Kuni – Un giapponese a Los Angeles

Rovistando tra le vecchie recensioni di HM (anno 1987) mi sono imbattuto in Kuni e il suo disco d’esordio “Masque”. Nella storia del genere ce ne sono molti di album così: lavori solisti di gente non proprio nota, pieni di ospiti illustri. Possiamo parlare di una vera e propria categoria discografica e in passato è capitato di scriverne. Il progetto Ayreon ha fondato la sua carriera su questo escamotage. Anthony Lucassen, invitando (e pagando) vocalist di un grande rilievo. ha guadagnato subito l’attenzione del pubblico. Badate però: non sempre è sufficiente avere Bruce Dickinson che urla su un tuo pezzo, per entrare dalla porta principale del mercato discografico (vedi il pur buon disco di Tribuzy). Per Kuni le cose andarono… In entrambi i dischi realizzati tra il 1986 e l’88, il cast dei musicisti coinvolti è ancora oggi sorprendente, ma il successo commerciale non arrivò. Probabilmente gli errori furono commessi dall’etichetta, dal management, i quali adottarono strategie promozionali e distributive poco efficaci, ma di questo ci diranno più avanti alcuni di quegli ospiti famosi che presero parte a quei dischi. Un’altra questione tipica del genere di album pieni di guest star è che, come per i super-gruppi, le aspettative generate nel pubblico dai nomi coinvolti, sono superiori ai risultati. Nel caso dei primi due lavori di Kuni non fu proprio così: erano piuttosto validi e tagliati per la moda class e glam che dominava in USA. Ma come avrete capito leggendo parecchi degli articoli retrospettivi di Sdangher, spesso le canzoni, la musica, sono l’ultima cosa per la determinazione di un successo o una carriera.

Anche nel caso di KUNI, visto che era lo stesso periodo storico del passaggio in solitaria di Doro Pesch e dei cosiddetti U.D.O., si tendeva a spacciare l’opera di un solo elemento nell’incipit di una ennesima, “vera e propria band”.

Il problema non nasceva dal fatto che si raccontava questa favoletta al pubblico. Sovente le etichette discografiche e i manager, pur favorendo questa bugia, erano co-responsabili delle separazioni tra band e frontman, perché, come ci ha spiegato anni fa Skin, “è più gestibile una sola testa di quattro o cinque”. Ma va beh, nella seconda metà degli anni 80, nonostante il profluvio di cammini solistici, si doveva far credere che il nome del singolo fosse solo una sigla e non una referenza individuale.

I guai seri si presentavano perché molti artisti coinvolti in questi “progetti individuali spacciati per collettivi” erano ingannati pure loro dai manager e dalla star di turno.

Così come Udo e Doro si ritrovarono a dover rimettere in piedi delle line-up scoppiate poco dopo il debutto solista, anche Kuni commise lo stesso pasticcio, sia quando assemblò il super-cast per il primo disco, dove l’inganno fu riservato a qualcuno coinvolto prima, il quale svolse quasi tutto lui il lavoro, pensando di farlo anche per se stesso; sia per il secondo album, in cui l’inganno fu invece architettato su più livelli e fino in fondo, come vedremo.

A pensarci bene, riguardo questa cosa, George Lynch ha sostenuto in tutti questi anni, che persino i Dokken sono nati da una serie di bugie di Don, il quale invitò lui e Pilson con la promessa di “una vera e propria band”, rubò le loro canzoni e rivelò solo in seguito le sue reali intenzioni di accentramento. Per non perdere il favore di quei due, lasciò che i Dokken fossero un gruppo, pur mantenendo quel nome che ha sempre, almeno nella testa di George, sbugiardato la faccenda.

Del resto, ahi voglia a dire che i Bon Jovi sono sempre stati una band, se si chiamano con il nome del loro frontman. E pure Vai e Sheehan, per quanto osannati dai giornali e apprezzati dal pubblico, in fondo lo sapevano di essere i faccendieri di Dave Lee Roth e per questo se ne andarono per la propria strada senza mai voltarsi indietro.

