Widowmaker – Non era proprio aria

Dee Snider ERA i Twisted Sister ma fu costretto a mollare il gruppo quando capì che il resto della combriccola non gli stava più dietro. Alla fine degli anni 80, dopo che era uscito Love Is For Suckers, capì che quei ragazzi non ce la potevano fare a stare al passo con i tempi.  Ma siccome non aveva fondato lui la band, dovette lasciare il posto, costringendo gli altri a sciogliersi un minuto dopo.

Le cose erano finite così. Temporaneamente, ma nel 1994 Dee non lo sapeva e pensava “per sempre”. Quando tornò in Italia per promuovere il secondo album dei suoi Widowmaker, Stand By Your Pain, quell’uomo, alto un metro e novantacinque, molto intelligente e carismatico, non ci stava a dichiararsi sconfitto e trovarsi un nuovo lavoro, ma  non riusciva a nascondere un’aria poco allegra.

Aveva dominato le classifiche con il suo gruppo e adesso era caduto, ma si sarebbe rialzato e avrebbe riguadagnato i traguardi che ora erano così lontani, certo… però, insomma, cazzo. nemmeno dieci anni dopo il botto di I Wanna Rock e Stay Hangry, Snider guidava lui stesso il pulmino su cui la sua nuova band viaggiava da un locale al successivo.

Per il grande pubblico, Dee è sparito con la sua band fino al nuovo millennio, quando è ricomparso con il vecchio gruppo al seguito per suonare nei festival i grandi classici. Nessuno si ricorda, per fortuna, dei Desperado o dei Widowmaker. E non vi sto dicendo che è un’ingiustizia. Va bene così.

Dal 1987, Snider non ne aveva beccata una.

Per prima cosa aveva scelto di fare un disco solista, ma si lasciò convincere a pubblicarlo come Twisted Sister. Parlo di Love Is For Sucker.

Quando poté finalmente darsi alla carriera in solitaria, cosa che a quel punto l’avrebbe favorito molto di più, decise che era meglio fondare una nuova band. Gli serviva una dimensione collettiva in cui sarebbe stato il leader. Così creò i Desperado. Ma chi erano ‘sti Desperado? Ah, il gruppo di Snider, l’ex cantante dei Twisted Sister. Troppe domande per il music business, dietro quel moniker da due soldi.

E infatti i Desperado non trovarono il favore dell’etichetta che li aveva prodotti. L’album rimase in stallo a tempo indeterminato e quando uscì, anni dopo, il gruppo era morto e ne era nato un altro, i Widowmaker. Ancora un nome del cacchio, diciamola tutta.

I Widowmaker? Mai sentiti? Chi sono? Ah, la band del tizio dei Twisted Sister, e chi erano i Twisted Sister?

Nel 1994, anche se vi sembrerà inverosimile, le nuove generazioni non avevano idea di chi fossero i Twisted Sister e tantomeno Dee Snider. La nuova bella gente che sentiva i Metallica del Black Album, Dirt degli Alice In Chains, Badmotorfinger dei Soundgarden e Vulgar Display dei Pantera, non li aveva vissuti e non poteva conoscerli. Anche li avesse presenti, l’album dei Widowmaker, il secondo, non c’entrava quasi nulla con quel genere lì, il glam metal anni 80; era moderno e ispirato dalle nuove tendenze.

L’operazione Widowmaker, Dee Snider l’aveva gestita un po’ di merda, considerato che lui era un professionista di grande esperienza e con una carriera da rilanciare il prima possibile. L’album d’esordio, considerato un po’ così dai pochi che l’hanno sentito, era un rimpasto delle cose realizzate per i Desperado, con una prima parte più convincente della seconda. Avrebbe dovuto essere un lavoro infallibile come Trash di Alice Cooper e invece era stato l’ennesimo album di hard & heavy melodico, senza una vera hit, ma con tante strizzate d’occhio a un pubblico di riferimento che stava svanendo nel nulla.

