Dove osano i migliori – Edwin Dare

Questo era il titolo di un boxone che Metal Shock dedicò agli Edwin Dare (“dare” è il gioco di parole del titolo) definendoli “una delle più eccitanti proposte di power metal urbano d’estrazione statunitense”. Siamo nel 1996 quindi la partita era da giocare con i Manowar di Louder Than Hell, The Dark Saga degli Iced Earth e i Nevermore di The Politics Of Ecstacy. E se vogliamo estendere la disputa al Canada (visto che all’inizio dell’articolo si parla inspiegabilmente di “Canada con furore”, anche se il gruppo proviene dall’Ohio) possiamo aggiungere i Virgin Steele del secondo Marriage e gli Anvil di Plugged In Permanent.  Insomma, se confrontiamo Can’t Break Me con queste cinque uscite, il disco degli Edwin Dare non è così eccitante e sta bene dove è finito, vale a dire nella mia discarica. Però dai, non è mica male e in fondo non andrebbe nemmeno paragonato a quegli album sopra, perché risale al 1994 e non al 1996; è stato distribuito un paio d’anni più tardi in Europa.

Intanto lasciatemi parlare della band. Edwin Dare, nonostante il nome da gruppo solista, è un gruppo di quattro elementi, già attiva negli anni 80 col nome VXN. (un disco e una cassetta per gli amici tra il 1985 e il 1989)

Si tratta dei fratelli Tom e Jeff Kollman, rispettivamente batteria e chitarra, più il cantante Bryce Barnes e il bassista Kevin Chown. Il nome si riferisce, a detta di Jeff, alla personalità alterata di Barnes in certi momenti della giornata.

Sì, in pratica Edwin non esiste finché qualcosa scatta nella testa del vocalist e in pochi secondi questo energumeno fa irruzione in studio e succede sempre qualcosa di interessante.

Non so quanto ci sia di tragico nella faccenda o se vada presa come uno scherzo, ma di fatto, Edwin Dare non è presente nei registri anagrafici di Toledo, Ohio o almeno non lo era nei primi anni 90, quando il gruppo pubblicò con la piccola Marmaduke Records, due dei tre capitoli di un tragitto discografico che oggi ha lasciato ben poche tracce nella memoria collettiva, tranne forse in certe zone del… Canada, e aridaje.

Sia per il primo disco, intitolato The Unthinkable Deed… che il già citato secondo Can’t Break Me, parliamo di un bel minestrone dall’hard rock istintivo e un po’ leccaculo, al power burbero dei primi anni 90.

Dentro queste svalvolate heavy da buona cucina di una volta, ci potete trovare passaggi sofisticati che rimandano al jazz o alla fusion, assoli tecnici messi lì tanto per chiarire che questa è gente che sa fare qualsiasi cosa con gli strumenti, per non parlare degli svolazzi melodici iper-proteici del cantante, stile Geoff Tate. Sì Bryce è molto simile, anche se pare che non conoscesse i Queensryche al tempo in cui si unì ai fratelli Kollman per cantare sulle loro canzoni. La cosa però non importava perché pur non facendolo apposta, era spiccicato a lui e loro volevano una roba del genere sulle tracce che avevano registrato.

L’audizione Barnes la fece seduto sul divano dello studio. Jeff ancora ricorda quel momento con un certo stordimento post-traumatico mai assimilato del tutto alla coscienza.

Can’t Break Me è sicuramente più massiccio e vicino a certe strutture arricchite del prog metal e di sicuro, al tempo avrebbe fatto piacere a quel gruzzolo di metallari renitenti al grande cambiamento evoluzionistico degli anni 90. Qui ci sono chitarre carnose e sode, riff tondi tondi che spaziano da Randy Rhoads ai Dream Theater di Images & Words e poi c’è Bryce che è un animale gigantesco che annienta moscerini nel raggio di un chilometro con melodie melodrammatiche e digrignanti.

