Insomma, a me i Manic Street Preachers non piacevano per nulla. Li avvistavo di tanto in tanto sulle reti musicali e li mettevo insieme a tutta la sfilza di gruppetti e gruppastri cosiddetti brit-pop. Mi domandavo come mai li intervistassero sulle riviste metal, ma la cosa mi colpiva fino a un certo punto. A metà anni 90 Metal Hammer o Metal Shock mettevano band punk rock in copertina oppure i Red Hot Chili Peppers del cazzo. Ricordo alcuni Top Album di Metal Hammer inverosimili: No Code dei Pearl Jam, per dire. Un altro mese toccò a Slang dei Def Leppard. Metal Hammer, capite? Quindi cosa c’era di strano a dare due paginette di spazio ai Manic Street Preachers?
Non potevo verificare cosa avessero fatto prima di The Holy Bible e non mi ero neanche sognato da lontano di comprare quel disco, che nel 1994 era stato tanto osannato su un sacco di giornali e riviste. Dopo qualche decennio ho scoperto che avevano tutti ragione: è un lavoro immenso; ma col metal non c’entrava e non c’entra nulla.
Se tu vuoi pasta al sugo e ti portano il farro con i funghi, non vuol dire che tu sia incapace di apprezzarlo solo perché lo rimandi indietro senza assaggiarlo. Tu volevi la pasta al sugo, no?
Nel 1996 su Metal Shock si parlava un gran bene di Everything Must Go. Squadrando con una leggera irritazione il sottotitolo all’articolo-intervista al gruppo, però rimasi catturato dalle prime righe. L’incipit sembrava un giallo-esistenziale da film alla Antonioni: il chitarrista, fondatore e leader della band, era scomparso nel nulla, dopo aver lasciato la propria auto chiusa nei pressi di una stazione di servizio e in una stanza d’albergo, un biglietto rivolto a una donna misteriosa con su scritto solo “I Love You”.
Si trattava di Richey James e senza di lui, sparito ma non ancora dato per morto, il gruppo aveva trascorso parte del 1995, poco dopo aver annullato il promettente tour americano, a domandarsi se smetterla lì o continuare come trio. Di sostituirlo non ne parlarono mai.
Everything Must Go venne fuori molto buono, anche se costruito in quella dimensione assurda creata dalla scomparsa di James. Ai giornalisti però non fregava una ceppa delle canzoni. Volevano sapere del dolore, del mistero, del giallo di Richey James.
Non era mai stato uno tranquillo, disse Bradfield, il cantante e compositore principale delle musiche. Aveva compiuto spesso atti di auto-lesionismo in pubblico, in tempi in cui era prerogativa delle metal band estreme e non andava molto di moda tra gli adolescenti. Era alcolizzato, anoressico; una sera in sala prove minacciò di farsi saltare per aria a Top Of The Pops e il resto della band non riuscì, conoscendolo molto bene, a prenderla come una cavolata buttata lì tanto per ridere.
Ok, gli altri avevano deciso di andare avanti ma non si poteva negare che fosse passato ancora troppo poco tempo per una metabolizzazione creativa, se non iniziale. Il gruppo infatti ha poi impiegato quasi trent’anni di carriera e mantenendo un’assidua produzione discografica di undici a nutrire e nutrirsi di quel senso di abbandono, di morte sospesa, di convivenza con il vuoto lasciato da James.
Non voglio fare un necrologio per il trentennio della scomparsa; a quello penserà Rolling Stone o La Repubblica. Io preferisco chiedermi ancora cosa ci fosse di metal nei Manic Street Preachers. Sarò frivolo ma su Sdangher è di questo che voglio domandarmi. Ricordo che in un’intervista di Metal Shock, qualcuno domandò a James Dean se pensasse il gruppo come pop o metal e quanto fosse voluta la somiglianza con i Queen. Esatto, disse queste due parole: metal e Queen.
Già perché negli anni 90, i Manic Street Preachers, sia per la voce di Bradfield che per l’incedere “epico” del riffing di Richey James, pareva ci fosse un casino di Queen nel sound della band.
Ho iniziato a farci caso soltanto dopo che l’ho letto in diverse recensioni attempate. E quando me ne sono accorto ho constatato che sì, qualcosa c’era di Mercury nella voce, ma non come ce ne poteva essere in gente tipo Justin Hawkins o in Mika, in Matthew Bellamy dei Muse o in qualche nuovo attrezzo forgiato in un talent show su misura per i Queen. James Dean ricordava Freddy senza volerlo e soprattutto senza cercarlo, neanche un secondo. Lui cantava le sue cose e di tanto in tanto poteva avvicinarsi a un certo modo di intonare di Mercury, quello meno smisurato, non l’esagerato che tutti gli altri invece hanno scimmiottato con insistenza sempre più irritante, negli ultimi 20 di vintage rock.
Tanto più che nelle interviste rispondeva di non riconoscere un’influenza dei Queen nella musica dei Manic e soprattutto di non capire un’etichetta come metal in merito alla band.
Ho ascoltato un po’ tutti gli album prima di Everything Must Go e, forse il primo suona più hard rock, con qualche bel quattro quarti e dei riffoni in stile vecchi Cult di Electric; talvolta mi hanno ricordato i D.A.D., sto parlando di Generation Tortures, ma non è roba davvero heavy.
Inoltre, il meglio dei Manic, nel terzo, quarto e quinto disco, col metal non ha avuto proprio nulla a che spartire. Oggi riconosco anche io che questa band, nei primi anni 90, aveva davvero qualcosa di interessante da dire, ma non le canzoni in grado di trasformarla in un fenomeno alla Nirvana o Blur.
Aveva di certo un proprio Nazareno di razza, che invece di farsi trovare con le braghe sporche di merda e il cranio sul muro, sparì come uno spettro malinconico nella nebbia di un gelido febbraio, con un inquietante gioco di prestigio, anzi no, un vero e proprio incantesimo.
Nel 1996, dopo aver letto l’intervista conclusi che fosse solo un trucco promozionale e che presto lo stronzo sarebbe riapparso. Nel 2008 i famigliari hanno avuto il certificato di morte presunta e ancora oggi non si ha un corpo, vivo o morto che sia. C’era poco da ridere. Ma c’era anche poco da metal, nei Manic Street Preachers.

