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Primeval Well – Il black metal con gli speroni da cowboy!

primeval well

I Primeval Well vengono da Nashville e si sente. Anzi, vogliono che si senta. Le coordinate di questo disco (pubblicato sotto la misconosciuta Red River Family Records) si muovono tra il country e black metal, il che non è così strano, se pensiamo alle origini della band. Immaginate di vivere nella capitale mondiale del country, di andarne orgogliosi, e allo stesso tempo di avere il chiodo fisso per le gelide atmosfere del black scandinavo e americano: avrete già una qualche idea di quello che troverete qui dentro. Ma attenzione, perché sarebbe facile aspettersi una roba alla Panopticon, in cui sezioni black si alternano a libagioni folk, ma solo con un netto cambio di registro. In realta i quattro ragazzotti in questione si sono evoluti ad uno step successivo di commistione: lasciano da parte le tentazioni “cascadian” più celestiali per virare verso un suono molto più raw e carico di urgenza (potere della produzione fatta in casa), ci ficcano spesso fraseggi o assoli dissonanti, e lasciano che la vena Nashville-style emerga pure nelle melodie in tremolo picking, oltre che nella loro anima più acustica.

E il minutaggio dei pezzi sale, a seconda di quanti e quali cambi di umore la band abbia voglia di sfoderare nell’arco di una canzone. Quindi? Una roba da pipparoli alternative-oltranzisti o un valido esempio di come si possa suonare ancora qualcosa di originale in ambito black metal (americano)?

Beh, non l’avrei mai detto ma nel complesso questo strano ibrido mi ha convinto, nonostante le evidenti lacune in fase di songwriting. Il bridge gothic-americana di Black Plains Of Primeval Adoration, la costante tensione di Abstraction Of The Ancients o, ancora, Cosmic Conscription, con il suo solo a metà tra country e fusion (si, ho detto proprio fusion…) sanno creare un’atmosfera indiscutibilmente originale e aliena, pur mantenendo i piedi ben piantati nella materia di un certo USBM, come se Xasthur, ormai guarito definitivamente dalla depressione, decidesse finalmente di esplorare mondi sonori ben più articolati rispetto alla semplice autocommiserazione.

Ora, i testi non li ho sottomano, ma leggendo i titoli mi sembra che l’estetica della band rifletta un po’ i due poli di quello che suona: da una parte il folklore, la terra e l’eredità di chi venne prima di noi, e dall’altro la tensione cosmica, la morte e l’occulto.

Certo, la dicotomia funziona spesso egregiamente, ma ci sono volte in cui i passaggi da uno stile all’altro si fanno bruschi e disordinati, come se fossero frutto di un cut-up seriale. La qual cosa potrebbe anche starci, vista la bizzarria della proposta (e sicuramente qualche indie-nerd potrebbe liquidarmi come uno che non capisce un tubo), ma purtroppo evidenzia ancora una certa ingenuità nella scrittura, tant’è che in più di un’occasione gli eccellenti spunti melodici o le azzeccate texture acustiche (mai ridondanti) si perdono un po’ per strada per la mancanza di una struttura più ragionata nei pezzi.

Sistemato quello, in futuro potremmo aver davvero scoperto una band coi fiocchi. Al momento siamo all’episodio pilota che ti invoglia a capire come la storia andrà avanti.

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