Ma diciamo che il pubblicò gradì l’aspetto collettivo, almeno nei primi due casi qui sopra elencati. Sambora e Lynch, nella fantasia e nelle simpatie dei fan, erano fondamentali quanto Don e Jon, anche perché divenuti famosi insieme a loro e non aggregatisi dopo che i vocalist erano già diventati qualcuno; inoltre la visione spensierata, conviviale e complice immortalata nei videoclip anni 80, consacrò quest’idea commerciale delle band come posse all’arrembaggio del mercato, e non dei singoli vocalist, per quanto carismatici. Alice Cooper fu il solo a non parlare mai di “vera e propria band”, pur avendo gente come Kip Winger e Kane Roberts alle spalle, ma dopo la sua svolta solista a metà anni 70, tenne duro con l’autoreferenzialità assoluta, anche al tempo del suo rilancio di dieci anni dopo, al punto che per molte persone non è chiaro che fino al 1974 GLI Alice Cooper era il nome di “una vera e propria band”.

Ma gli anni 80 fu pure il decennio dei guitar hero ed è per questo che la faccenda della “band KUNI” non diventò mai una farsa completa, trasformando la figura del giapponese mascherato, funambolino della chitarra, in un possibile nuovo “mostro” della sei corde a pugnare anche lui con gli altri turbo-artritici da piedi al trono di Eddie Van Halen; peccato che il piccolo Kuni non era nemmeno questo. Nei suoi album non c’è una “Trilogy” o “Eruption”. Si tratta di normali assemblaggi di canzoni con qualche intermezzo strumentale tutt’altro che incentrato sullo sfoggio della tecnica.

Ma perché una grossa label decise di produrre questo piccoletto venuto fuori all’improvviso dal nulla e per giunta con una maschera da carnevale veneziano a coprirgli il volto?

Beh, fu venduto come la “next big sensation dal Sol Levante”, proprio durante il momento più felice dei Loudness in occidente. Giovanni Loria mi fa notare che negli anni 80, i musicisti nipponici arrivavano con un’aura avanguardista, quasi futuristica, di grandi musicisti dalla tecnica fuori dall’ordinario; e di sicuro, come nel caso di Akira Takasaki, furono in grado di suscitare nel pubblico europeo e americano un innegabile fascino rispetto ai classici chitarristi lenti e prevedibili perché legati al blues e al medioevo Blackmoriano.

Nel caso di Kuni fu soprattutto questo appeal temporaneo verso il metal orientale e l’iper-tecnicismo chitarristico, che produsse intorno a lui una intrigante sensazione, con cui il suo management riuscì a farlo passare per un mirabile folletto svisatore venuto a spaccar culi dopo aver sbaragliato la concorrenza nel proprio paese.

Cosa che non era per nulla vera.

Sentite intanto come Kuni racconta, da par suo, l’avvio personale di carriera e l’arrivo al contrattone:

“Ho iniziato a lavorare nell’industria musicale come tecnico di chitarra per band giapponesi professioniste quando ero ancora al liceo. Feci prima il tecnico di chitarra per Carmen Maki (pioniera del jappa rock con gli Oz negli anni ’70) e per i 5X, il cui chitarrista George Azuma, in seguito mi chiese di occuparmi di Daniel McClendon (il fratello maggiore di Atomic Tommy). Danny era venuto in Giappone appositamente per registrare il disco dei Loudness, “Devil Soldier”. Lui è un ingegnere del suono. Nessuno al tempo da noi aveva idea di come si registrasse un disco heavy metal e quindi ci si rivolse a un occidentale esperto”.

Due parole su Atomic Tommy, il fratello di Daniel. Negli anni 80 era diventato abbastanza noto perché era stato ingaggiato dagli UFO, in un momento di rilancio. I fratelli McClendon, dal cognome scozzese, erano in realtà giapponesi solo di madre e di aspetto, ma americani di padre, di lingua ed estrazione culturale. Pensate però che l’appeal apparente per il Giappone, era tale nel rock di metà anni 80, da convincere Phil Mogg, a ingaggiare Atomic Tommy, sia per la bravura, ma soprattutto per l’aria decisamente orientale e un po’ aliena. Paradossale che proprio l’aspetto spingesse invece il primo Kuni a coprirsi il volto con una maschera durante le esibizioni al Rainbow, ma vedremo meglio tra un po’ il perché.

Prosegue Kuni:

“Ho iniziato a fare di tutto per Daniel: dall’interprete con gli altri in studio, all’aiutarlo in qualsiasi altra cosa. Presto tra noi nacque una grande amicizia. Volevo da tempo andare in America. Sin da quando vidi i Kiss in concerto, da bambino. Lì capii che il Giappone non era il posto dove volevo vivere le mie ambizioni rock. Pensavo che sarebbe stato meglio andare negli Stati Uniti, così mentii ai miei genitori dicendo che desideravo studiare in un college americano, dopo il diploma e appena mi trasferii negli States corsi a far visita a Danny McClendon”.

