Mi è giunta la richiesta d’un nostro lettore di approfondire il caso Disciplinatha: avendo fatto nuova irruzione nel 2012 con un cofanetto celebrativo e il documentario “Questa non è un’esercitazione”, rimando a loro, ma colgo la palla al balzo per parlare del riposizionamento che serpeggia in Italia e riguarda il suddetto gruppo. Oggi la prendiamo diversa dal solito, si parte dalla storia militare.
In quest’ambito, il riposizionamento è sito in un limbo fra tattica e strategia: nei secoli recenti, Napoleone lo tentò verso la fine della battaglia di Waterloo per affrontare il pericolo in cui i francesi si trovarono, spostando la linea del fonte di tutta l’aile gauche dell’Armeè du nord con un movimento rotatorio obliquo per fronteggiare le armate anglo-alleata e prussiana congiunte nel pomeriggio con l’arrivo di Blucher (mi son sempre chiesto il legame con la famosa scena di Frankenstein jr).
Su un piano più vasto, iniziata nel 1945 l’operazione Ketsu-Go (significa decisiva) delle forze armate nipponiche, venne attuata per fronteggiare l’invasione degli alleati del suolo giapponese e comportò il ridislocamento di migliaia di mezzi aeronavali e milioni di soldati sparsi per il Pacifico e l’Asia conquistati solo pochi anni prima. Avrei potuto citare prima la Lunga marcia dei Comunisti cinesi o la battaglia di Vienna del 1683, ma qualcosa vorrà dire.
Nella sua storia il Metal ha vissuto diversi riposizionamenti: i KISS e gli Accept sul finire degli anni 1970 cercarono d’incorporare elementi Disco. come ricordiamo la strategia Black sabbath di rendersi più Heavy e meno Doom, l’episodio Sintetico del 1986 di Judas priest e Iron maiden, la virata Funky del Thrash del 1988-92 e la coeva fiammata neo Blues di molti settori Glam…
In seguito vi furono i tentativi meno riusciti come l’ondata detta Groove (oltre i Pantera che ha prodotto), quella industriale di grossi nomi Glam, l’approccio para Grunge di The Ritual dei Testament, le spacconate alla St. Anger, le stranezze come Illud divinus insanum. Il resto sono mode, i vari revival non son solo tali tranne in pochi casi.
E l’Italia rock non è nuova a riposizionamenti e questa breve carrellata cerca di fotografare il tremolio ctonio che cerca di (s)muovere verso l’alto.
Cominciamo con Dish-is-nein, la continuazione dei Disciplinatha. Dopo la ripresa dell’attività dal vivo avvenne un curioso episodio, quando il chitarrista Dario Parisini sferrò un pugno al cantante degli Offlaga disco pax: si trattò d’una reazione a una canzone del gruppo dell’aggredito (scarsa come loro) che attaccava i Disciplinatha per stringere a coorte il pubblico tardo alternativo sinistroso contro i brutirossobruni.
Forse anche per questo i nostri arditi preferiti riemersero discograficamente nel 2018 con il breve nuovo omonimo disco di electroindustrial che attaccava i padroni del mondo e la sinistra globalista con spietata lucidità. Quest’anno il tiro viene alzato: “Occidente (a funeral party)” privo delle chitarre di Parisini per il suo ritorno nell’aldilà, si presenta con un nuovo ottimo batterista, Justin Bennett e un ampliamento dello spettro acustico già migliorato sul precedente, rispetto al passato, virando verso atmosfere novantiane contaminate dal Progressive grazie a una sezione ritmica eclatante, il tutto connotato con testi superiori alla media anche se talvolta un poco appesantiti dalla difficoltà d’incastro storica dell’Italiano nel rock. Nell’insieme, una conferma e uno sprone per tutti.
Cambio scenario: nel 2017 un’interessante progetto lombardo, gli Ancient Dome, arrivava a un quarto disco molto ispirato sul versante Tecnothrash dopo l’evoluzione durata un decennio partendo dal loffio revival che imperversava. Il disco non era una rivoluzione, ma faceva a pugni con le produzioni che ci asfissiano da decenni presentando una pulizia sonora degna di lavori Statunitensi e sembrava tracciare un luminoso futuro. Invece nel 2019 giunse lo scioglimento. L’aspetto vocale delle canzoni denotava un certo miglioramento rispetto agli episodi passati, che sembravano aprire a una maturazione progressiva come tecnica e tematiche. Cos’ha spinto il gruppo a ripubblicare senza riformarsi il disco d’esordio? Una sua revisione per porlo allo stesso livello dei successivi, dal suono più pulito.
Reduci torinesi dello stesso revival e di quello Heavy post Enforcer, i Vigilhunter riemergono dalle brume della città piemontese con un progetto che mira ai fasti del Power statunitense in salsa Helstar-Vicious rumors e un occhio ai Queensryche. Aiutati nella produzione dal Master di Arthur Rizk (ecco dov’era finito, come si chiedeva qualcuno di noi), i Vigilhunter si confermano buoni strumentisti che derivano dall’estrazione sopracitata e con un buon cantante dalla voce cristallina e piglio professionale a cui non stonerebbe un po’di cattiveria in più. Pur sentendo canzoni nate in un’altra età anagrafica dei componenti, il quartetto si denota per pulizia della produzione e arrangiamenti decisi.
Con i giusti mezzi a disposizione Vigilhunter mira ai più alti risultati del genere e cerca di non essere derivativo, meriti encomiabili. Si vocifera d’un secondo disco, si spera con risultati migliori del già discreto esordio. Bravi!
Arriviamo al caso eclatante di quest’annata: forse il disco più rappresentativo del Metal mondiale può essere “The spin” dei Messa. Passati a Metal blade, il gruppo veneto ha smesso i panni muffosi del trito Heavy psych per esplorare territori inusitati alla massa inutile del genere: una virata di matrice ottantiana che traccia tragitti imprevedibili fra il suono massiccio dei Mastodon più melodici e Kate Bush, connettendo la figaggine di John Carpenter agli scenari glaciali dei Cocteau twins, innestando i superlativi Rush del periodo Synth nella stella polare dei Black sabbath degli esordi.
In questo mare di riferimenti colossali, i Messa tentano una strada personale con canzoni insieme orecchiabili e potenti, dove appaiono con dosato equilibrio tromba e Sequencer e si spingono sulla via mostrata dal duo degli Zombi negli ultimi vent’anni, ovvero la riformulazione del glorioso Progressive gotico, in questo caso sotto l’ombrello del Doom tradizionale. Anche qui abbiamo un piccolo dettaglio che non gira bene però: la brava cantante è dotata d’una potenza interessante e istinti Jazz, ma soffre di complessioni neosoul, genericume che imperversa da fine secolo scorso e appiattisce i cantanti con una tecnica efficace ma spersonalizzante.
Riassumiamo: voglia di pulizia sonora ma con voci non completamente allineate ai risultati.
Cosa significherà? Come minimo che l’ultimo trentennio è più pervasivo di quanto si creda: la sua ossessione per l’egoità al centro di tutto ha destabilizzato Rock e Metal. Quindi la lezione sonora degli ottanta (massima definizione per il risultato complessivo) sembra per alcuni un naturale antidoto, probabilmente spesso inconscio. Che ci sia una corrente fra le mille che distraggono e disperdono o si tratta d’una nuova tendenza?