Mi basterebbe farvi sentire Don’t Listen To Your Head: l’andatura grassa delle ritmiche, il passo ferito, le digressioni “sofistiche” di voce e tastiera, con certi passaggi intermedi alla King Diamond/Mercyful Fate.

In fondo quando si parla oggi di una band metal classica ma dal suono e l’approccio moderno, tipo i Charred Walls Of The Damned stiamo parlando di un disco in stile Can’t Break Me. Non so se sia merito degli Edwin Dare o se non sia marcito tutto al punto che un lavoro così fuori dal mercato degli anni 90, oggi sembri al passo con i tempi di certo traditional heavy metal della nuova ondata dei miei zebedei.

Va beh, non voglio sminuire gli Edwin Dare. Sanno suonare alla grande e scrivono ottimi pezzi. Ce ne sono di molto cazzuti e che vi trascineranno fuori dal guscio prendendovi per la colottola della giacca di pelle e lasciandovi sotto una pioggia sporca a sentirvi come quello stronzo di Michael Douglas su una moto che non sa realmente guidare ma che deve tenere in piedi fino all’arrivo della controfigura.

Mentre vi dico queste fregnacce sentitevi Never Had Time: parte con un riff sventra-cessi e poi si arena in una garbata conversazione jazz tra basso, chitarra e tastiere su quanto sia difficile spiegare il contrappunto a una tavolata di vegani in fissa con Florence And The Machine.

A quanto pare, nel 1994, quando il disco realmente uscì in America, gli Edwin Dare fecero da spalla a Dream Theater e una sfilza di altri gruppi molto più in alto di loro, senza mai sfigurare. Fu un periodo divertente che Jeff Kollman ricorda con piacere, anche se durò poco.

Dopo Can’t Break Me, che immagino in Italia conoscano in quattro e uno sarà pure morto lasciando la sua collezione di CD in qualche scantinato, il gruppo si sciolse.

Jeff Kollman e Kevin Chown continuarono a incidere i rispettivi progetti solisti, usciti sempre con la Marmaduke Records; etichetta di proprietà del chitarrista.

Poi un giorno una casa discografica giapponese li contattò con un bel gruzzolone, chiedendo un nuovo album degli Edwin Dare. La cosa non era così fattibile perché nel 1998, Bryce si era trasferito in Florida, mentre gli altri tre erano ancora a Toledo.

E non era come oggi, che basta inviare dal tuo PC le parti della voce e tutto si assembla da uno studio a miglia e miglia di distanza. Bisognava che Barnes prendesse l’aereo, si trasferisse mesi nel suo vecchio paese, mollando famiglia e nuovo lavoro, per avere cosa? Qualche migliaio di dollari dai giapponesi?

Allora Jeff la pensò figa. Prese le tracce del primo disco dei VXN di cui nessuno ricordava più niente. Reincise tutte le chitarre, ci fece rimettere il basso da Chown e quelle di batteria al fratello. Lasciò solo le voci originali di Bryce. L’album intitolato allegramente My Time To Die, fu inviato alla Canyon Records, che si ritenne soddisfatta.

Non so se l’abbiamo mai saputo, ma il disco non era nuovo e non era nemmeno degli Edwin Dare. Sì, stiamo parlando delle stesse persone che riciclarono un vecchio album ormai dimenticato e lo vendettero a un paese lontano come fosse nuovo, ma non sottilizziamo.

E vi assicuro che è un bell’album.

Oggi Jeff Kollman è un turnista molto richiesto. Compone score per la TV, suona con Glenn Hughes, Mogg e Way degli UFO e fa qualsiasi cosa preveda una chitarra e un buon compenso. Ogni tanto si rivede con Kevin Chown per qualche nuovo progetto e manda messaggi d’amore a Bryce per fare almeno un altro disco degli Edwin Dare, dato che la tecnologia ora permette di incidere senza muoversi da casa.

Tom Kollman, fratello di Jeff, purtroppo se n’è andato nel 2012.