Wytch Earth e Barren Hazel

Da tempo avrei voluto scrivere dei Wytch Hazel, Luca mi ha preceduto, costringendomi a rielaborare il pezzo. Alcuni degli ultimi articoli su Sdangher riflettono sulla crisi del Metal, ma io direi di tutto ciò che non è Pop e però è popolare. La questione è che c’è il pane senza i denti, ovvero gruppi privi d’idee ma foraggiati (alla “Manichin”) e quelli con i denti ma senza pane (alla Wytch Hazel): anche nella musica come in altri aspetti di quest’epoca, è stato distrutto il segmento intermedio.

Brutalmente schematizzo: per lasciare il segno in un determinato periodo storico bisogna incidere dischi e per farlo davvero bene ci vogliono i soldi. Il discorso che i dischi non vengono comprati è falso, le vendite complessive dal 2023 sono le più alte di ogni altro anno nella storia dell’industria, superando il precedente traguardo del 1999.

Per chi dice che bisogna adeguarsi ai tempi o che il progresso (quale poi) non si può arrestare, darò brutte notizie: la vendita di usato, fortunatamente non tracciabile ma stimabile con molta verosimiglianza, s’attesterebbe tra un quinto e un quarto del totale; e incrociando i dati dell’industria con le vendite dei siti più le stime di negozi e fiere, col 15% del nuovo ancora su supporto fisico, il totale reale in Italia supererebbe il 25%.

A livello mondiale si tratterebbe del 45% mostrando come il nostro paese sia più realista del re. Di questa metà del mercato, le uscite che vanno dal 2010 ad oggi sono circa il 25%. Ma del mercato digitale, il 75% sarebbe di uscite precedenti al 2010. Quindi anche nel digitale quel che viene più ascoltato non appartiene a quest’epoca. Alla faccia del nuovo e di chi sostiene che c’è molto di buono negli ultimi 15 anni. Cercarlo è difficile, trovarlo è arduo.

Vedete tutti come c’è un bisogno represso di realtà, bellezza, funzionalità, professionalità e autenticità. Tutta la corsa alla modernizzazione degli ultimi 25 anni, accelerata dal 2010, pare abbia inciso molto meno di quel che viene propagandato: è propaganda e mistificazione che ci sfianca, per ottenere l’imbarbarimento delle società, la parcellizzazione dei rapporti, il materialismo spicciolo dei luoghi comuni relativisti, la discesa delle anime in un inferno insieme personale e universale senza scampo, quel “Complex of cages” di cui parlano i Barren earth.

Li conoscete? Sono una costola degli Amorphis, meno avventurosi e più Enslavediani, dei quali vi consiglio l’esordio stellare The curse of red river e il per ora citato sopra ultimo loro disco del 2018.

Ecco, lì c’è qualità di scrittura e produzione. Luca evidenzia come l’ultimo dei Wytch Hazel sia inascoltabile come produzione, io aggiungo anche il primo, il secondo e il quarto. Ma non il terzo, Pentecost, meglio registrato e ispirato.

Guardiamo i gruppi: stili, formazioni, paesi diversi, ma la stessa voglia d’incidere qualcosa che rimanga, manierista ma di qualità, connotati dall’essere potenziali anche negli errori, difformi dalla media e amalgamare in sé il passato, senza ridursi a copia spudorata ma influenza vivente.

Perché nel terzo dei Wytch Hazel sentirete sempre l’influsso di Wishbone ash e Ashbury (recuperate il loro disco…), nei Barren earth il richiamo all’esperienza nordica più avventurosa nei suoi ponti fra progressive settantiano e Death Metal, ma sfido a non trovare in questi ascolti, dei guizzi inusitati per la media di un settore che si rifugia nello stantio inseguimento di ogni moda nel commercio e nella tecnologia, perdendo in tal modo sé stesso.

I gruppi sopracitati hanno due chiavi in comune: forte identità non allineata e perciò critica della modernità (il cristianesimo militante rock e il romanticismo gotico) e l’amore per gli anni 70 gestito attraverso ciò che è venuto prima e dopo (come non sentire i Praying mantis nell’equilibrio armonico dei primi e i Doors nei secondi).

Per approcciarvi a loro consiglio due brani brevi, perché talvolta la brevità è un buon viatico.
Dal disco degli inglesi con in copertina la sua bellissima spada, suggerisco l’iniziale melanconica e guerresca He is the fight, con un pre-ritornello ai limiti del r’n’b e le armonie soul immerse in quell’inquietante intermezzo successivo al ritornello.

Da The curse of the red river dei Barren earth, direi di partire da Forlorn waves, dove fan bene quel che ad Akerfeld non riesce, ovvero unire melodie struggenti e potenti con strofe dal suggestivo dialogo fra ritmica e pianoforte, con l’alternanza voce pulita e growl che si stagliano su panorami sonori ben esemplificati da una grandiosa copertina gotica.