Diver Down – Il trapano umano di Van Halen

1985. Avevo quindici anni, qualche migliaio di lire in tasca quando scoprii “Diver Down”. La cassetta costava tremila lire, spesi volentieri in quel pomeriggio di scorribande con mio fratello e un altro amico da “Otello”, storico negozio di dischi di Alessandria, da noi frequentato assiduamente. La copertina mostrava una bandiera nautica rossa con una striscia diagonale bianca. Ci misi anni a capire che è il segnale internazionale per “sub in immersione, tieniti lontano”. Un avvertimento. Una minaccia. Una promessa. Non sapevo che quella cassetta contenesse il futuro del passato della musica.

1981: “Fair Warning” esce il 29 aprile. È il disco più oscuro, pesante e sperimentale dei Van Halen. Eddie ha scoperto gli amplificatori modulari, la teoria musicale post-tonale, e probabilmente troppe sostanze. David Lee Roth canta su testi che parlano di paranoia, violenza urbana, alienazione. “Mean Street” apre con rumori industriali. “Unchained” ha una struttura in 7/4 mascherata da hard rock. È “In Utero” dieci anni prima dei Nirvana.

Ma a me non piace, non è mai piaciuto, non saprei spiegarvelo, lo sento troppo lontano da me. Mi consola che non sono l’unico. Il pubblico non capisce. La critica è tiepida. Robert Christgau gli dà una C+. “Rolling Stone” scrive: “Tecnicamente impressionante, emotivamente arido”. Vendite: 2 milioni di copie in US, ottimo per chiunque altro, deludente per una band che con “Women and Children First” (1980) ne aveva venduti 3 milioni.

La Warner Bros. è nervosa. Ted Templeman, il produttore, è sotto pressione. La band è in tensione creativa: Eddie vuole fare progressive rock, Roth vuole vivere come una Las Vegas umana, Alex vuole suonare come Billy Cobham, Michael Anthony vuole solo che finiscano le riunioni e si torni a bere e a ubriacarsi.

Intanto nel mondo musicale mainstream la chitarra sembra essere un orpello secondario, la tastiera ruggisce e diventa il nuovo “predatore alpha”. In questo contesto, MTV, synth-pop, cambio di paradigma, i Van Halen sono improvvisamente “vecchi”.

Hanno cinque anni di carriera ma sembrano dinosauri. Il loro hard rock sudato e testosteronico puzza di anni ’70, di FM radio, di un’epoca che sta finendo. E qui arriva la decisione fatale. Gennaio 1982: Warner chiede un nuovo disco. Subito.

Templeman dà alla band una deadline assurda: dodici giorni di studio. Dodici giorni per salvare il momentum commerciale, per rimanere rilevanti nell’era MTV e dimostrare che i Van Halen contano ancora.

Eddie non ha abbastanza materiale originale. Roth suggerisce di fare cover. La band, esausta, frustrata, probabilmente ubriaca, accetta. Entrano ai Sunset Sound Studios di Hollywood il 9 febbraio 1982. Ne escono il 20 febbraio. Quello che succede in quei dodici giorni è uno degli esperimenti più radicali nella storia del rock, mascherato da operazione commerciale disperata.

Il primo suono che ascolti su “Diver Down” è un incubo industriale. Non è una chitarra nel senso tradizionale. È Eddie Van Halen che tiene un Black & Decker drill (trapano elettrico, modello 7194, 3.5 amp motor, velocità variabile) contro le corde della sua Frankenstrat mentre aumenta il volume del suo amplificatore Marshall Super Lead 1959 modificato alimentato attraverso un Variac che riduce il voltaggio da 120V a 89V, creando un effetto che comprime il segnale e genera armoniche dispari.

Il risultato sonoro: feedback controllato in Mi minore, creando un cluster atonale che anticipa di sei anni il muro sonoro dei Sonic Youth, di otto anni il feedback orchestrato dei My Bloody Valentine, di dieci anni l’uso delle “chitarre preparate”di Glenn Branca.

Ma nel 1982, nessuno ha un contesto adatto per tutto questo. I tecnici dello Sunset Sound, abituati a registrare Fleetwood Mac e i Bee Gees, pensano che l’attrezzatura si sia rotta. Templeman registra tutto su una Ampex MM1200 a 24 tracce. Il suono è nudo, violento, organico. Nel 1982, l’uso di “preparazioni” strumentali nella musica rock è praticamente inesistente. John Cage aveva preparato pianoforti negli anni ’40-’50. Fred Frith stava sperimentando con la chitarra nel free improvisation europeo.

Ma nelle major label americane? Nel mainstream rock? Zero. Eddie Van Halen non conosceva Cage. Non conosceva Frith. Stava solo cazzeggiando in studio e Templeman ebbe il buon senso di registrarlo. Questo è il punto cruciale: “Intruder” non è avanguardia intenzionale. È avanguardia “accidentale”. È l’incidente elevato a metodo.

Senza pausa, “Intruder” sfuma in “Cathedral”. Il contrasto è violento: dal rumore industriale alla bellezza cristallina. Eddie suona una chitarra classica spagnola. Il risultato è un suono impossibile: classico ma elettrificato, antico ma futuristico. Questa è letteralmente una corale barocca suonata con tecnica fingerpicking su chitarra classica amplificata.

È Gaspar Sanz che incontra Andrés Segovia che incontra Jeff Beck che incontra Brian May.

