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The Rods – A volte il lieto fine è dopo i titoli di coda

L’ultimo disco dei Rods (sapete, vero, chi sono i Rods?) “Heavier Than Thou” – che io definisco “ultimo” pur sapendo che la band si sarebbe riformata una ventina d’anni dopo e probabilmente è ancora in giro – è un piccolo reperto interessante, su cui è possibile speculare un po’. Non voglio riandare alla storia della band. Per quella c’è un articolo molto bello ed esaustivo sul terzo (e probabilmente conclusivo) numero della fanzine Holy Legions, uscito un paio d’anni fa e scritto meravigliosamente da Manuel Fiorelli. No, a me piace indugiare come un cane della strada intorno a una carcassa e su “Heavier Than Thou”, lavoro piuttosto tribolato che uscì in un periodo decisamente poco propizio per i Rods, la mia salivazione aumenta al primo ascolto.

Alla metà degli anni 80, per la verità, le cose avevano iniziato a girare molto bene per Carl Canedy, il batterista, divenuto produttore di riferimento per alcune delle maggiori band della Megaforce Records. Anche il chitarrista e cantante iniziava a puntare su altre corse: David Feinstein, cugino di Ronnie Dio e suo compagno ai tempi degli Elf, aveva da poco acquisito la proprietà dell’Hollywood Inn, locale dalle parti di New York, in cui già bazzicava fisso, sia come socio che avventore insieme al resto della band. Bordonaro invece si era preso una pausa dal gruppo perché gli era capitato un buon ingaggio per un tour con Kim Simmonds dei Savoy Brown. La realtà stava dicendo a questi signori che forse era ora di levarsi dalla trincea. I Rods però erano pellacce e non ancora così persuasi dal darsi per vinti e mollare il sogno rock and roll.

“Heavier Than Thou”, considerato da Canedy come un pregevole disco condizionato troppo da eventi sfavorevoli, a dire il vero è un adorabile pasticcio. Adorabile perché in fondo è difficile non voler bene ai Rods, specie guardandoli lottare strenuamente nel periodo più avverso (1983-86) prima di arrendersi, ma sicuramente un pasticcio lo è, per via della realizzazione a dir poco accidentata.

Basta ascoltarlo e avere un po’ d’orecchio per accorgersi che l’album è un puzzle di registrazioni, di idee, di vecchi pezzi recuperati, che non sta su alla grande da solo. Lasciamo stare il contesto commerciale, ormai così canalizzato che avrebbe comunque impedito ai Rods di raggiungere buoni risultati di vendita pure se avessero presentato “Wild Dogs” in quel periodo, io penso che “Heavier… abbia sofferto la gestazione un po’ improvvisata e sia nato tra ambizioni sfrenate e scoramenti improvvisi.

Intanto si basa su una serie di idee musicali che Canedy aveva buttato giù e iniziato a incidere per un progetto personale. Presentatagli la possibilità di un nuovo album con la Passport Records e l’opportunità di poterlo incidere senza spendere granché, aveva deciso di rilanciare i Rods un’ultima volta.

Oltre a questi abbozzi in parte già incisi di Canedy, lui e Feinstein decisero di recuperare un paio di piccole perle dalla serie di inediti incisi per il “Live” uscito per la Combat nel 1983 e composto quasi totalmente da canzoni mai incise in studio (Born To Rock; Cold, Sweat And Blood).

Il gruppo vi aggiunse qualche nuovo spunto e all’improvviso decise di puntare forte con l’acquisizione inaspettata di un cavallo di razza come Shmoulik Avigal, vocalist olandese a piede libero dopo le disavventure con i Picture. Sulla carta è una mossa intrigante e di sicuro effetto, ma all’analisi dei risultati, sembra che Avigal esca un po’ sacrificato da una serie di linee vocali scritte per la voce rocckettosa di Feinstein e non per la sua.

Le registrazioni furono fatte tra un buco e l’altro delle sessioni che Canedy svolgeva con altre band che stava producendo, quindi è per questo che la batteria suona così diversa in She’s Trouble e poi nella successiva Born To Rock, per dire. E’ settata in maniera differente.