McClendon ebbe un ruolo molto importante nella storia dei Loudness, visto che mise mano ai suoni non solo del primo, ma anche del terzo, bellissimo disco della band, “The Law Of The Devil’s Island”. A parte questo ebbe ovviamente un ruolo decisivo nella storia di Kuni. Non risultano molte altre sue collaborazioni nel settore metal (Anthem, 5x), però Daniel di sicuro continuò a lavorare ad alti livelli nel mondo discografico che conta, offrendo a Kuni una finestra di contatti molto interessanti, una volta giunto negli Stati Uniti.

“Danny abitava a Stockton, in California. In seguito, grazie a lui conobbi anche Masanori Ito, critico musicale e penna di punta della rivista giapponese “Burrn”. Da noi era un’istituzione e un riferimento decisivo per alcune etichette in cerca di talenti orientali. Grazie a Danny ero già entrato in contatto con gli Earthshaker e i Loudness, ma conobbi pure Brian Wheat e Frank Hannon dei Tesla, che venivano a trovare Atomic Tommy. Divennero presto pure miei amici”.

Kuni si trasferì subito nella zona calda di Los Angeles, frequentando il famigerato Rainbow, ogni sera. Essendo un animale esotico, estroso e socievole, in quel contesto di musicisti bruni, vichinghi e folli, si fece notare subito. Entrò in confidenza con i Quiet Riot, Doug Aldrich e Mark Edwards dei futuri Lion e in particolare strinse amicizia con Neil Turbin, condividendo con lui persino l’appartamento.

Un giorno, Kuni assistette a un’esibizione dei Talas in un Country Club di Hollywood. Si avvicinò subito dopo il concerto al bassista Billy Sheehan, facendogli un mucchio di complimento e domandandogli infine la stessa cosa che aveva già chiesto a tutti gli altri musicisti in gamba con cui faceva bisboccia al Rainbow ogni sera: “se rimedio un contratto per un disco, tu ci suoneresti?”.

Billy rispose di sì, così come tutti gli altri. Kal Swan e Mark Edwards, Frankie Banali e Kevin Dubrow dei Quiet Riot, tutti gli avevano detto ok tra un bicchiere e l’altro, senza credere sul serio che quel buffo giapponese fosse in grado di riuscire a rimediare un vero contratto discografico.

E invece Kuni si ripresentò un giorno con l’accordo firmato per la Polydor.

Avere un “deal” con la Polydor KK non era poco negli anni 80. Intanto perché si trattava, non di un’etichetta confinata in Giappone, ma di una multinazionale collegata con la Universal Group e operante su entrambi i mercati, occidentale e orientale; inoltre era label piuttosto potente che già aveva saputo operare in modo egregio nel campo hard rock. Nel catalogo di quegli anni c’erano già tutti i dischi dei Rainbow, “Perfect Stranger” dei Purple e la roba di Malmsteen.

La storia del metal losangelino è piena di band che si dannarono per anni tra i locali del Sunset nel tentativo di arrivare a un “big deal”, pronti a tutto pur di riuscirci e nonostante questo senza riuscirci. Come mai Kuni ce la fece a raggiungere un simile traguardo e ancora prima di avere una band, disseminare la città di volantini e suonare per cento sere al Gazzarri’s o in qualche altro locale di Hollywood?

Beh, rimediò gli agganci giusti. Su tutti il già citato critico musicale giapponese Masanori Ito, il quale ricevuto un demo inciso da Kuni con la scritta “ti prego, aiutami!” lo raccomandò subito alla Polydor KK; ovviamente lo fece soprattutto perché si trattava di un ottimo materiale, certo, ma anche per amicizia.

Kuni aveva realizzato il demo con l’aiuto del suo coinquilino Neil Turbin.

