Septic Death – l’implosione folle in sé stessi

Se l’hardcore/punk americano fosse un voluminoso libro, i Septic Death non occuperebbero un capitolo, ma un’annotazione febbrile a margine, scritta con inchiostro invisibile, che appare solo se esposta al fuoco e leggibile dai pochi conoscitori del trucco. Non furono semplicemente una band; furono un cortocircuito, un’anomalia estetica, un progetto di arte totale concepito nella mente di un unico, ossessivo factotum: Brian “Pushead” Schroeder.

Nati dal panico e dall’urgenza, forgiati nel culto dell’isolamento, hanno sorvolato i cieli del punk anni ’80, iniettando una dose letale di horror psicologico, paranoia e caos visivo. La loro musica non era una protesta sociale, ma il suono di un esorcismo interiore. Breve e frammentaria, la loro discografia è un artefatto pericoloso, un anello di congiunzione deforme tra l’hardcore, il thrash, il crust e il rantolo primordiale che sarebbe diventato il grindcore.

Provate a immaginare Boise, Idaho, all’alba degli anni ’80. Un puntino minuscolo sulla mappa, avvolto in un silenzio conservatore, culturalmente asfittico. Lontano anni luce dalle fucine creative di Los Angeles o Washington D.C, non era un luogo dove le band nascevano; era un luogo da cui si fuggiva. Fu proprio questo vuoto pneumatico a diventare la placenta dei Septic Death.

“Non c’era una scena da compiacere, nessuna moda da seguire, nessun locale in cui sognare di suonare,” avrebbe poi ricordato Pushead in diverse interviste. “C’eravamo solo noi e il nostro rumore. L’isolamento non fu una scelta, fu il nostro unico ingrediente.”

La formazione originale – Pushead alla voce, Jon Taylor alla chitarra, Mike Matlock al basso e Paul Birnbaum alla batteria, era una cricca scalcinata di disadattati. Mentre i Minor Threat a D.C. cantavano di rette vie e i Black Flag in California denunciavano la violenza della polizia, i Septic Death guardavano dentro di sé, e ciò che vedevano era terrificante e subumano.

La loro rabbia non era politica, ma esistenziale. Era la claustrofobia di una mente intrappolata in una città-gabbia. Paul Birnbaum, una figura emblematica di questa energia irrequieta, incanalava la sua furia non solo nella batteria ma anche sullo skateboard, diventando un professionista e prestando brevemente le sue pelli ai futuri colossi del nichilismo hardcore, i Poison Idea.

Questo non era un hobby; era un altro modo per sfuggire alla gravità, per muoversi a velocità folle in un mondo immobile. Ecco perché ascoltare i Septic Death è un atto fisico. È un thrash-core spinto oltre il limite, dove la struttura stessa della canzone collassa. Taylor non suonava riff, li scagliava rabbiosamente fuori dai pick up. Il suo stile era una negazione totale del rock. Le sue progressioni cromatiche discendenti creavano una sensazione di nausea, di caduta in un pozzo senza fine.

Il suono era volutamente esile, tagliente, un ronzio da trapano dentistico privo di calore, progettato per perforare i timpani e attaccare le terminazioni nervose. Le canzoni erano convulsioni di start-and-stop, cambi di tempo schizofrenici che impedivano all’ascoltatore di trovare un appiglio, un ritmo su cui appoggiarsi. Il basso distorto di Mike Matlock era il tremore sordo che precede il crollo di un palazzo fatiscente.

Ma era Paul Birnbaum alla batteria il vero motore della devastazione. Il suo stile, pur partendo dal d-beat dei Discharge, lo evolveva in una mitragliata nevrotica. Le sue rullate non erano abbellimenti, ma deragliamenti controllati, esplosioni di caos che minacciavano di far implodere il brano prima di riportarlo, per un istante, su un binario di precisione brutale.

La voce di Pushead era il cuore del terrore. Non era un urlo di rabbia, ma lo stridio isterico di una vittima. Un lamento acuto, quasi soffocato, come se le parole venissero filtrate a forza da una maschera antigas arrugginita. I suoi testi erano schegge di un diario psicotico, visioni lovecraftiane riviste e corrette al vetriolo, vomitate su un ritmo hardcore.

Titoli come Sweat of a Nightmare (Il Sudore di un Incubo), Fear (Paura), Poison Mask (Maschera di Veleno) erano radiografie dell’anima in decomposizione, esplorazioni del body horror e della fobia sociale che non lasciavano spazio a speranza o soluzioni. Il segreto per capire i Septic Death è che la musica era solo uno dei tentacoli della creatura lasciva.

