Juggernaut – Morte prematura e rinascita tardiva

Non avevo mai sentito parlare degli Juggernaut. Già qui mi viene un dubbio se si debba usare l’articolo “i” o “gli”. Allora, ho controllato e lo condivido con voi, magari vi torna utile. Se una parola inizia con la J, al singolare si usa “lo” e al plurale “gli”. Quindi ecco qua: gli Juggernaut. Continuiamo con il miglioramento del nostro bagaglio culturale. Cosa cacchio è uno Juggernaut?
Sembra roba nazi e invece no. Tutt’altro, è un termine inglese di origine sanscrita e vuol dire “forza inarrestabile”. Chi legge i fumetti Marvel forse ci è già arrivato perché c’è un personaggio che si chiama così. La band potrebbe aver preso il nome da qui, visto che la saga di Cain Marko risale agli anni 60; o magari l’idea gli è venuta dopo aver visto un film del 1974 intitolato appunto Juggernaut. Una roba catastrofista con Richard Harris. In ogni caso gli Juggernaut non hanno pensato, nonostante il nome sembri teteschen e abbia ben due “u” nel proprio assetto grammatico, di piazzarci sopra un fottuto accento umlaut. E di questo gli sono grato.

La storia degli Juggernaut è abbastanza corta e tutto sommato non è nemmeno commovente. Non subito. Per la verità è legata al gruppo la tragedia del loro secondo cantante, Steve Cooper, morto per insufficienza renale nel 2006, a 47 anni, dopo una vita passata a farsi di insulina.
In effetti questi ex fischiotti del metal sono ancora in attività. Sul tubo c’è una loro esibizione filmata al Keep It True del 2019 in cui sembrano tutti molto felici di trovarsi ancora con un pubblico davanti. Dopotutto all’epoca vendettero 30000 copie di dischi, sapete?

A rivendicare la volontà di rimettere in moto la belva è il chitarrista Eddie Katilus, che non vedo però sul palco del KIT. Dopo un percorso di riabilitazione dall’alcol, all’inizio degli anni Duemila, tornò nel mondo reale con il proposito di riformare gli Juggernaut. Purtroppo gli ci sono voluti molti anni perché gli altri membri erano tutti lontani e immersi in cose diverse dal metal. Ci aveva quasi rinunciato, il povero Katilus, finché un giorno, in tempi più recenti, tutto si è allineato eccetera eccetera. Il gruppo non sembra in procinto di uscire con un nuovo album, ma risulta ufficialmente in attività.

Curioso che invece, non si conosca la data esatta in cui gli Juggernaut mollarono dopo il secondo disco, “Trouble Within”. Sembrerebbe essere finita nello stesso anno, il 1987, e che la band avesse adempiuto agli impegni contrattuali con la Metal Blade, sapendo già di non poter continuare tutti assieme.

L’istrionico frontman originale, Harlan Glenn, era già andato via, diretto a Hollywood. Lì perse tutti i capelli ma avviò una bella carriera come costumista e ancora è in buoni affari laggiù, anche se considera San Antonio, casa base degli Juggernaut, come la sua vera terra d’appartenenza. Va detto pure che Harly è nato a Tripoli, in Libia, da madre americana e papà inglese. O viceversa, non ricordo.

Da quello che ho potuto notare, la vicenda degli Juggernaut si può dividere in due fasi, usando come elemento di passaggio dalla prima alla seconda, proprio Glenn.

La prima è dagli inizi con i tre demo, fino al contratto per due dischi con la Metal Blade, che i ragazzi firmarono dopo l’inserimento del brano “In The Blood Of Virgins” nella compilation Metal Massacre VII (1986). In questo periodo il gruppo aveva un’attitudine shock rock sul palco, con Harly portato in scena dentro una bara e lancio si topi vivi in platea o bambole piene di trippa (idea poi ripresa dai Deicide) durante il medley dedicato ad Alice Cooper.

