Deniz Tek – Anticipare il futuro

Nel marzo del 1966 Don Haskins, Coach della squadra di basket universitaria di Texas Western (al giorno d’oggi University of Texas at El Paso), ebbe la felice idea di schierare in quintetto base cinque giocatori di colore nel National Championship contro Kentucky, come ben documentato anche nel film Glory Road del 2006. Nelle settimane seguenti sulla stampa si iniziò a usare la terminologia in senso figurato “Game Changer”, riferendosi a una mossa apparentemente avventata ma potenzialmente rivoluzionaria per l’epoca, mossa che in effetti si rivelò tale e che letteralmente cambiò per sempre la faccia del college basket.
La suddetta espressione iniziò da allora a essere usata sempre più frequentemente nelle cronache sportive e poi, parallelamente alla recente esplosione del fenomeno dei social media, se ne fa maggiormente abuso accostandola a una pletora di situazioni e prodotti tra i più disparati, fino a diventare un’icona del linguaggio business, politico e culturale.

Similarmente, in campo strettamente musicale, anche il titolo onorifico di “Rock ‘n Roll Soldier” ha preso sempre più piede tra appassionati e addetti ai lavori che si appuntano idealmente sul petto le mostrine del più alto grado di militanza temporale nei pericolosi “Battlefields” della musica Rock.
Ci chiediamo dunque se “Fu Vera Gloria”, citando uno dei massimi esponenti della Letteratura Italiana.

Possiamo davvero attribuire a un panino da fast food, a una scarpa di dubbia qualità assemblata in Estremo Oriente, a un qualunque personaggio dalla notorietà mordi-e-fuggi partorito dal vortice dei click, un’aura mitica di innovatore, profeta, condottiero, o prodotto rivoluzionario in un settore?

Mentre riflettiamo su questa spinosa questione mi sento di individuarne uno che entra di diritto nella Hall Of Fame delle suddette categorie e addirittura di una terza, quella del “Multi Tasking”: Mr. Deniz “Iceman” Tek, da Ann Arbor (Michigan), classe 1952.

Trascorrendo l’adolescenza durante gli anni ‘60 nella zona di Detroit, il giovane Tek respira l’atmosfera satura di elettricità e suoni selvaggi creata da Iggy, Mc5, Ted Nugent e simili luminari, così quando decide di trasferirsi a Sydney, a poco meno di venti anni, porta con lui la chitarra, un bagaglio musicale fatto di sonorità sporche e abrasive e una visione artistica, ma anche di vita, basata su rigore e istinto, razionalità e determinazione.

In un’epoca in cui il punk doveva ancora prendere forma e l’Australia sembra ai margini del fermento musicale globale, Deniz Tek non segue i tempi e le mode ma li anticipa. Sfida le convenzioni dell’ industria discografica dando vita a un sound che ancora oggi fa scuola e contribuisce alla creazione di un’estetica che influenzerà generazioni di musicisti.

Quando nel 1974 fonda i seminali Radio Birdman, il lancio della band è fortemente ostacolato dalle dinamiche del mercato Australiano, ancora troppo legato ai tradizionali schemi del conformista classic-rock di matrice anglosassone e del pop da classifica. La scena dei locali di Sydney non è ancora pronta ad accogliere una band che non scende a compromessi su intensità del sound e volume, che in sede live raduna un piccolo esercito di aficionados sempre più numerosi e che spesso trasforma le loro performances in bolge infernali di sudore causando anche problemi di ordine pubblico.

Dopo essere stati banditi dalla quasi totalità delle venues della zona la soluzione adottata è in linea con lo spirito ribelle di Deniz e compagni. Invece di scegliere la soluzione più semplice e ammorbidire immagine e sound, la band decide di stabilirsi a mo’ di rifugio permanente nella storica Oxford Tavern and Hotel gestendola in proprio, come un centro sociale ante-litteram.

Ribattezzata Oxford Funhouse, un evidente omaggio agli Stooges, la venue diventa in poco tempo il fulcro della nascente scena punk locale, con una residency fissa dei Radio Birdman nei weekend e dando spazio alle future stars del rock indipendente, oltre a ospitare eventi culturali extra-musicali.

Le serate, che possono consistere anche in improvvisazione teatrale, readings, mostre fotografiche, vengono chiamate “The Offensives”, dato il carattere antagonista alla cultura ufficiale. I concerti della band ormai richiamano stabilmente 400 persone in un locale la cui capienza massima è poco più di 200.

Anche sul versante discografico i Radios anticipano i tempi affidandosi alla pratica tipica della scena punk/hardcore ancora da venire del Do It Yourself. Dopo i consueti rifiuti delle label locali di mettere su vinile i loro demo, i nostri si rivolgono agli studi Trafalgar decisi ad auto prodursi un Ep con 4 canzoni.

