Culi in vista – Chez Kane e le critiche al Frontiers Festival

Pareri emersi in rete sul mio ultimo pezzo sono diventati occasione di riflessioni e opportunità di chiarimenti. Benissimo, chiarire è una strada che porta alla verità, ringrazio tutti quelli negativi per questa splendida possibilità che mi offrite. Quando si legge un testo ci sono doveri imprescindibili al di là del decalogo sui diritti del lettore di Pennac: avere tempi e modi di lettura adeguati, altrimenti le critiche sono aria fritta; non banalizzare, altrimenti è malevolenza; non estrapolarne parti senza valutarne il complesso per usarle come armi, altrimenti è slealtà; non andare sul personale, altrimenti è penoso (nel senso che si rischia di passare per cazzoni).

La Filosofia aiuta: da 2500 anni i testi di Platone sono un impulso vivente poderoso eppure erano solo la presentazione delle cose ben più grandi che avvenivano in Accademia. Già allora ritenevano inferiore il valore della parola scritta rispetto a quella parlata, ma noi grafomani ci proviamo lo stesso. All’inizio della Repubblica, viene stabilito che per affrontare degnamente una discussione fra pareri differenti vanno fissate regole condivise; questa cosa tutela l’onore, la rispettabilità e la dignità di tutti.

C’è una cosa che stroncherò delle critiche: Sdangher è uno spazio libero, fiore di tutta la stampa italiana per il livello dei contenuti e l’approccio libertario. Sminuire la redazione usando un mio pezzo come pretesto è ingiusto per il valore delle persone che la compongono, che si coglie mettendo assieme ciò che producono e il modo in cui lo propongono.

Ricordo che un parere diverso dalla media come quello di Domenico su Load, negli ambienti thrash rischia più che degli equivoci. Stimolato da ciò sono andato a riascoltare quel disco che m’aveva tanto deluso nel 1996 e comprendendone delle sfumature, ma soprattutto ho colto qualcosa di Domenico, un altro essere umano con un punto di vista degno quanto quello dei detrattori di Load, fra cui me.

Ora, tornerò sul Frontiers fest rispondendo alle critiche: partendo da quella più intellettuale:

ho mangiato un panino decente e il sistema d’ordinazioni funzionava (sospetto anche perché eravamo in pochi). Senza ironia, speravo ci fossero più riverbero su ogni tamburo e Spandex come se piovesse, anche se avrei apprezzato più pantaloni da paracadusta alla Sammy Hagar e l’uso più intenso del flanger.

A parte i Winger, i gruppi che non mi sono piaciuti hanno possibilità di miglioramento per l’indubbia capacità esecutiva ma il livello di composizioni e arrangiamenti è piatto.

A chi mette in dubbio la mia conoscenza sui generi, ricordo che fare Glam metal non sporco come lo Sleaze o anthemico come quello tradizionale lo qualifica come Class. Quindi Girish e Crazy lixx fanno class con sfumature tradizionali.

Per me l’Hard melodico è una delle forme più belle di musica degli esseri umani e per gli apprezzatori di cantanti donna con gruppo al seguito, vado sul recente per non scomodare le regine del periodo classico e suggerisco gli ultimi due dischi di Dorothy e Illusions dei Violet, al confronto dei quali Chez Kane propone musica blanda: i suoi dischi sono campionari di manierismo sterile che i suoi abiti e la presenza scenica non colmano. Essere definito moralista per aver criticato la sua messa in scena fa ridere, dato che poche righe vicino descrivevo una minigonna con favore, roba proprio da bigotti…

Ricordo che qui si valuta la proposta artistica, non la persona e sottolineo che l’ho fatto con i dovuti modi d’un settantacinquenne verso una donna che potrebbe essere una mia discendente.

Ho visto in lei un evidente bisogno d’attenzione, quello che mi faceva guardare una provocatrice geniale come Wendy Williams con un velo di tristezza, la cui scelta finale dovrebbe essere nota.

Gli elogi fisici sul piano dell’intensità carnale li lascio a chi è più giovane, non è il mio territorio.

La difesa dei biglietti VIP trova in un tal Bruce Dickinson un degno avversario che in modo circostanziato e preciso critica una cosa che sta uccidendo la musica; io non sono moderato come lui e trovo questa pratica una roba da piccolo borghesi cresciuti a pane e videogiochi che vogliono lo status diamante per sentirsi sì schiavi, ma più in alto degli altri.

Ora veniamo ai Saigon kick: ascoltai l’esordio nel 1990 su un promo stampa, notando che rischiavano l’ira di Kory Clarke per certe imitazioni della sua creatura Warrior soul, invece lui si diresse contro Axl Rose per altri motivi. A ogni loro uscita rilevavo dei problemi:

all’inizio stavano fra Clarke e i God machine sospinti dai Tribe after tribe poi di volta in volta si agganciavano al Grunge, poi all’alternative, poi al Brit pop a seconda della tendenza e progressivamente mollando l’origine Glam. Ho sempre amato e sostenuto le ibridazioni ma per loro furono inefficaci, con abilità e buone produzioni, ma come se mancasse qualcosa.

A scanso d’equivoci: chi non li conoscesse ascolti God machine e Tribe after tribe, molto interessanti e potenziali, ma con un’aria generale di approssimazione e vaghezza (specie i secondi) in cui le tante fonti non venivano ben amalgamate, come invece facevano Faith no more, Voivod, Henry Rollins e Roger Miller.

Ho ascoltato inorridito anche i dischi finali del decennio, con accenni di Pop punk che raggiunsero l’acme del commercialoide sciapo nel progetto Super TransAtlantic di Jason Bieler, da cui fu tratta una canzone adatta alla colonna sonora di American pie, pellicola così insulsa che al confronto Vacanze di Natale 83 è un capolavoro (per me è discreto).

Qui comincia un’altra storia, per la quale devo ringraziare i pareri negativi che mi hanno spinto a scoprire cose nuove come l’ascolto compulsivo di un bel disco pubblicato da (megaonore al merito) Frontiers: la carriera solista di questo musicista ha avuto una svolta piacevole nel 2021 con un ottimo lavoro intestato a lui e alla Baron von Bielski Orchestra, Songs for the apocalypse.

Ci ha messo trent’anni Jason Bieler a trovare la sua strada e lo ha fatto con un lavoro coraggioso, irruento nei contenuti e meditato nei modi. Mi ha ricordato l’approccio degli enormi Kyyria e Waltari, funamboli filandesi poco conosciuti e naturale evoluzione delle tendenze Crossover-Funky in salsa metal ma con un’attitudine alla Chumbawamba.

Si spazia alla grande estendendo il registro sonoro dell’Hard rock sperimentale di Bieler dalla musica elettronica e ballabile da un lato e superando sul loro terreno le sincopature dei Tool dall’altro, venendo impreziosito da una quantità di collaboratori fra cui Devin Townsend, Jeff Scott Soto, David Elleffson e Pat Badger, scelta che dà un’idea della capacità complessiva di amalgamare finalmente elementi diversi.

E’ molto interessante il percorso di quest’artista, fa pensare che abbia ceduto a una serie di indicazioni sbagliate per decenni per poi mandare tutto all’aria e buttarsi in quello che avrebbe sempre voluto fare. Quindi grazie alle critiche ho finalmente incasellato l’esperienza d’una persona nel Rock, spero grazie a questo pezzo anche voi possiate estendere la vostra conoscenza e godere di buona musica.