Fossil Gardens degli Hail Spirit Noir è un album da segnare. Nerboruto e raffinato, un fascio di luce e oscurità che attraversa galassie, ere, sogni, alla faccia dei consueti e patinati abissi black metal. Ci ho sentito le minacciose velleità Wagneriane spazzate via da maestosi e lievi accordi Mahleriani, mentre sopra il consueto bric-a-brac di riff dissonanti e blast-beat coronarici sono come piccole navi piratesche in balia di una tempesta di incazzature divine (Starfront Promenade). Dentro un costrutto di rocamboleschi estremismi sovente la furia cede il passo a certe moderniste e inquiete levità. Lo spirito nero è in balia di eventi difficili. In altre parole, questo è un disco pieno di sfaccettature. Ci troverete i consueti suoni che molti di voi si aspettano (e addirittura esigono) dal metal estremo e ci troverete ahivoi, quei suoni (tastierame vario) che invece proprio non vorreste in simili frangenti.
Non so molto di questa band ed è inutile che vi illuda di conoscerne ogni anfratto discografico barando con Encyclopedia Metallum. Li tengo d’occhio da un po’ e ho sentito Fossil Gardens circa otto volte nel giro di sette ore. So che il disco precedente a questo, Mannequins non è piaciuto molto al giro delle webzines americane, il ché potrebbe essere un fattore d’incoraggiamento a dargli una possibilità, per quanto mi riguarda. Fossil Gardens è stato giudicato da chi li segue e li frequenta, un validissimo ritorno agli standard mediamente alti della loro produzione.
Perché gli Hail Spirit Noir sono un gamba e nonostante ciò, non se li caga quasi nessuno. Basta ascoltare un paio di pezzi e avvertirete la caratura superiore. Questi signori macedoni sanno scrivere musica di qualità e non si precludono alcun ingrediente per riuscirvi. Ci sono melodie imperiose, meste e un po’ sornione. C’è un andirivieni di formalismi stilistici che ricordano tutte le decadi del rock. Nel putiferio black troverete, per esempio, la perentorietà tedesca di certo avantguard-pop anni 90 (Curse You, Entropia); in The Temple Of Curved Space, un motivo baritonale che rievoca le atmosfere fine 60 dei Love. Li conoscete i Love? Avete mai sentito Forever Changes? Cazzo, sentiteli prima di crepare. Forse morirete più tardi.
Fossil Gardens secondo me è un valido lavoro per me perché, pur sprofondato nella matrice di un genere definito e che non hanno certo contribuito a inventare loro, lo usano con la stessa spregiudicatezza dei grandi autori e non si precludono alcuna possibilità. Sul finale della lunga e bellissima The Road To Awe per dire, sembra di scendere dopo una lunga gita sui pullman di Marte.
C’è l’afflato dei grandi e l’umiltà di chi sa benissimo di non fare differenza in questo mondo. C’è un’audacia e una grande concretezza insieme. Ve li consiglio. Sentite la burinaggine in cui sprofondano tutto e poi l’emersione verso una notte di stelle assurde, meravigliose, in un cielo zeppo di luci che, a poco a poco, divorano l’orizzonte come l’ultima alba del pianeta Melancholia.