I gestori dopo aver ascoltato i nastri pensano di mettere gli studios a disposizione della band e di fondare un’etichetta indipendente per licenziare il disco, che esce verso la fine del 1976.

L’ Ep Burn My Eye funge simultaneamente da catalizzatore e da innesco. Da un lato fa confluire intorno alla band tutta l’attenzione dei media alla ricerca di nuove proposte alternative al rock mainstream, dall’altro fa esplodere definitivamente anche in Australia la punk-mania dilagante all’epoca in Inghilterra.

Deniz e i Birdman però prendono le distanze dal suddetto movimento giudicandolo limitante. Loro si definiscono dei rockers tout-court, eredi della tradizione pura e selvaggia made in Detroit fine anni ’60, le loro composizioni non sono basate su pochi minimali accordi e vocals urlate.

Nel loro background fanno capolino il garage, la psichedelia, il Motown-sound, il tutto arrangiato con raffinatezza e gusto per la melodia. Decidono quindi di distinguersi sia dal punk trasandato che dal classico rocker da pub con look alla Bon Scott. Iniziano a curare minuziosamente anche il lato estetico/visuale della band e sulla foto di copertina del primo Lp Radios Appear, nella versione uscita per la major Sire/Warner, notiamo i sei musicisti in atteggiamento bellicoso e muniti di chitarre, vestiti in denim & leather nero, con il celebre logo rosso evidenziato con una patch sul braccio e disposti a cuneo, come a voler simboleggiare una formazione di attacco.

Un estetica da gang urbana, ispirata al mondo dei bikers, che ricorda molto quella che sarà in voga nel giro dei seguenti 3/4 anni in ambito heavy metal. Il look di Deniz Tek nel corso degli anni in fondo rimarrà sempre fedele a quello degli esordi: niente lustrini e sorrisi, colore nero prevalente, occhiali a goccia Ray-Ban.

Con il contributo del bassista Warwick Gilbert, designer e grafico di professione, che in futuro lavorerà come direttore, animatore e storyboard artist per studi internazionali come Burbank Films, Hanna-Barbera e Walt Disney, verranno creati flyers, locandine e poster per il tour che viene ribattezzato “The Blitzkrieg”.

Sul poster in bianco e nero con cornice rossa, colori che diventeranno “istituzionali” come quelli di una società sportiva, campeggia un aereo militare in picchiata sui nomi delle città che verranno idealmente bombardate dall’attacco sonoro del gruppo.

Il tutto costituisce una strategia di marketing di taglio moderno, che non lascia niente al caso ma interamente “self-made”, senza l’aiuto di costose agenzie dal nome altisonante.

La carriera nel mondo della musica di Tek continua inarrestabile e con determinazione fino ai giorni nostri, tra progetti personali, collaborazioni e la reunion dei Birdman, prima nel 1996 per della date dal vivo e poi nel 2006 quando finalmente esce Zeno Beach, successore del secondo lavoro Living Eyes, a distanza di oltre un quarto di secolo dal predecessore.

Purtroppo il volo verso i piani alti dei Radios durerà poco più di 4 anni. Nel 1978, durante un soggiorno in Galles per la registrazione del secondo Lp, e per una serie di date promozionali nel Regno Unito, la casa discografica improvvisamente taglia i fondi alla band.

Inoltre la stampa britannica si schiera in maniera apertamente ostile considerandoli rockers di serie B.

In serie difficoltà economiche e malvisti dai media, la convivenza forzata scatena una serie di conflitti interni che portano allo scioglimento.

Tanto per dare un’ idea delle energie negative in circolo, il tour bus del quale si servono per gli spostamenti viene soprannominato “The Van Of Hate”. Il disco uscirà però solo 3 anni dopo per motivi contrattuali.

Ma ormai il seme ha dato i suoi frutti. L’eredità che i Radio Birdman lasciano al mondo del rock consisterà non solo nei tre favolosi lavori su vinile ma va ben oltre.

La loro expertise in tutti gli aspetti della carriera musicale è presa come modello da tutta la scena indipendente Australiana, e nel giro di pochi mesi spuntano dagli scantinati decine di bands decise a ripercorrerne le orme.

Possiamo contare almeno tre generazioni di musicisti che direttamente o in maniera trasversale devono a loro la propria ragione d’essere.

Tutte comunque accomunate dall’amore per un suono forgiato su garage, punk e rock’n’roll viscerale. Ma delle creature post-Birdman e dei frutti del loro albero genealogico parleremo magari in un altro articolo.

