Dog Eat Dog Step Right Out – La fine dei giochi

“Play Games” rappresentò un momento molto delicato nella storia dei Dog Eat Dog. Avevano avuto un successo inaspettato con il loro precedente “All Boro Kings”, fino a vincere a sorpresa l’MTV Music Awards Europeo e mi pare anche un Grammy. Ora potevano e dovevano puntare alla conquista degli Stati Uniti. Sì perché i DED erano stati acclamati in Inghilterra e in altre zone del vecchio continente, ma a casa loro continuava a non cagarseli nessuno.

La Roadrunner al tempo non aveva ancora molto potere sul mercato americano rock generalista e di sicuro si era ritrovata per le mani un tipo di band difficile da piazzare anche tra il pubblico metal. Personalmente in quegli anni non mi sarei avvicinato ai Dog Eat Dog neanche con un bastone acustico e solo oggi posso ascoltarli e riconoscere che sì, feci bene a non comprare i loro dischi ma tutto sommato, a metà anni 90 ebbero un buon momento per diventare qualcuno. Così non andò e i giochi praticamente finirono con “Play Games”.

Non sto dicendo che questo capitolo della storia dei Dog Eat Dog non ebbe riscontro o non soddisfò i fan del gruppo, ma di fatto non permise alla band di saltare sul gradino successivo. Trovo significativo, come pure Dave Neabore ha dichiarato un’infinità di volte negli anni, che “All Boro Kings” non era stato concepito per conquistare MTV. Erano canzoni scritte senza pensare al successo e lo ottennero.

Quando però la band fu richiamata a bissare quel traguardo, a concepire nuovi brani pensando a un vasto pubblico in attesa di essere stupito ancora, beh, le cose divennero molto scivolose e ardue. Play Games uscì pure troppo bene, considerando la mole di stress che i Dog Eat Dog dovettero sopportare nei mesi di lavorazione.

A parte il tripudio del pubblico e dei media musicali, la critica rock non gli rivolse mai molta attenzione. Ai più suscitarono perplessità, specie dopo l’exploit di “No Fronts”. Non sembravano una novità e inoltre avevano l’aspetto di un prodotto escogitato da una major per soddisfare (sto citando Rumore) i foruncolosi teen-agers texani.

Interessante notare che invece le apparenze ingannavano. Intanto non erano un fenomeno creato a tavolino. Che poi, gente, come se ogni band non pensasse prima di cominciare a una strategia d’azione per guadagnare spazio sul mercato. Ma non erano i Limpb Bizkit. I Dog Eat Dog avevano un background molto vario che partiva dal rap e il metal ma arrivava persino al progressive italiano, il Kraut Rock e le colonne sonore dei film di Dario Argento e Fulci.

Non tutto questo si ritrovava nelle loro composizioni, ma è per capire con chi si aveva a che fare che ve lo dico.

Certo, tra il 1993 e il 1996, la commistione tra rap e metal sembrava superata. Nessuno avrebbe immaginato che solo un anno dopo dall’uscita di Play Games, il fenomeno Fred Durst si sarebbe pappato la torta del mainstream propinando la vecchia minestra crossover metal. I discografici lo chiamarono in un altro modo e il pubblico pensò che fosse qualcosa di nuovo. Ancora oggi capita di subire questa obiezione. “I Korn non sono Crossover metal ma Nu Metal!”.

Dunque, il gruppo ci provò a spaccare ancora più forte con “Play Games” ma senza riuscirci. A riascoltarlo oggi si nota un lavoro di fino nella produzione; c’è grande equilibrio, una squisita misura che lo rende piacevole e lo fa scorrere liscio nei suoi 37 minuti, ma non c’è mai un botto, capite?

Manca un’altra hit come “No Fronts” e non c’era dietro nemmeno la Universal a spingerli. Per carità, la Roadrunner Records stava crescendo bene, solo un anno prima dell’uscita di “Play Games” aveva raggiunto il suo primo disco d’oro con “Bloody Kisses” dei TON (1995), ma non so, probabilmente avevano capito una cosa: i Dog Eat Dog erano come i Mordred: un gruppo americano piacione per l’Europa e basta.