Neil Turbin sostiene che all’inizio, lui solo avrebbe dovuto cantare tutte le canzoni, per questo aveva scritto i testi, partecipando anche alla composizione delle musiche. Kuni non era stato molto chiaro a riguardo e l’ex Anthrax se ne rese conto quando fu tardi. Se Turbin avesse capito che la sua partecipazione a “Masque” sarebbe stata limitata a un solo pezzo, di sicuro non si sarebbe dato tanto da fare. Ecco come la racconta lui:

“Lucy Forbes mi presentò a una fotografa, Kecko Ginger Suzuki, della rivista giapponese “Burnn”. Ginger mi presentò a Kuni e a diverse altre persone interessanti. Kuni e io ci siamo trovati bene all’inizio e siamo diventati pure coinquilini. Col senno di poi, è stata una pessima mossa. Ho scritto le canzoni con lui per il suo album. Ma è stato solo dopo essermi trasferito nella mia casa, sempre in California, che ho rifinito queste canzoni e scritto i testi in inglese per Kuni, cosa che mi ha chiesto lui, perché il suo inglese non era molto buono; la sua idea era di trasformarlo in un album di musicisti all-star con molti cantanti e musicisti + Kuni, però non me lo disse finché non furono registrate tutte le tracce ritmiche. Io feci tutto quel lavoro pensando che fossimo una band. Mi è stato detto che sarebbe stata una band, e all’improvviso diventò una cosa di Kuni e basta”.

Turbin dovette accontentarsi di cantare una sola delle canzoni che lui aveva scritto, lasciando il microfono per le altre a Kal Swan (la lioniana Restless Heart) e al tastierista e produttore John Purdell, il quale in “Masque” svolge un lavoro sorprendente come vocalist e soprattutto assai pregevole negli arrangiamenti di tastiera (su tutte spicca il piano nella strumentale “Desert Sun”).

Ma proseguiamo con Turbin:

“Cal Swan era una brava persona; era un cantante di grande talento. Anche Mark Boals incise un pezzo, “Memories of You”, che però Kuni poi fece cantare di nuovo a Scott Soto nel suo secondo album. Comunque, “Masque” uscì per la Polydor e vendette molto bene in Giappone. A dirla tutta, quel disco mi ha reso molto di più delle royalties degli Anthrax… mettiamola così. Dopo l’uscita però tra me e Kuni finì tutto… Ora l’album è un pezzo da collezione su eBay che si vende a 100-200 dollari. Tutto sommato sono orgoglioso di quei brani. La differenza tra il mio disco e quello che poi diventò “l’album di Kuni” è che lui voleva risaltare come una specie di piccolo dio che tutto rende possibile, ma era più uno strambo folletto… che però riusciva a creare situazioni assurde. Pensate questa: mentre incidevo il brano “Hands Up” avevo i ragazzi dei Quiet Riot a supportarmi. Cazzo, c’era Kevin Dubrow che cantava i cori per me. Stava vendendo milioni di dischi, e io ero lì a cantare nell’album di Kuni con Kevin che mi accompagnava. Non ho mai smesso di capirlo, ma immagino che ci sia una ragione nel grande schema delle cose…”

Kuni era di certo piuttosto bizzarro. Si presentava sul palco con una maschera a coprirgli il volto. Succedeva lo stesso anno in cui debuttarono con un look simile i Crimson Glory, ma per lui la ragione era del tutto opportunistica e non mistico-filosofica o per un maggior effetto spettacolare. Lo spiega chiaramente:

“A quel tempo, ai giapponesi non era permesso esibirsi nei locali dal vivo in America. Era più facile apparire indossando una maschera e apparendo misteriosi, così nessuno sapeva chi ci fosse dietro. Volevo debuttare su scala globale piuttosto che in un piccolo locale, quindi alla fine non mi ero mai esibito in un locale dal vivo in Giappone. Ho sempre adorato Kamen Rider e la serie Ultraman (antenati dei Powerangers) fin da quando ero piccolo, ma non avevo le conoscenze per realizzare un costume di quel genere per nascondermi, così optai per una maschera tra quelle disponibili sul mercato e quelli dell’agenzia di Ito mi ci fecero mettere sopra delle farfalle, creando un design stile “vaso di Pandora”.

Come chitarrista, Kuni non era certo un bluff. Mancino, svisatore pulito e misurato, suonava principalmente una ESP personalizzata color viola, molto in armonia con la sua maschera. Se lo paragonassimo alla media dei chitarristi della scena di Los Angeles lui era di sicuro una spanna sopra a tanti, ma mettendolo in fila con i vari Malmsteen, Vai, Batio o anche il suo connazionale Takasaki, risulterebbe fuori posto. Diciamo che non andava oltre la scuola di Michael Schenker, come armamentario. Non possedeva di sicuro l’egotica irruenza e sicumera tecnica dell’ultima generazione; nei suoi dischi non c’è nulla che potesse far pensare a un vero e proprio marchio di fabbrica, a uno “stile Kuni”.

