Non sarà facile ricordare il loro nome: The Neptune Power Federation. Ultimamente ci sono un paio di tendenze riguardo i nomi delle band, C’è chi si chiama in modi così semplici da rasentare la macchina da scrivere dei Manowar (Midnight, Night Demon, Ghost) e chi invece opta per dei nomi talmente strani e difficili da ricordare che se non ci fosse il copia-incolla, nessuno sarebbe in grado di scriverne (Derby Motoreta’s Burrito Kachimba, per dire, li conoscete? Esistono davvero, sono pure fichi. Fortuna che ormai non si deve più andare in un negozio e chiedere: “ce l’avete i Derby Motoreta’s Burrito Kachimba?”).
Nel caso dei Neptune Power Federation, ammetto di aver impiegato diversi mesi a memorizzarli. Mi ricordavo del dio Nettuno, ma il resto è stato difficile da fermare nel mio cranio. Ora li cito in scioltezza, dietro però c’è un duro lavoro mnemonico.
Bene, “danziamo di architettura”, come direbbe lo zio Frank e passiamo a parlare del disco. Si intitola Goodnight My Children. Cavallini, in quest’occasione, mi sforzerò in quest’occasione, di non sciorinarvi tutta la sequela di informazioni che potete trovare in decine di altri siti, italiani e stranieri.
Come suona l’album? Anche quello, basta che andiate su You Tube o Spotify e ve ne farete un’idea. Ciò che posso aggiungere senza ripetere a pappagallo cose di altri o descrivere ai sordi il suono della campana che li rese tali da bambini, è descrivervi l’esperienza che l’ascolto di questo lavoro mi ha permesso di vivere.
Ma cosa ve ne frega della mia esperienza? Beh, allora dovreste domandarvi cosa stiate facendo qui, cosa vi siate illusi di leggere, che non sia l’esperienza ultra-soggettiva di Padrecavallo. Quindi prego, per di qua, o arrivederci e per di lì.
Goodnight My Children è un lavoro ricco di sapori. Potete trovarci la rassicurante patina del “Ruock” dellacioppiano, fatto con i chitarroni degli Who e i cori ormonali degli Eagles, ma sotto questa superficie dignitosa, appposto, c’è un acquario di creature strambe, che più le osservate e meno vi piacciono. La cosa che mi avvince delle canzoni dei Neptune Power Federation è proprio la capacità di utilizzare certe apparenti e amichevoli ridondanze Class per invischiarvi in un mondo sotterraneo tutt’altro che bonario e da sagra del disco.
C’è un senso di inquietudine che vi striscia su dalle caviglie, infilandosi sotto il bordo dei vostri pantaloni e infilando le unghiette puntute nella ciccia pelosa dei polpacci pigri. Cosa significa questo linguaggio figurato? Che non vi sentirete tanto sicuri dopo un paio di pezzi.
Goodnight My Children sembra una specie di festa colorata e in apparenza un po’ scema. Immaginate tanti nerd che indossano assurdi costumi. Mentre siete lì nel mezzo della bolgia sudorifera, a domandarvi come ci siate finiti, inizierete a notare delle cose che non vi tornano, tipo la puzza di pesce che emerge tra l’odore di patatine, di gomme Big-Bubble al cocomero e di pizza surgelata; soprattutto avete intuito che l’aria un po’ troppo isterica nello sguardo e nella voce di tutti quegli assurdi travestiti brutti e tristi, si sta sgretolando peggio di un Visitor anni 90.
Ora, Goodnight My Children è fiabesco e quindi terribile come solo le fiabe sanno essere. A me ricorda due band che ho nel cuore ed è una delle ragioni ultra-soggettive che mi spingono a dir bene del disco, oltre a sostenere in generale la causa artistica del gruppo.
Sì, i Neptune Power Federation sono una delle più ganze band rock-metal che possiate trovare nel 2024.
