Tra le brume industriali malsane di Birmingham e le distese agresti e tepide della Cumbria, alle soglie degli anni ‘70 nacque un suono che non apparteneva né alla luce aristocratica e raffinata del progressive né all’abisso operaio e proletario dell’heavy metal: un qualcosa di intermedio, sospeso. Croce e delizia di alcune band, questo limbo non portò grande fortuna a tali progetti, che rimasero sostanzialmente ibridi curiosi e mai del tutto compresi. Destino che toccò principalmente a loro: i Necromandus.
Nati tra il 1968 e il 1970, Bill Branch (voce), Barry “Baz” Dunnery (chitarra), Dennis McCarten (basso) e Frank Hall (batteria) crescono tutti in una regione geograficamente e culturalmente periferica. Non c’è Londra, non c’è la Swinging Scene, non ci sono i produttori di moda, le minigonne e i caschetti pettinati: solo pub, campi umidi, una profonda malinconia rurale, depressione, alcolismo, uomini abbrutiti dalla fatica e schiacciati dal cielo sempre grigio.
Nell’immaginario collettivo, il termine tira in ballo la Necromanzia, l’evocazione dei morti, un’arte proibita. Ma nelle corde che vibrano, nei riverberi distorti, nei fraseggi modali e nei testi sospesi tra l’umano e l’oltre, la “necromanzia” diviene un atto estetico, un’invocazione della memoria, un gesto di resistenza contro la dissoluzione del tempo.
La loro musica, intrisa di blues ma deformata da una coscienza del vuoto, nasce come eco distorta del tempo. Nel 1972, Tony Iommi, il gran sacerdote dell’ombra elettrica, li scopre, li adotta, li produce.
Con lui registrano nel 1973 Orexis of Death, un album tra profezia e catastrofe. Poi, come in un rito spezzato, il sogno si infrange: Dunnery abbandona la band alla vigilia di un tour americano, travolto da paure, precarietà, esitazioni esistenziali.
Il disco resta inedito. Il tempo cala il suo silenzio. Intanto il titolo dell’album è già manifesto filosofico. “Orexis” è un termine aristotelico: indica la spinta desiderante dell’anima, la tensione verso ciò che manca. “Brama di morte”, dunque, ma non nel senso nichilistico: piuttosto una metafisica della trasformazione.
La morte è qui intesa come principio dialettico, ciò che delimita il vivente e ne fa emergere il senso. In questa tensione si inserisce la poetica della band: la morte non è annientamento, ma passaggio, soglia, dimensione estetica del limite.
La loro musica si nutre di questa dialettica: luce e oscurità, ordine e disgregazione, controllo e abbandono. Le armonie si aprono in un’ampiezza quasi classica per poi richiudersi in riff ossessivi e angolari, come se ogni melodia volesse implodere nel proprio doppio ombroso.
L’album è concepito come un ciclo rituale. Dalla Invocation di Mogidisimo alla Reprise finale, il disco si struttura come un viaggio iniziatico, un percorso in otto movimenti in cui la forma diventa narrazione spirituale. Eppure, proprio la complessità di questo linguaggio ne decretò la scomparsa.
Nel 1973 il pubblico cercava identità nette: o il progressive o l’heavy metal. I Necromandus erano troppo raffinati per il metal, troppo oscuri per il prog, troppo malinconici per la radio. Da una parte, l’eredità del blues elettrico dei Cream e dei primi Led Zeppelin; dall’altra la complessità armonica e temporale del progressive (King Crimson, Genesis).
Ma ciò che li distingue è la loro temperatura spirituale: non c’è trionfo né virtuosismo, ma introspezione. Si avvertono influenze della melanconia pastorale inglese dei Moody Blues e dei primi Wishbone Ash; della densità armonica di Tony Iommi e della scuola sabbathiana; dell’improvvisazione psichedelica alla Mahavishnu Orchestra e persino echi di Debussy o Ravel, nella scelta di accordi sospesi e arpeggi plananti.
Il risultato è un linguaggio unico: un barocco elettrico, dove le chitarre si comportano come clavicembali saturi di distorsione e i pattern ritmici come fughe interrotte.
Quando Dunnery abbandonò, tutto collassò. Orexis of Death rimase una reliquia dormiente. Pubblicato solo nel 1999, apparve come un fossile sonoro perfettamente conservato, un documento di un possibile futuro mai avvenuto. Non ebbe il tempo di diventare influenza consapevole, ma a posteriori si è rivelato una matrice fantasma: la loro estetica del confine riecheggia oggi nei Porcupine Tree, nei Opeth più progressivi, nei Ghost e persino in certe venature malinconiche del doom contemporaneo.
La loro eredità non è lineare, ma carsica: riemerge in luoghi inattesi, nel gusto per la sospensione tonale, nell’idea di “melodia oscura”, nella risonanza tra lirismo e abisso. Nel XXI secolo, Frank Hall riesuma il nome, riporta in vita la musica con John Branch, figlio di Bill, alla voce.
Il disco omonimo del 2017 non è revival, ma ri-attualizzazione simbolica: la continuità biologica del sangue diventa continuità sonora. L’eredità è tutt’uno con l’incarnazione. È il mito del ritorno eterno di Nietzsche: l’opera rinasce, non come copia ma spirale ouroborica.
Ormai però quel sogno è finito, sepolto dalla sabbia e dalla cenere di un tempo che non è più il loro.