Ma soprattutto è Eddie Van Halen che dimostra di poter fare qualsiasi cosa. È lui che dice: “Posso suonare Bach. Posso suonare Vivaldi. Ma scelgo di suonare rock. Non perché non so fare altro, ma perché “voglio” fare questo”.

E poi, BAM, la terza traccia è una cover di Roy Orbison. “Oh, Pretty Woman” (originale del 1964) è una delle canzoni perfette mai scritte. Struttura AABA, riff di chitarra iconico, melodia vocale che sale. Ha venduto 7 milioni di copie. È intoccabile. I Van Halen la fanno a pezzi e la ricompongono. Quando Orbison registrò “Oh, Pretty Woman”, il rock era ancora innocente. Era pre-Beatles sperimentali, pre-Hendrix, pre-tutto.

La canzone parla di un uomo che vede una bella donna per strada e ci fantastica su. È semplice. È diretto. Nel 1982, quella innocenza è morta. Il punk l’ha uccisa. La new wave l’ha seppellita. David Lee Roth la canta con un’ironia stratificata che non esisteva nel ’64. Non è più un uomo che ammira una donna, è un “personaggio” che “interpreta” un uomo che ammira una donna. È meta-romanticismo.

Ecco poi “Dancing in the Street” di Martha and the Vandellas (1964). Fu scritta da Marvin Gaye, William “Mickey” Stevenson e Ivy Jo Hunter. Uscì nell’estate del ’64, pochi mesi dopo i Civil Rights Act. Il testo parla di ballare per strada in varie città americane, Chicago, New Orleans, New York. Ma è anche, non così sottilmente, un invito alla resistenza urbana.

Negli anni ’60, “dancing in the street” era un codice per proteste, occupazioni. La canzone divenne l’inno non ufficiale dei movimenti per i diritti civili. 1982: I Van Halen, quattro ragazzi bianchi di Pasadena, California, rifanno questa canzone. E la rifanno più veloce, più aggressiva, più urgente dell’originale. La “vanhalenizzano” in maniera perfetta. Potrei sbrodalare su come e perché, ma toglierei poesia a questo brano, davvero.

Finalmente, siamo alla traccia 9 su 12, arriva “The Full Bug”, l’unica canzone completamente originale di “Diver Down” che non sia un intermezzo strumentale; non analizzo perché mi rompe i coglioni. E cosa fanno i Van Halen con questa opportunità? Scrivono un blues elettrico di quattro accordi che suona come se fosse stato registrato in un juke joint del Mississippi nel 1935.

È il blues del 1912. È Robert Johnson. È Muddy Waters. È la forma più antica e pura del rock’n’roll. Ma il timbro è alieno. Eddie suona slide guitar, una tecnica che non aveva mai usato prima in studio. Usa un bottleneck di vetro sul suo solito amplificatore Marshall, ma aggiunge alcuni effetti a catena. Il risultato è un suono che non appartiene né al blues tradizionale né al rock moderno. È blues psichedelico. È Elmore James che ascolta i Pink Floyd. Questo è il cuore nascosto di “Diver Down”: una band che rispetta la tradizione. Non la sta distruggendo. Non la sta prendendo in giro. La sta onorando suonandola in modo nuovo.

Qui sono arrivaro a un falso finale. In realtà continuo, gente. Le armonie vocali di Michael Anthony sono l’elemento più sottovalutato del suono Van Halen. Roth ha il carisma, Eddie ha la tecnica, Alex ha il groove. Michael ha le note alte, è un soprano, come Geddy lee e come Paul McCartney. Tanto di cappello. Dobbiamo parlare di Ted Templeman, perché “Diver Down” non esisterebbe senza di lui. Ascoltate la separazione stereo. Eddie è completamente a destra. Michael è completamente a sinistra. Alex è al centro. Roth è leggermente a centro destra (no, niente berlusconismo o fratellismo).

Questa è la tecnica di hard panning degli anni ’60, Beatles, Beach Boys, Hendrix. Nel 1982, nessuno la usava più. Tutti facevano il “Nashville mix”, tutto al centro, tutto compresso, tutto pulito. Templeman usa hard panning perché vuole che tu senta ogni musicista distintamente. Non vuoi un muro di suono. Vuole che tu capisca che sono quattro persone che suonano insieme. Etica, genialità o follia? A voi dirlo cavalazzi.

Adesso mettiamo insieme tutti i pezzi.

“Diver Down” è:

– 5 cover su 12 tracce
– 5 intermezzi strumentali sotto i 90 secondi
– 2 tracce originali (“The Full Bug” + “Secrets”)
– Durata totale: 31 minuti

È un album? Nel senso tradizionale, un’opera coerente con inizio, sviluppo, fine, no. È un collage. È un assemblaggio. È una playlist ante litteram.
E nel 1982, questo è eretico.

Nel 1967, Roland Barthes pubblicò “La Mort de l’auteur” (“The Death of the Author”), un saggio che sosteneva: il significato di un testo non dipende dall’intenzione dell’autore, ma dall’interpretazione del lettore. Applicato alla musica: il significato di una canzone non appartiene a chi l’ha scritta, ma a chi l’ascolta. E a chi la reinterpreta. A me basta questo. Riprendete in mano il disco, ascoltatelo, ma solo se questo articolo vi ha parlato. Altrimenti ripescate la solita ciofeca dei Grave Digger e ci salutiamo qui.