Il cervello era l’arte di Pushead. “Per me, non c’è mai stata distinzione,” ha affermato in più occasioni. “Il suono era il disegno che prendeva voce, e il disegno era la musica solidificata sulla carta.”

I suoi teschi ghignanti, le figure intrappolate in spirali di agonia, i volti contorti dal panico non erano semplici copertine: erano la partitura visiva del caos. L’artwork era la canzone. Con la sua etichetta, la Pusmort Records, Pushead trasformò questa filosofia in un culto. Rifiutando la logica del mercato, produsse ogni disco come un feticcio, un artefatto per luridi maniaci. Tirature limitatissime, vinili colorati, inserti complessi, adesivi, packaging assemblati a mano.

Non era marketing, era un rituale. Possedere un disco Pusmort significava possedere un pezzo dell’incubo. L’etichetta divenne un sigillo di garanzia per l’hardcore più oscuro e senza compromessi, lanciando o supportando giganti come Poison Idea, Negative Gain e i primi Corrosion of Conformity.

Now That I Have the Attention What Do I Do With It?, l’unico LP della band, uscito nel 1985, è un monumento alla violenza compressa e rigurgitata. Il titolo è una domanda angosciante, il manifesto di un’anima che, una volta sotto i riflettori, sceglie di non predicare ma di urlare il proprio terrore. Diciotto brani in poco più di venti minuti: un’esperienza fisica, un rito di passaggio sonoro.

La produzione è volutamente soffocante, un suono “sporco” e claustrofobico che ti chiude in una scatola di metallo con la band. Tracce come Kichigai (termine giapponese per “pazzo”) sono pura furia sonora, un’esplosione che non ha bisogno di traduzione. Ascoltarlo dall’inizio alla fine è come correre a perdifiato in un corridoio buio senza sapere cosa ti insegue.

Non c’è tregua, non c’è melodia, solo l’urgenza di un collasso imminente. Sciolti nel 1986, i Septic Death non sono mai svaniti. Il loro eco tossico ha infettato generazioni di musicisti estremi, tra cui i Darkthrone e John Zorn.

Shane Embury dei Napalm Death lo ha dichiarato senza mezzi termini in innumerevoli interviste: “Senza i Septic Death, il suono primordiale dei Napalm Death non sarebbe esistito. Quella furia caotica, quella velocità fuori controllo e quell’estetica horror erano la nostra stella polare nel buio.”

Il sound di band come Infest e Siege è la filiazione diretta della loro formula: canzoni che sono spasmi, brutalità implacabile e un disprezzo totale per la forma-canzone tradizionale. L’estetica del “terrore sacro” di band come Integrity deve molto all’approccio settario e all’oscurità tematica dei Septic Death.

Il loro leader, Dwid Hellion, ha sempre riconosciuto in Pushead un maestro nella creazione di un’identità di culto, ermetica e minacciosa. Kirk Hammett dei Metallica, avido collezionista e amico di Pushead, ha spesso detto: “Molte band hardcore parlavano di politica. I Septic Death parlavano degli incubi che ti tengono sveglio la notte. Erano reali, autentici. Pushead non ha mai fatto compromessi, e la sua band era la sua visione più pura. Lo senti in ogni nota e lo vedi in ogni linea dei suoi disegni.”

L’aura mitica della band è stata amplificata dalla rarità dei loro dischi. Trovare una prima stampa originale su Pusmort dei vari 45 giri e nastri è diventato il Sacro Graal per i collezionisti, una caccia al tesoro che ha alimentato la leggenda di una band che sembrava quasi non voler essere trovata. In sostanza i Septic Death furono molto più di una band. Furono un’installazione artistica multimediale, un’esperienza sinestetica di terrore.

In un’epoca in cui l’hardcore sceglieva tra l’impegno politico e la violenza da pit, loro scelsero una terza via, la più impervia: la discesa negli abissi della psiche. Hanno dato un suono e una forma all’ansia, trasformando l’isolamento geografico in un universo artistico coerente, spietato e totale. Decenni dopo, il loro rumore non si è placato. È un sussurro persistente che si annida nelle fondamenta della musica estrema, un monito che ci ricorda come l’arte più potente e duratura nasca spesso non sotto le luci della ribalta, ma nel silenzio opprimente di una stanza vuota e spoglia, dove gli unici demoni da combattere sono i propri.