Il primo nome che sento di fare è quello dei Fleetwood Mac nella versione di Stevie Nicks. Ho sempre trovato molto più inquietanti loro dei primi FM con Peter Green; per quanto nel caso del chitarrista perduto vi sia di mezzo la follia, con Nicks e Buckingham, è più una questione di nevrastenia compressa in una selva di tranquillanti, di non detti e di magia grigia.
La seconda band a cui i Neptune mi fanno pensare è forse il più grande rimpianto che ho in questi ultimi dieci anni suonati: i Devil’s Blood, finiti a causa di una morte improvvisa e con un sacco di cose rimaste nella carcassa di chi ormai è, parafrasando Kerry King, solo cibo per i vermi.
Nei Neptune ritrovo tutto ciò e me ne rallegro.
Quanto al disco, vorrei parlarvi di un paio di canzoni straordinarie che potete trovarvi, ammesso che voi siate tra quelli che ancora si sentono tutto un album, canzone dopo canzone e non dei convertiti allo shuffle.
La prima è Woe Be Father’s Troubled Mind. Comincia da una finestra su un gelido mattino. Ho trascorso una notte a scappare dalle grinfie di un incubo che non voleva morire, nonostante l’abbia accoltellato, pestato, morso. Sono stanchi, sveglio e disperato all’idea che c’è un giorno intero in cui ricominciare a fuggire. Da cosa?
Ecco il punto. Ascoltando Goodnight My Children, sembra che i pezzi mi tengano dietro come una macchia d’ombra che scende lungo una bagnasciuga di paure e continuamente minaccia di inzupparmi l’anima.
Il brano risolve l’intro con la consueta maestosità rock anni 70: accordi aperti, sdaaang, sdaradang, cori squillanti, fanfare stratificate e ingegnerizzate a punto. La musica vi vuole, si aggira intorno alla casa del cuore, suadente, vaga e solerte, come il corteo di Mr. Dark. Vi ricordate Mr. Dark? Lui avanza discreto, solenne, tradendo la ferocia dal guizzare degli occhi e il vago sfregar delle labbra sanguinarie.
Potrei continuare a nascondermi nella cuccia dei ragni violino ma preferisco tentare una fuga. Sono fuori, la cassa mi incalza e la voce di Loz Sutch, sacerdotessa dei Neptune, che mi rabbonisce, poi mi schermisce e infine intima di non resisterle, come la Strega di Coraline.
Eccomi qui. Il bagliore dell’alba è una bocca che si apre e in un crescendo in maggiore, mi infila nel sacco intestinale in cui la mistura di succhi gastrici inizia a corrodermi la pelle. Sono fottuto.
L’altro brano è Hariette Mae. Siate pazienti, abbiamo quasi finito, ma questa dovete sentirla assolutamente.
Tutto l’album parla di infanzia, di principesse sotto lucchetto e di padri preoccupati, ma il personaggio di Hariette fa pensare a una delle tante versioni dell’uomo nero. Può essere una donna nera. La canzone sale su per le scale, come una vecchia arpia, ma penserei più a uno spirito infelice, a un’eroina del passato millenario catturata da una maledizione e trasformata nell’aguzzina dei bambini cattivi. Se non vuoi dormire, se non ti va bene la minestra, lei arriva, con le unghie lunghissime e gli occhi morti.
Il pezzo è un misto di eroismo, disincanto e violenza pagana. Ascoltatela al buio e vi assicuro che nella seconda parte, quando il pezzo prende il via come una qualsiasi fuga impasticcata dei Motorhead, non penserete al vecchio Lemmy morto stecchito con un sigaro spento in bocca, o a dei motociclisti drogati che inseguono una famiglia terrorizzata sui loro chopper. Penserete a lei, Hariette Mae, una signora alta e magrissima che vi ha quasi raggiunto.
Questo è, secondo me, la vera potenza dei Neptune Power Federation. Vi portano indietro a un tempo di ingenuità e sogni, quando siete stati bimbi infelici ma pieni di speranze e lì vi riempiono la cameretta di mostri ben peggiori di quelli che temevate di sentir scricchiolare i denti sotto al letto. La musica poi cresce, cresce, splendida, grandiosa, rockissima, coprendo le vostre urla.

