I Simple Aggression sono americani, vengono dal Kentucky, da un posto chiamato Indipendence. Mi hanno sempre fatto morire le informazioni sulla geolocalizzazione (si dice così, ormai) delle band. Come se vi venisse qualcosa in tasca a sapere che questi cinque stronzi sono di Indipendence, Kentucky, ma nella logica di chi scrive schedine un tanto al CD gratis è pur sempre una riga in meno dal traguardo delle battute minime, no?
Va beh, quello che invece dovete sapere sui Simple Aggression è che hanno realizzato un paio di album, di cui il secondo è una figata. Gravity, uscito nel 1996, lo stesso anno in cui il gruppo si arrese e si dileguò (ricomparendo per una reunion poco richiesta nel 2010; no matter where, dai).
Vengono dal classico thrash e certi demo lo testimoniano, ma già nell’esordio Formulations in Black del 19943, si staccano dai convenevoli della Bay Area e infilano un po’ di tutto, come molti nuovi gruppi usavano e osavano fare tra il 1991 e il 1995. Passarono quasi per uno di quei gruppi zuzzurelloni del crossover funk metal di inizio anni 90, di cui spesso qui vi scriviamo.
E invece, nel successivo e ultimo disco ufficiale, Gravity, le cose diventarono molto più a fuoco e audaci. C’è sempre la mano pesante del thrash in parecchi dei brani, ma i Simple Aggression in quel loro passaggio fatale riuscirono ad amalgamare tutte le influenze in una formula singolare e tirar fuori ciò che avevano da dire e che potevano dire solo in quel modo.
Intanto sostituirono il vecchio cantante, Doug Carter, con un tizio mostruoso di nome Eric Johns, capace di mettere insieme Chris Cornell, Ronnie James Dio e Lizzy Borden in uno sciroppo caustico che vi colerà giù per la gola, impedendovi di obiettare qualsiasi cosa già le vostre testoline staranno elaborando preventivamente riguardo i nomi che ho scomodato.
E poi c’è questo massicciame di ritmiche potenti mescolate a passaggi più strani e vicini al grunge. Ok, l’ho detto, il grunge, ma vi assicuro che la cosa non vi peserà più di tanto, perché le canzoni vanno alla grande e cosa ci sia nella ricetta importa poco, se la pietanza è così buona, no? Provate Release, per dire o Demon Smile, per capire cosa intendo.
Non c’è l’attitudine profonda e inquieta di un wannabe Eddie Vedder o le lagne esistenzialiste degli ennesimi ex metallari invaghiti degli Alice In Chains. Johns è un polifemo e sta in piedi da solo, con due palle gigantesche a divaricargli bene i piedoni e torreggiare sull’olocausto delle vostre antiche di-speranze. Il resto dei Simple Aggression gli mettono sotto un gigantesco Cart Horse, di quelli che disegnava Frazetta, per capirci. Lui cavalca e urla preghiere al tuono, spaccando il terreno a ogni sgroppo; dai crateri che gli insanguinati zoccoli del muscolosissimo destriero producono in terra, spuntano manine di bimbi zomi, morti in battaglia.
Entriamo nello specifico di qualche pezzo? Ok, invito a testimoniare Art Of Discipline che è come se al posto di John Bush, gli Anthrax avessero preso il Ronnie Dio di Strange Highways. Swimming In Quicksand invece parte con una matassa di alt-rock mistico un po’ fighetto e poi però si gonfia e gonfia come i polmoni del lupo davanti alla casa del primo porcellino, e sbotta su quella misera paglia un ritornello spazzatutto come quelli dei Crue insieme a Corabi.
Ma ce ne sono tante di canzoni che ascolterete rimanendo sospesi a chiedervi dove i Simple Aggression andassero a parare ed è meraviglioso perché la cosa potrebbe darvi un gran piacere, come se un pompino che vi stanno facendo vi restituisse la medesima angosciosa e febbricitante paura di esplodere che aveste da ragazzini, quando la prima volta ve ne fece uno la persona da cui vi sareste meno aspettati un simile servizio.
Prendete Eternity Suite, per chiudere l’assaggio. C’è un po’ del lato dark dei Jefferson Airplane e quello più cupo dei Lizzy Borden di Deal With The Devil e questo solo nel crescendo iniziale. Quando scoppia il ritornello la pelle vi si spaccherà come la dimora di una vecchia noce.
Ok, basta con queste immagini stereotipate per metallari con il cazzo in mano. Provateli. Gravity vi dimostrerà, così come ha mostrato ancora una volta a me, qui nella discarica, che c’è così tanto da scoprire e riscoprire, da recuperare e diffondere nel passato del metal: un passato che deve ancora esistere davvero e che per certi versi non è mai esistito. Stare sempre alla finestra nella speranza che quei poveri martiri dell’ultima generazione caghino fuori dei capolavori, è perfettamente inutile con queste manne dai cassonetti.