I Rods immagino appozzassero allo studio come cani da rapina, appena capitavano un paio d’ore di buco tra gli Anthrax e magari gli Overkill. Ma è un problema che il vecchio Carl aveva messo in conto e che sottovalutò pensando di risolvere la cosa farcendo la tracklist di dialoghi cinematografici surreali e un po’ buffi registrati da lui e qualche amica e messi tra un pezzo e il successivo, così da ridurre le evidenti divergenze sonore tra i brani più spaiati produttivamente.

Conoscendo tutto questo, mi sorprende quanto la band consideri ancora “Heavier Than Thou” un’occasione d’oro bruciata per colpa della Passport, che non mosse un dito per venderlo e che in effetti dopo due anni di agonia avrebbe chiuso per sempre.

Ma chi se lo comprava un lavoro così nel 1986? E come avrebbero potuto i Rods competere con “Reign In Blood” o “Masters Of Puppets”? Quel titolo (più pesante di te) suona come il proclama sbruffone di chi si getta nella mischia sapendo di finire massacrato, ma questa attitudine era tipica di Canedy e Feinstein. “Vi facciamo il culo a tutti” e poi finivano stesi in terra tra bicchieri di birra rotti e vomito.

“Heavier Than Thou” però non è un brutto disco, sia chiaro. Lì dentro ci sono momenti di indubbio valore che testimoniano il talento compositivo dei Rods. Del resto un brano come “Crossfire” non lo si scrive perché si ha culo; oggi però è evidente che quell’approccio puramente “manoval metal” fosse, con tutta la buona volontà che ci mise la band, condannato a marcire tra gli sberleffi delle riviste specializzate e l’indifferenza dei cosiddetti kids, canalizzati tra thrash e glam.

Ma i Rods, per chi li ha amati e vissuti al tempo in cui fecero uscire le loro cose più significative e amate, vale a dire il periodo che va dal debutto “Rock Hard” al “Live” del 1983, erano rispettati e amati dal mondo metallico, perché oltre ad avare l’aspetto di gente comune, dato che erano bruttini e molto diretti, mostravano, specie sul palco, un’attitudine verace e soda, capace di produrre un impatto notevole con gli strumenti. Oggi, come mi fa notare Giovanni Loria, non finiscono neanche nella congerie revisionista e ignorante del “respect!” da social, e forse tutto sommato è pure un bene per loro.

Rileggendo l’articolo di Fiorelli, emerge un senso di tristezza per questi scalcagnati hard rockers convinti contro tutte le logiche di poter sopravvivere in un contesto discografico che pretendeva qualcosa che loro non avrebbero mai potuto offrire. Erano accompagnati da un sottofondo di fatalità avversa e istinti un po’ grotteschi e folli, una mistura esistenziale resa perfettamente dagli Anvil nel documentario di cui tutti saprete.

Eppure i Rods, intendendo proprio il trio, Canedy, Feinstein e Bordonaro (non presente su “Heavier Than Thou”), una volta messi da parte i sogni di gloria, iniziarono a fare un sacco di soldi in altri ambiti lavorativi.

Canedy sembrò destinato a una rapida e succosa carriera come producer (Anthrax, Overkill, Exciter) ma fu solo un momento. Il vero successo lo ha raggiunto nell’Immobiliare qualche tempo più tardi. Oggi è un uomo molto ricco. Feinstein pure si sistemò con l’Hollywood Inn e solo in tempi recenti là venduto, concedendosi una lauta pensione. Anche Bordonaro, dopo aver mollato la musica, si è dato agli affari nel gruppo editoriale Gannet e ha raggiunto un certo benessere.

Sembra un po’ uno scherzo. Avete presente quelle commedie sgangherate degli anni 80 dove, prima dei titoli di coda, vi dicono cosa succede agli strambi personaggi principali, e quello che si scrive si fatica a crederlo, considerando ciò che avete visto per tutto il film? Ecco, nel caso dei Rods è un po’ la stessa cosa.

Oggi la band si concede dischi e concerti, liberi di godersi qualche soddisfazione. Possono smettere e riprendere quando vogliono, come se i Rods fosse un hobby di lusso; alla faccia di tutti quei gruppi che sì, nel 1986 si vedevano vezzeggiati e supportati dal sistema e magari provavano compassione per quei tre ceffi ancora in giro; ceffi che ora, sempre in giro, non sono costretti a girare su dei pullman scassati per raggranellare qualche spiccio, ma vivono il rock con le spalle coperte da folti conti bancari.