La cosa divertente è che nel 2000 l’etichetta sarebbe entrata con tutte le scarpe nel carrozzone Nu Metal, pubblicando gli Slipknot e poi finendo nel calderone Universal, ma nello stesso periodo, quando fu il momento di far uscire per la terza volta i DED, pensarono bene di evitare la distribuzione in USA, tagliando di fatto la carriera alla band. Il pur apprezzabile “Amped”, non raccolse grandi approvazioni e l’impossibilità per il gruppo di venderlo a casa propria, generò un senso di depressione e scontentezza che lo portò a una “volontaria” crisi creativa.

Smisero di fare dischi e attesero la scadenza del contratto con la Roadrunner.

Al tempo di Play Games il gruppo le aveva provate tutte per avere la massima esposizione e aumentare il successo. Quello che penso però è che in America non furono così sostenuti dalla Roadrunner. L’etichetta li distribuì in Asia, in Europa e sì, anche negli Stati Uniti, ma non si impegnarono al massimo lì. Del resto i singoli “Isms” e “Rocky” passarono quasi inosservati in USA, MTV li archiviò subito escludendoli dalle rotazioni. Raggiunsero posizioni di rilievo solo in Finlandia, Regno Unito e Germania.

E il tour americano che i Dog Eat Dog fecero di supporto ai No Doubt in America, approfittando di un’antica amicizia tra le due band, non servì a molto. Purtroppo quando la promozione non nasce da una comune concertazione strategica con la label, il gruppo può pure dividere il palco assieme ai Metallica, i dischi nei negozi non si trovano facilmente e quindi, negli anni 90, non si vendono.

La critica riconobbe in “Play Games” un passo avanti nella mistura dei generi, ma accusò il gruppo di insistere sul disimpegno. Capite? E stavano per arrivare i Limp Bizkit!

In effetti, il brano d’apertura dell’album,”Bulletproof”, era incentrato sul problema delle armi tra i giovani americani e il successivo singolo “Isms” se la prendeva con il razzismo crescente, per quanto non affrontasse in modo molto diretto la cosa: il rifiuto di qualsiasi ismo, come cantava John Connor, finì per produrne uno per tutti. Il gruppo infatti fu accusato di qualunquismo, dato che rifiutava ogni attitudine ideologica, metaforizzandola col sostantivo maschile -ismo e grazie a questo credevano davvero di aver risolto guerre e violenze? Ma va!

Per buona parte della critica, una band rock che annette le posture espressive del rap, predicando di fatto la commistione tra generi e sotto-culture, avrebbe dovuto produrre canzoni più ispiranti, nei testi e nei comportamenti. I Dog Eat Dog su “Play Games” non fecero abbastanza per mostrarsi intelligenti.

Oggi sembrano puttanate ma allora non fu uno scherzo ricevere critiche come queste. Per la band quello che contava era ovviamente la musica, ma non se la potevano cavare con qualche slogan e un invito ricreativo allo svacco sopra quelle canzoni.

Avevano coinvolto il produttore RZA del Wu Tang Clan per un passo deciso nella terra dell’hip hop e il brano che ne uscì venne generalmente giudicato come il momento più riuscito del disco, vale a dire “Step Right In”. Non si risparmiarono però nuove aperture al punk dei Nofx (“Rocky”) e a cose un po’ più difficili da definire (“Buggin’”) fino a collaborare con un pezzo grosso del vecchio heavy metal, tanto per compiere l’intero giro di benedizioni.

Il coinvolgimento di Ronnie James Dio per il brano “Games” suscitò una discreta sensazione in Europa. Il gruppo, approfittando di un momento in cui l’ex cantante dei Sabbath era voglioso di rimettersi in gioco e molto bisognoso di conquistare una nuova generazione di fan, si vide presentare il piccolo Dio che umilmente e con simpatia gigioneggiò nell’introduzione e il ritornello del pezzo. Dopo aver sentito il risultato è chiaro che certi ingredienti assieme proprio non vanno, con tutto l’amore possibile e le migliori intenzioni di, come diceva Veltroni un tempo: “comporre i contrasti”.