Nel 1979 è la volta dei Visitors ad affacciarsi al mondo, con una lineup che comprende 2 ex colleghi, Pip Hoyle alle tastiere, Ron Keeley alla batteria e Steve Harris al basso (ovviamente solo omonimo del suo famosissimo collega Inglese).

Il microfono è affidato all’amico di lunga data Mark Sisto, il quale sembra perfettamente a suo agio nell’interpretare con il suo tono profondo e baritonale composizioni che verosimilmente dovevano essere la base per un successivo disco dei Birdman.

La band aggiunge agli ingredienti già ben conosciuti del loro sound un mood oscuro che, unitamente ai testi visionari, rende l’ascolto un viaggio drammatico e molto poco confortevole, espandendo però la versatilità del songwriting, che diviene ancora più sfaccettato.

L’opener Living World, se la immaginassimo dotata di chitarre down-tuned e tastiere stratificate potrebbe, con le sue dinamiche, diventare tranquillamente il prototipo molto in anticipo per un moderno brano di symphonic/prog metal.

Intanto sia Deniz che Pip Hoyle approfittano dello stop della band madre per terminare gli studi di medicina, aprendo un nuovo corso alle proprie vite, parallelo alla carriera nel music biz, e dimostrando il carattere e la feroce determinazione con cui portano avanti i tanti progetti.

Giungiamo al 1981 e si alza il sipario su un altro capolavoro artistico e organizzativo partorito dalla mente di Tek.

In occasione della tormentata pubblicazione postuma di Living Eyes, portata a termine come abbiamo accennato con tre anni di ritardo, il nostro si interroga su quale sia il miglior modo per rendere visibile al mondo l’epitaffio dei Birdman e sceglie come strategia promozionale la creazione del primo super-gruppo trans-Oceanico di cui abbiamo notizia.

Con il beneplacito della Warner, che organizza un tour Australiano di 17 date, Tek assembla una all-star band con Rob Younger e Gilbert dei Radio Birdman più due assolute superstar come Ron “The Man in Black” Asheton degli Stooges alla seconda chitarra e Dennis “Machine Gun” Thompson degli Mc5 dietro le pelli, una molto improbabile asse Detroit-Sydney nata sotto il segno del più torrido high-energy rock.

Asheton è il responsabile della creazione del muro di suono Detroit-style, un pioniere del riff metal che siede sullo stesso trono di Tony Iommi. Thompson all’epoca veniva considerato uno dei migliori batteristi al mondo, capace di tenere alta la tensione con brusche accelerazioni e ritmi serrati mantenuti per tutta la durata di un concerto.

Da questo tour verrà, un anno dopo, stampato il live album The First and The Last, testimonianza di un evento irripetibile, con i 5 musicisti in stato di grazia che, pescando dal repertorio delle proprie band di origine, incendiano ripetutamente i palchi sui quali vengono invitati ad esibirsi.

Ascoltare Tek e Asheton duellare su torride versioni di Haunted Road, Loose, Crying Sun o Gotta Keep Movin’, sorretti da una sezione ritmica stellare e dal cantato rabbioso di uno Younger ispiratissimo, è un’esperienza che dona un nuovo significato alla parola “immersivo”, perché i New Race ci trascinano letteralmente in un vortice di pura elettricità.

L’importanza del progetto va oltre il semplice aspetto artistico, considerati i tempi nel quale si svolge. Oggi è naturale vedere collaborazioni a distanza realizzarsi nel brevissimo tempo di inviare files in rete, i New Race invece si formano, provano, vanno in tour e registrano insieme in Australia: un’operazione logistica molto rara per un’epoca pre-Internet e pre-globalizzazione musicale.

Anticipano un format che diventerà comune nei decenni successivi, ma lo fanno dal vivo, in presa diretta e senza il supporto di tecnologie digitali.

Inoltre, a differenza di supergruppi celebri come Blind Faith o Crosby Stills Nash & Young, la band non nasce per vendere dischi o celebrare grandi nomi da major label, ma per esplorare un linguaggio comune tra due scene radicali e outsider (Detroit e Sydney).

Molti critici e musicisti (inclusi Hellacopters, The Hives, Mudhoney tra i tanti) citano i New Race come un modello ideale di ispirazione per le loro carriere, con una portata storica e innovativa molto più rilevante di quanto la sua breve esistenza (un solo tour e un live album) possa far credere.

The Doctor and The Soldier

Per tutto il resto degli anni ’80 non sentiamo parlare del Deniz Tek musicista, perché Madre Patria chiama, e lui risponde.

Seguendo le orme del papà, radiologo militare nella marina degli Stati Uniti, completa, come abbiamo già visto, il percorso di laurea in medicina e la specializzazione in medicina d’urgenza.