Per il secondo album, Kuni decise di non ripetere la sfilata di ospiti e mettere insieme una formazione fissa, probabilmente più per un volere dell’etichetta che per solitudine o modestia sua. A spiccare, nella nuova formazione, per il disco “Lookin’ For Action”, c’è la presenza del vocalist Malmsteeniano Jeff Scott Soto.

Anche lui però, come Turbin, ha avuto da ridire sul modo in cui Kuni gli presentò inizialmente il progetto e su come poi si rivelò la faccenda. Leggetelo dalle sue parole:

“Mi sono unito a Kuni circa 4 mesi dopo aver ufficialmente saputo che non avrei continuato con Yngwie, ovvero quando Joe Lynn Turner entrò nella band, quindi stiamo parlando della primavera dell’87. E l’ultimo concerto che feci con Kuni sarebbe stato nell’estate dell’anno dopo. L’album avrebbe potuto raggiungere e conquistare lo stesso mercato di Dokken o Vinnie Vincent, ma gli addetti sbagliarono completamente il marketing. È in quel periodo che il guitar hero era, agli occhi della maggior parte delle persone, abbastanza forte da poter investire tutto su quello. Non credo che il talento di Kuni fosse sufficiente da farlo diventare il fulcro della band. Quindi, se il gruppo si fosse chiamato in un altro modo – un nome diverso – se avesse avuto una sua identità come band, penso che avremmo potuto ottenere più attenzione negli Stati Uniti. Lo sguardo invece era solo rivolto a questo chitarrista giapponese. Soprattutto per me era una situazione da mini-Yngwie. A quel punto, avevo già un nome alle spalle, e riuscii a suscitare interesse del tipo: “Oh, Jeff è coinvolto nel disco di Kuni”. Ma direi che l’80% dell’interesse rimase concentrato su di lui. Mi unii alla “band” su richiesta di Wendy Dio e dell’allora manager di Yngwie, entrambi poi ritiratisi dal progetto. Mi piacque realizzare quell’album, anche se mi sono reso conto che non si sarebbe mai concretizzato nulla per me, perché era tutto fatto su misura per Kuni”.

Riguardo a queste accuse o per meglio definirle, lagnanze posteriori, il giapponese risponde con una risata. E poi spiega:

“Non è che volessi farlo io. È solo che l’etichetta diceva che sarebbe stato difficile promuoverci se non fossimo stati una band. Io volevo lavorare con musicisti che cambiavano continuamente, come Jeff Beck, Michael Schenker o Gary Moore e mi sarebbe piaciuto avere questo anche quando eravamo in tour. Dopotutto sono un chitarrista solista. Ma all’epoca, le band erano ciò che vendeva nel metal di Los Angeles, quindi pensai di creare una formazione con membri fissi. Ma, ora che è passato tanto tempo lo posso dire. Su “Lookin’ For Action”, Bobby Rock suonò tutta la batteria e Dana Strum (anche produttore del disco) quasi tutte le linee di basso. Eravamo solo io e Jeff Scott Soto i membri veri, mentre Mike Terrana e Doug Baker suonarono solo dal vivo”

Rispetto a “Masque”, “Lookin’ For Action”, per quanto fosse realizzato in modo eterogeneo, risulta più definito e coeso. Forse entrambi i titoli hanno raccolto pareri un po’ troppo entusiastici sulle riviste dei tempi, ma si tratta di prove gradevoli e interessanti (“Memories Of You” è bellissima), a patto che si abbia un amore sfegatato per i Dokken e le brillanti rivisitazioni dei Loudness anni 80.

Dopo “Lookin’ For Action”, Kuni ha assistito al declino del metal in America e dopo quei dieci anni vissuti negli Stati Uniti senza fermarsi un attimo e ottenendo più o meno ciò che aveva tanto sognato da piccolo, decise di far ritorno a casa. In Patria, grazie ai contatti accumulati e al prestigio di chitarrista internazionale, entrò in altri ranghi del business discografico, continuando a vivere di musica.

Tra il 2000 e il 2010 Kuni ha deciso di tornare sul mercato con due nuovi album, utilizzando in entrambi i casi, l’ormai solita sfilza di guest star (Mark Boals, Kal Swan, Dave Spitz, Paul Stanley, Eric Singer, Mike Terrana, Billy Sheehan, Purdell, Soto) una produzione anni 80, per lo più tirando fuori dal cassetto vecchie idee.