Avete mai sentito parlare degli Eleven? Probabilmente solo se siete fan sfegatati dei Red Hot Chili Peppers. Lo dico perché alle origini, il destino di queste due band è stato unito per un po’. Vi basti sapere che i due membri del gruppi rimasti della vecchia line-up, Alain Johannes e Jack Irons, erano insieme a Flea e Hillel Slovak, parte del gruppo Anthym, poi chiamato What Is This? Come potrete immaginare, 3/4 della band (Irons, Flea e Slovak) si unirono presto a Anthony Kidies per un nuovo progetto di conquista del mondo. Le cose andarono avanti per un po’ con i tre che cercarono di portare avanti entrambe le band, in tempo per fare diversi concerti e un EP con i WIT e poi concentrarsi esclusivamente sulla cosa con Kidies.
Due album più tardi, i Red Hot persero Slovak in via definitiva, per overdose. Anche Irons uscì dal gruppo ma non in maniera così irreversibile. Lascò i Peppers e formò gli Eleven con Johannes, il quale coinvolse nel progetto una cantante e tastierista notevole, Natasha Schneider; con cui aveva già messo in piedi un duo.
Irons avrebbe salutato per la seconda volta Johannes nella seconda metà degli anni 90, per unirsi ai Pearl Jam, contribuendo attivamente alla realizzazione di No Code e Yield; Johannes e Schneider, avrebbero aiutato Cornell a scrivere Euphoria Morning, e parteciparono a dischi di No Doubt e Josh Homme, prima che lei, poverina, nel 2008 morisse di tumore a non so cosa. Troppo oltre, riavvolgiamo un po’.
Oggi torniamo ai tempi felici e speranzosi di una band che aveva le canzoni, il tiro, il suono e un nome abbastanza di merda. Fecero i concerti giusti (tour con Pearl Jam, QOTSA, Soundgarden) si trovarono nei posti buoni al momento buono, ma non riuscirono a diventare come i grandi gruppi e star che sfiorarono o incrociarono e aiutarono lungo il percorso. Ah, Johannes fisicamente non poteva farcela a divenire un dio del rock. Paffuto e rassicurante come un panda allo zoo, difficilmente avrebbe smosso il diavolo nel mondo femminile. Probabilmente quello e il monicker sono stati fatali. E se pensate che siano cose di poco conto per avere successo, allora siete proprio ingenui.
Mi interessa parlarvi del secondo album, che sto ascoltando a ruota da tutta la mattina. Intitolato semplicemente con il nome della band, è tutto un programma. Di solito quando un gruppo chiama col nome il disco, lo fa un po’ per dire: “noi siamo così, finalmente sappiamo chi siamo” e via così. Eleven in effetti è un lavoro molto più poderoso e maturo rispetto all’esordio, Awake In A Dream, che a sentire Massignani non era il massimo.
Qui si fa sul serio. Ecco una vera partenza. Sentite che botta. I pezzi sono dei grossi pupcake di rock alternativo americano, con i suoni bigger, ‘attitudine fiera e ganza, il sound hot & buro di chi punta sulla ciccia, sulle grandi lezioni del rock classico, in particolare dei Led Zeppelin e dei Free, ma per parlare ai ggggiovani che morirebbero (e ne morirono) per i Pearl Jam.
Ascoltate Crash Today o Towers, Let Down, che cita nell’incipit gli Zep Di Physical Graffiti, Sono tutte nerbate in testa a non finire. Il disco però è variegato. L’intensità diventa più sottile e stilosa, c’è un po’ di funky-western (Slinky), ci sono i Beatles (Runaway) ma prima di chiudere ecco la manona che vi spegne una buonanotte direttamente sulla faccia (Heavy).
Nonostante Eleven sia un gran disco, non ha lasciato praticamente alcun segno, almeno in Europa. Non so negli Stati Uniti, dove pare che un certo Dave Matthews faccia sfracelli da decenni, mentre qui è un signor nessuno; non so dicevo, se gli Eleven sono amati e ricordati almeno da quelle parti. Si tratta di un hard rock di qualità, da suonare in coda a uno di quei talk show della seconda serata; e in fin dei conti inoffensivo.
Di sicuro è ancora oggi un lavoro fresco e piacevole, per provare l’impianto nuovo. La gestione del sound greve delle tastiere della Schneider, l’impasto equilibrato tra l’hammond e i chitarroni di Johannes, è una cosa che difficilmente ho trovato così amalgamata bene in altre band retro-rock di questi ultimi anni. C’è un tempo dell’arte di incidere album che ormai non ci appartiene più. Altro che recuperare vecchi otto piste e sciroppo di salnitro.