A guardare i vecchi filmati in rete, si nota come Glenn fosse vicino per look e attitudine allo stile di Steve Sylvester e Lizzy Borden e che pure gli altri pendevano verso quel genere di inquietudini sceniche. I brani poi erano incentrati su tematiche orrorifiche molto camp (“Impaler”, “Slow Death”) anche se la copertina di “Baptism Under Fire”, il primo album uscito sempre nel 1986, di sicuro sembra più una roba in stile vecchi Sodom o Destruction.

Il disco è ancora oggi considerato il migliore. Su HM lo recensirono in modo entusiastico, definendo la band “originale” e muovendo appunti soltanto sulla tendenza di Harlan a scivolare un po’ fuori dal pentagramma “per mettersi in evidenza”. Una voce che è comunque discreta e riconoscibile rispetto a tante altre di allora.

In effetti c’è chi gli riconosce pure oggi una certa sguaiata originalità, specialmente quando sguilla in falsetto nelle cavità nasale. Non lo avvicinerei a Eric Adams però, come fa il tipo su HM. Per me è una via di mezzo tra King Diamond e Udo degli Accept e la cosa non mi spiace.

Anche le canzoni nel primo album sono valide: “All Hallow’s Eve” e “Purgatory’s Child” ancora oggi mi producono un certo divertimento, ma sono decisamente convinto che “Problem Within” sia sottovalutato e meriti più considerazione rispetto all’esordio.

In effetti, la separazione da Glenn, che avviò la seconda e ultima fas del gruppo, non fu un vero dramma. Presumo che il nuovo materiale e l’ugola più potente e sofisticata di Cooper, in aggiunta al suo carattere dimesso e un po’ cagionevole, avessero spinto gli Juggernaut a mollare quello stucchevole shock rock sul palco per qualcosa di più sobrio e austero.

Steve Cooper aveva una gran voce, molto più adatta a esaltare la crescita tecnica della band. Brani come “Vengeance” hanno sia le melodie giuste che la complessità tipica della scena texana di metà anni 80. E a tal proposito, credo che il nuovo vocalist diede al gruppo la possibilità di saltare a piedi pari il fosso dell’eventuale crisi provocata dalla perdita di un singer carismatico e pieno di iniziativa come Glenn.

Purtroppo il colpo di grazia arrivò con l’abbandono del batterista, Bobby Jarzombek, che lasciò i vecchi amici per unirsi ai Riot.

Ecco, uno come Bobby non è facile da sostituire. Risulta che per un po’ gli Juggernaut tentarono di farlo con un certo Phil Thomas, ma la cosa non dovette funzionare perché nel giro di qualche mese dalla pubblicazione di “Trouble Within”, il gruppo smise di dare notizie.

Al tempo usciva così tanta roba che gli addetti neanche se ne accorsero. Pensate che già nel 1986, i giornali lagnavano un vistoso calo qualitativo delle release della Metal Blade rispetto agli anni precedenti. Se vi faccio l’elenco dei dischi pubblicati in quell’anno dall’etichetta sono sicuro che non riuscirete a capacitarvene, ma va capito il contesto.

Mentre Brian Slagel puntava su Lizzy Borden, Omen e Cirith Ungol, altrove uscivano Master Of Puppets, Reign In Blood, Epicus Doomicus Metallicus e Rage For Order. Chi avrebbe mai scommesso sugli Juggernaut?

Oggi abbiamo una visione un po’ diversa, condizionata anche dalla nostalgia e dal bisogno di ricondurci a una purezza del metal che in quel periodo era distillata alla perfezione anche in anfratti minori come Baptism… I recensori però erano abituati troppo bene e potevano permettersi di sminuire e snobbare gente come i Deathrow e persino i Nuclear Assault di Game Over, stroncati sempre da HM.
Personalmente non sto qui a dirvi che gli Juggernaut e i loro due album siano oggi oro colato e che dobbiate recuperarli quanto prima, siamo nei meandri maniacali del completismo, me ne rendo conto, però sono convinto che meritino una riscoperta.