampe, tenendo soprattutto conto del fatto che già la prima edizione (uscita nel 1972 solo in Giappone e worldwide nel 1973) beneficiava di una resa sonora spettacolare dal day one, grazie al lavoro di un genio delle due fasi principali dell’ architettura sonora, registrazione e riproduzione, al secolo Martin Birch.

Birch fu il trait d’union tra la label Giapponese dei Purple, la Warner, che spingeva per pubblicare i concerti, e il management, che temeva fosse un progetto che poteva mettere a rischio la reputazione della band. Il tecnico convinse tutti che se lui stesso avesse supervisionato le operazioni sul posto il risultato sarebbe stato eccellente. I Purple non volevano un live con sovraincisioni, ma un documento reale. Birch garantiva la fedeltà sonora e la possibilità di bilanciare bene strumenti e voce.
Venne usata l’unità mobile della Warner-Pioneer con un mixer 8 tracce analogico, un sistema di lusso per l’epoca, microfoni diretti da palco per gli strumenti e riprese ambientali per catturare l’atmosfera delle arene (Festival Hall di Osaka e Budokan di Tokyo).
Birch teneva d’occhio in diretta i livelli sul palco per evitare distorsioni e vuoti sonori, ma il vero capolavoro fu il mixaggio live eseguito in tempo reale.
Non esistendo ancora l’idea di multitraccia con editing infiniti bisognava prendere decisioni “sul momento”, scegliendo di volta in volta cosa mettere in risalto. E questo gli fu reso possibile dal momento che disponeva di un grande orecchio musicale, oltre alle capacità tecniche.
Lui sapeva benissimo quando uno strumento sarebbe partito in assolo e apriva leggermente il rispettivo canale, con meno compressione, permettendo il caratteristico effetto “occhio di bue sonoro” che ci sembra addirittura di vedere puntato sul singolo player durante l’ascolto.
Inoltre la decisione, sembra presa da Birch, di registrare per intero i tre concerti ha reso possibile l’edizione “Live in Japan” del 1993 con le tre serate integralmente disponibili per il pubblico. Un lavoro mastodontico di cui la storia gli ha reso merito.
Ma il marketing svolge sempre benissimo il proprio lavoro, e ogni edizione di Made in Japan in fondo presenta delle particolarità che ne rendono appetibile l’acquisto, almeno per il fan più incallito e completista.

A posteriori si potrebbe evitare il primo riversaggio in digitale del 1987, quando per l’industria discografica non era importante la qualità sonora o filologica, ma solo il passaggio da vinile a compact disc nel più breve tempo possibile. I libretti sono striminziti, il suono è molto compresso e spesso si operavano dei tagli per far entrare il tutto nei 75 minuti di durata.

Con il completissimo box triplo del 1993, già menzionato, è tempo di celebrare la reunion di The Battle Rages On. La particolarità di questa edizione, oltre alla durata, è il fatto che in fase di missaggio la chitarra di Blackmore e l’organo di Lord vengono invertiti di canale. La spiegazione all’epoca fu che si voleva dare all’ ascoltatore la reale prospettiva visiva del pubblico Giapponese, con il chitarrista sulla destra del palco e viceversa, come dalla famosa immagine sulla front cover. I maligni affermano che si trattò di un errore, provato dal fatto che nelle edizioni successive tutto tornò come nella versione originale.

Veniamo alla 25th Anniversary Edition del 1998. Si tratta del periodo forse di massima espansione del formato CD, e di conseguenza quando i profitti dell’industria erano ancora abbastanza alti da investire in tecnologia, qualità e proposte, prima del crollo verticale che sarebbe iniziato a breve sotto i colpi del web.
Tanti artisti beneficiano di ristampe curate nel suono e nei formati, spesso doppi per permettere una dinamica sonora migliore, e anche la parte grafica fa la sua bella figura con booklet arricchiti da foto e note di copertina estese e scritte da penne di prestigio. La versione 25mo anniversario di Made in Japan infatti gode di una bel libretto di 28 pagine con note scritte da Glover e da Simon Robinson, esperto dei Purple e curatore del fan club ufficiale.
La qualità audio lascia un po’ con l’amaro in bocca i fan audiofili storici, ma piace al pubblico più giovane. Infatti il mix risente dell’eccessivo uso dei bassi molto in evidenza, e questo è tipico della cosiddetta “loudness war” degli anni 90, iniziata col successo dei vari Nirvana e Oasis, uno standard a cui quasi nessuno osava opporsi per paura di perdere terreno.

Le cose si mettono decisamente meglio per gli audiofili con l’edizione Deluxe 40mo anniversario. Viene qui operato un remastering completo e curatissimo, con dei suoni chiari e bilanciati al massimo che rendono ogni strumento di nuovo protagonista. Durante l’ascolto in cuffia di Child in Time, al momento dell’ assolo di Blackmore l’impressione è quella di aver infilato la testa in un alveare di api impazzite.
La batteria di Paice riempie tutto lo spazio sonoro, si percepisce chiaramente il rimshot sul rullante e i tom godono di una profondità inedita. Il booklet diventa un libro con note scritte da tutto il gotha del metal, da Lars Ulrich a Bruce Dickinson.
Operazioni simili però diventano necessarie per continuare a vendere il catalogo fisico degli artisti più consolidati e saranno ripetute con cadenza sempre più ravvicinata, come abbiamo già detto.

Infatti è di poche settimane fa l’inevitabile uscita di una Super Deluxe 50th Anniversary Edition, con i remix a cura di Steven Wilson, che ormai da molti anni è chiaramente il titolare del titolo di Conservatore Ufficiale del rock Inglese anni ’70, l’uomo a cui gente come Robert Fripp o i Pink Floyd si affidano per perpetuare una tradizione di eccellenza sonora.
La qualità dei suoi lavori ormai è considerata lo standard con cui misurarsi in sala mixer o di registrazione, per un pubblico che esige contemporaneamente fedeltà storica e audio dal taglio moderno, come il mix Dolby Atmos con cui ha trattato anche il disco in esame. E infatti dall’ascolto in cuffia già si apprezzano questi concetti che superano l’esperienza di surround 5.1 e 7.1, per usufruire pienamente dei quali c’è ovviamente bisogno di impianti adeguati.
Possiamo percepire quasi in modo tridimensionale la disposizione dei 5 sul palco e del pubblico, in modo avvolgente, come essere al centro di tutta la scena, aggiungendo infatti la dimensione verticale alla consueta esperienza stereofonica.
La conclusione quindi è come al solito….. mano al portafogli!!!