Inoltre si arruola nella marina militare americana US Navy e diventa pilota da combattimento, volando sugli F-4 Phantom II nel Pacifico.

La sua carriera come medico e aviatore è un aspetto incredibilmente affascinante e quasi mitologico del suo personaggio: una figura che sembra vivere più di una vita alla volta.

Alterna turni in pronto soccorso sulle porta-aerei con l’ incarico di Flight Surgeon a voli militari dove si guadagna il nomignolo di “Iceman”, dall’ iscrizione che campeggia sul casco da pilota.

La leggenda vuole che il personaggio interpretato da Val Kilmer nel celebre film Top Gun del 1986 con la star Tom Cruise sia ispirato proprio al suo soprannome, anche se la cosa non è mai stata confermata nemmeno dai diretti interessati.

Terminata l’esperienza come militare, nel nuovo millennio Tek diventa pilota civile per il Royal Flying Doctor Service in Australia, portando assistenza medica via aereo in zone remote, dedicandosi quindi all’impegno umanitario e civile parallelamente al prosieguo delle attività musicali, che riprendono a partire dai primi anni ’90.

Attività che ripartono a pieno ritmo con il suo primo disco solista del 1992, Take it to the Vertical, la cui foto di copertina lo immortala in cabina di pilotaggio col suo celebre casco, e sembrano non volersi fermare nemmeno alla venerabile età di ultra-settantenne.

Qui torna la coppia d’asce dei Radio Birdman con il vecchio compare Chris “Klondike” Masuak e un ospite d’eccezione alla batteria nella persona ancora di un ex-Stooges: Scott “Rock Action” Asheton. Nel disco spicca su tutte la stupenda ballad Steel Beach, intensa e malinconica, ispirata a episodi di vita sulle portaerei.

La spiaggia d’acciaio è infatti nel gergo militare il momento in cui il marinaio si rilassa sul ponte della nave, isolandosi in mezzo al nulla da una realtà ostile.

 

Una discografia foltissima e rigogliosa divisa tra il Deniz Tek Group, i riuniti Birdman, e tanti altri progetti collaborativi.

Citiamo ancora il primo disco del Deniz Tek Group, Outside, del 1994, nel quale il nostro si avvale di due membri dei Celibate Rifles, Kent Steedman alla seconda chitarra e il torrenziale Nick Rieth alla batteria.

I Rifles fanno parte della seconda generazione di band nate con il santino dei Birdman sul comodino, e Deniz approfitta della straripante energia giovanile dei due per dare vita all’episodio forse maggiormente ispirato al punk rock della sua carriera solista.

Con questa formazione approderà anche in Italia nel 1996, con una fortunata data Romana trasmessa addirittura in diretta da Radio Rai 2, e dalla quale verrà tratto un disco dal vivo.

Impossibile e anche esercizio inutile citare in un solo articolo tutto quello che Deniz ha partorito sul piano musicale e discografico. Per una lista approfondita vi rimando alla pagina apposita del suo sito.

Però, siccome è sacrosanto il detto “Dio li fa e poi li accoppia”, il panorama rock non poteva farsi mancare l’incontro di Tek con la coppia di fratelli terribili e “like minded” Art e Steve Godoy, campioni internazionali di skate negli anni 80/90, tatuatori professionisti e musicisti punk-hardcore.

I due gemelli sono famosi per mantenere uno stile anti-mainstream in ogni aspetto della loro triplice arte, ispirandosi all’immaginario tipico delle skate-zines: tatuaggi, horror underground e iconografia outlaw. I tre si riuniscono dapprima nel progetto The Golden Breed, un set di composizioni brevi e veloci in tipico stile punk, e poi allargano la lineup ad un sestetto denominato The Last of The Bad Men, attivo alla fine del primo decennio degli anni 2000.

Glass Eye World dei Golden Breed esce nel 2003 per la Career Records, label fondata nel 2002 da Tek e Ron Sanchez dei Donovan’s Brain nel Montana, lo stato in cui Deniz si stabilisce alternativamente con la residenza alle Hawaii (dove peraltro ha una coltivazione di caffè in una piccola farm), e Discografico è un titolo che ancora manca nel suo palmarès, lacuna prontamente colmata con una serie di produzioni comunque all’insegna della qualità.

A proposito della sua vita privata nel Montana, chiudiamo la rassegna parlando della sua associazione con la tribù di Nativi Americani locale, i Crow, per i quali oltre a prestare cure mediche, si impegna con una serie di iniziative volte alla preservazione culturale, registrando e pubblicando musica tradizionale disponibile solo attraverso i siti e i canali della tribù, i quali come segno di riconoscenza lo hanno nominato Membro Onorario.