Il secondo album, Stand By Your Pain, realizzato non perché il primo fosse andato bene, ma per testardaggine di Dee; è la cosa più intensa e organizzata che lui potesse realizzare a metà anni 90. La band dopo tre anni dalla nascita, era finalmente solida e con collaboratori di personalità:  tra gli altri c’era Al Pitrelli (Savatage e Megadeth) e Joey Franco (Twisted Sister). L’album però è scritto e registrato in pochissimo tempo e con la pretesa di cavalcare i tempi. Questo è stato l’ennesimo, doppio errore.

Ma Dee, dopo anni a girarsi i pollici e avviare progetti fallimentari (e sfortunati) rispose “certo” all’etichetta Music For Nations, quando questa gli chiese un disco pronto. Mentiva. Non aveva nemmeno una bozza di ritornello. Poche settimane dopo però l’album era cotto e sfornato. Il risultato?

Vendette poco, come l’altro. Insomma, i Widowmaker non funzionavano.

E così Dee ammazzò un’altra creaturina e si buttò temporaneamente a scrivere sceneggiature horror per il Cinema. Non andò molto meglio nemmeno lì.  Poi accaddero altre cose, ma non ne voglio parlare qui.

A me oggi va di scrivere del secondo album dei Widowmaker, Stand By Your Pain. In Italia le riviste ne parlarono tutte molto bene. Dee Snider era amato qui da noi. L’album sembrava, dalle descrizioni, una ideale prosecuzione delle cose fatte dai Twisted Sister, ma attualizzate agli anni 90. Però non era vero. Si può dire che sia “il disco grunge di Dee Snider”, ed è pure venuto maluccio rispetto al disco grunge dei Dokken, quello dei L.A. Guns e degli Warrant.

Dee provò a metterci un po’ di tutto, in Stand By Your Pain, come uno chef impazzito. Seattle sounds, groove metal stile Pantera, riffoni hard rock alla Black Sabbath, qualcosina del suo stile consueto, ma è venuto su una specie di mistone dark metal simile alle cose del Ronnie Dio 93-96. Killing Time, il brano d’apertura, per dire, pare uscito da Strange Highways; mentre Protect And Serve, con quel riffone stopposo, è un omaggio sghembo a Dimebag Darrell. Oggi nessuna delle persone coinvolte qui pubblicherebbe più dei pezzi in questo stile arrembante, caotico e randagio. Allora fu ciò che pensarono avrebbe aiutato la band a lanciarsi definitivamente. Non ci capirono una mazza.

Choose a path walked by the few
Save the talk
Show your point of view

Persino un pezzo sparato e nerboruto come Ready To Fall, che per la sua scrittura diretta e hard rock poteva piacere al pubblico metallaro tradizionale, tradisce una certa somiglianza nel cantato di Snider con le cose più spinte dell’allora nuovo dio Chris Cornell.

Long Gone, considerato da Stefano Pera su Metal Hammer, come il brano cardine dell’album, si avvicina terribilmente alle melodie miagolose dei gruppi di Washington. Oggi mi suscita un certo imbarazzo. Dee non aveva bisogno di ridursi così, però vaglielo a dire. Al tempo sosteneva che il metal anni 80 era andato e che non sarebbe più tornato. Credeva che le nuove band degli anni 90 avessero portato una sana ventata d’aria fresca e lui la respirava a pieni polmoni.

Se potessi vedere le cose che ho visto
Fare quello che ho fatto, essere dove sono stato
Allora potresti sentire il dolore che provo
Ma non mi arrenderò, Non mi arrenderò mai

Stand By Your Pain era un disco amareggiato. Esprimeva una rabbia e una delusione profondi per come la carriera gli era finita sotto le scarpe, ma non aveva speranza. La parte in cui Dee resta davvero grande è nei testi. Musicalmente le poche cose buone per me sono quelle in cui si sente il vecchio “Dee Sister”: The Iron Road o la conclusiva All Thing Must Changes, che ha una melodia davvero buona. Quella in cui canta:

There is no rhyme, there is no reason
Don’t look to me for answers
I’ll give you metaphors
And though a lying heart is treason
My only fear is sorrow
My pain is in the score
And nothing more