I King’s X sono tra i gruppi più amati, stimati, influenti e meno ricchi dell’heavy rock. Jef Ament disse che a inventare il grunge erano stati loro. In Italia li conoscono in pochi ma li amano alla morte. Sono grandiosi. E come tutti i talenti veri, hanno dovuto affrontare il grande salto verso il successo. Nonostante la capacità creativa, l’originalità e la raffinatezza stilistica, non sono riusciti a combinare granché. Probabilmente a un certo punto, avrebbero voluto riuscire a riempire gli stadi e ritrovarsi come tanti altri big del pop-rock, in una bolla di successo perenne, al di là di qualsiasi ambivalenza dell’ispirazione. Qualcuno ha più qualcosa da dire sui Red Hot Chili Peppers, i Metallica o sugli Aerosmith?
I King’s X per un po’ sognarono di poter raggiungere certi vertici di popolarità e rimanere in cima. Anche l’Atlantic ci sperò tanto, almeno all’inizio. Gli fece firmare un contratto per tre dischi e il primo, l’omonimo, vendette “quasi” al livello delle aspettative, che vuol dire un botto, ma non abbastanza da sentirne il rumore in tutto l’Occidente.
Proprio in quel periodo di consacrazione, ci fu una rottura, vissuta con rabbiosa liberazione, dal manager storico. Il gruppo si giocò la seconda possibilità con l’Atlantic puntando tutto sulla furia di chi è ormai adulto e non ha più bisogno di una guida. Uscì un disco, Dogman, molto buono come sempre, ma non al punto di conquistare il grosso pubblico, quello vero, oceanico, indifferenziato, capace col suo calore immenso di farti sentire così solo da pensare di ammazzarti (vedi vari nomi importanti che non c’è bisogno di elencare).
L’Atlantic spinse Dogman, ma vide subito che non era cosa e dopo un po’ mollò i King’s X a se stessi. L’album non andò male ma il trio si stancò di soffrire per qualcosa che in fondo neanche voleva davvero. E così tutti quanti si tagliarono i capelli. Stefano Longhi di Metal Hammer pensò di essere originale domandandogli la ragione ma non ottenne risposta. A parte il passaggio dal barbiere, la band decise di incidere il terzo e ultimo album per la grossa etichetta, fregandosene completamente di tutti quei sogni di successo e delle pressanti aspettative dei signori in cravatta e sigarone. Fecero solo ciò che avevano sempre fatto: realizzare qualcosa che gli desse soddisfazione. 
Ear Candy è un bel lavoro, pieno di melodie gustose ma senza hit sceme da far cantare alle casalinghe dispeptiche. Ci sono comunque alcuni brani che ti si infilano nel cuore con la stessa disinvoltura di un cucciolo smarrito, The Box, Lies in the Sand o American Cheese, che a me fa pensare più ai Crosby, Stills, Nash e Young di Our House che a “qualcosa stile Beatles” come scrissero in sede di recensore molti critici.
Chiaro che dietro Our House c’erano i Beatles, ma davanti a loro i cazzo di CSNY, con tutto il rispetto; e gli X è dai quattro cantautori ripresero quel bandolo un po’ gigione e poetico insieme su American Cheese.
Rispetto a Dogman Ear Candy non è possente e tirato, perché in fondo i King’s X non hanno bisogno di esserlo, di mostrare i muscoli. Le loro melodie ci riempiono, ci stendono, ci trascinano via, e non pensiamo neanche un momento che in fondo sono “leggeri”, troppo rock e poco metal. Quando la musica è così intensa e genuina, queste etichette non significano nulla di nulla.
La mia preferita comunque è Fathers, con il suo ritornello deflagrante. Il brano riflette sul senso della famiglia e mi tocca, perché io ho una fottuta famiglia, sia alle spalle che davanti. E per quanto non sia sicuro di cosa intendano i King’s X con quella canzone, riesco a sfiorarvi il senso profondo con la punta delle dita, lassù oltre il soffitto della mia vecchia cameretta, quando seguivo l’idrografia della vecchia pittura crittata e sognavo di leggervi i messaggi da una terra desolata.
Ero lì sul letto mentre dallo stereo il brano si spargeva nell’aria dalle casse e copriva le voci di mia madre e mio padre, che litigavano perché lui forse aveva ripreso a tradirla.
Amo la musica che mi riporta nei miei luoghi oscuri, per me è una coperta calda con cui attraverso il deserto ghiacciato dei ricordi peggiori. L’adolescenza mia è stata una merda tranquilla. Nel 1996, mentre i King’s X dicevano fanculo al grande treno del successo, che li stava scaricando nel nulla di una stazione come tante, ricordo che passavo le mie giornate a cagarmi sotto all’idea di dover prendere la mia vita e farne qualcosa di normale, alla faccia dei miei sogni di gloria.
Quando Pinnick, Tabor e Gaskill, scesero dal treno e si ricordarono di come l’aria fuori fosse puzzolente e afosa, immemori per il troppo tempo trascorso nelle coltri climatiche dei condizionatori dell’Atlantic, la respirarono a pieni polmoni e tossirono, decisi a riappropriarsi dei loro veri sogni, non quelli suggeritigli da Mefistofele. Suonare, far musica ed esprimere ciò che avevano dentro, alla grande, come avevano sempre fatto. Ma cos’era il grunge, e chi l’avrebbe inventato, caro piccolo Ament?
Noi siamo i King’s X e la sola cosa che volevamo inventare era un modo per esprimere noi stessi.

