Nel 1994 c’erano in giro due Black Sabbath. Quelli riscoperti e idealizzati dal pubblico giovanile, suggestivi, minacciosi, massicci e di fatto mai esistiti davvero, e quelli un po scalcagnati che andavano ancora in giro nell’indifferenza generale, tra palazzetti quasi vuoti e vendite deprimenti di album trascurabili. Cross Purposes uscì proprio allora e riascoltandolo oggi, rappresenta perfettamente questa transizione tra i veri Black Sabbath, morenti e sfiancati da dieci anni di sfighe, e quelli santificati dalla macchina culturale e in procinto di rilanci revivalistici.
Il via vai di cantanti, dopo l’uscita di scena di Ian Gillan e la fase Tony Martin, mi ha sempre fatto pensare al periodo in cui il presidente Moratti cambiava un allenatore ogni tre mesi. Fu un tempo caotico, deprimente e che portò molto in basso le aspettative del pubblico nei confronti dei vecchi Sabs. La band non era più capace di garantire stabilità.
Nonostante il via vai generale però uscirono dischi che oggi sono in netta fase di rivalutazione, dopo decenni di incresciosi tentativi di rimozione. (Erano i lavori solisti di Iommi, non i veri Black Sabbath!)
Verso la metà degli anni 90, i Black Sabbath tornarono in alto, ma non per merito di una delle loro ultime uscite discografiche. Cominciò tutto con i gruppi grunge che li citavano come influenza nelle interviste (Soundgarden) e via via anche le altre band heavy che facevano tendenza (Pantera, Type O Negative, Cathedral); nel mentre uscivano dischi tributo come Nativity In Black e quello organizzato dalla Earache anch’essi contribuirono ulteriormente a dimostrare alla nuova generazione, quanto il nuovo metal fosse debitore a Tony Iommi.
La cosa curiosa è che meno i Black Sabbath fecero sul piano creativo e più la consacrazione andò a buon fine. Dopo l’uscita del miserrimo Forbidden (sì, va bene, The Illusion Of Power però è un gran pezzo) il gruppo non realizzò più nulla di inedito per quasi vent’anni, ma in quel tempo le quotazioni crebbero e crebbero così tanto, che oggi è praticamente impossibile rimettere in discussione la band. Non si tocca.
Negli anni 80, subito dopo la separazione da Ronnie Dio, nel guazzabuglio di musicisti che si avvicendarono, il gruppo fece uscire comunque sei dischi in dieci anni (senza contare Dehumanizer) che non impedirono minimamente il declino. Quei dischi la gente si rifiutò a prescindere, come scrisse il Fuzz in occasione dell’uscita di Cross Purposes, anche solo di ascoltarli. Niente Ozzy, niente Dio e allora niente Sabbath.
Invece erano lavori di qualità. D’accordo, però…
Non vi voglio fare una lezioncina sui perché quegli album, pur mantenendo un livello di scrittura piuttosto alto, uscirono dai range entro cui il pubblico amava considerare i Black Sabbath come “i veri Black Sabbath”.
Tony Martin, che è un gran vocalist, non aveva uno stile particolare. Era potente, raffinato, ma inesorabilmente canonico. Per non parlare del suo scarso carisma sul palco, cosa di cui sento parlare dal 1991. Anche le produzioni di quegli album, che sono pure ottime, non riuscivano più a esprimere quella profonda oscurità magica che affiora nel sound di qualsiasi altro lavoro dei vecchi Sabbath, inclusi i più squinternati (Never Say Die e Tecnical Ecstacy).
Furono gruppi come i Cathedral, i Type O Negative, a ricordare a Tony la strada di casa.
Dehumanizer, che non ho mai smesso di amare, fu un tentativo di reunion fallito prima che l’album uscisse nei negozi. Negli anni è venuta fuori la verità: il gruppo non era ancora stato in sala d’incisione e, Iommi e Geezer, già in rotta con Ronnie, chiamarono in segreto Tony Martin e glieli fecero cantare, meditando di separarsi da Dio e fare il disco con lui.
Geezer, in sede promozionale dell’album Cross Purposes, disse che Martin riusciva a rendere molto meglio quei pezzi, rispetto al folletto di Holy Diver. In ogni caso Iommi decise di tenere Dio, ma durante il tour non si parlarono. Nell’esibizione del Monsters Of Rock del 1992, che tutti ricordano con grande affetto, Tony e Ronnie non si guardavano neanche in faccia.
Sempre il Fuzz, ancora ai tempi di Metal Shock rivelò di aver percepito una generale delusione nei riguardi di Dehumanizer, lavoro realizzato in fretta e che “prometteva tanto, offrendo pochissimo”.
Per lui il ritorno di Martin e l’uscita di Cross Purposes dava finalmente la possibilità ai Sabbath di “essere se stessi”, alla larga dalle bizze di Ozzy, che di fatto aveva determinato l’uscita di Ronnie, flirtando con gli altri tre per un lungo periodo in cui si era arrivati a firmare contratti e dare sui giornali ufficiale la reunion della formazione originale; e finalmente erano alla larga dall’ingombrante folletto, sempre smanioso di “controllare” una band che non sarebbe mai stata tutta sua.
Purtroppo Cross Purposes decretò il ritorno dei Black Sabbath nel purgatorio portuale delle line-up di san Vito. Bobby Rondinelli, batterista scelto per sostituire Vinnie Appice, apprese del proprio licenziamento dalla TV a pochi mesi dall’uscita dell’album, quando si parlò del ritorno ufficiale di Bill Ward nei Sabbath. Ward li mollò poco dopo, così come Geezer. Cozy Powell e Geoff Nicholls ripresero posto per circa un anno ancora e poi riecco Ozzy, Geezer, Ward eccetera eccetera.
Cross Purposes non interessò minimamente il pubblico, nonostante la critica ne parlasse complessivamente piuttosto bene. Almeno quella italiana lo promosse con entusiasmo. Secondo me è un lavoro non ai livelli di Dehumanizer, ma che regge abbastanza bene il confronto con Tyr, che è il disco più sottovalutato della Storia del metal.
E qui esce la realtà paradossale rappresentata da Cross Purposes. Tony Iommi usa un riffing più vicino alle vecchie cose, ma alternandolo con l’hard rock americano e persino al grunge. Psychophobia è la cosa più vicina a Seattle che la band abbia mai realizzato. Ci sono brani pregevoli, ma fa un po’ sorridere che ai Black Sabbath del 1994, non fosse richiesto di continuare a esistere.
Sarebbe bastato sciogliere la formazione ballerina e attendere che gli eventi seguissero il loro corso. La gente non aveva bisogno di un nuovo disco per interessarsi ai Black Sabbath. Sarebbe bastata una nuova edizione di Paranoid e Master Of Reality.
La generazione cresciuta con Seattle e il metal estremo, non era in grado di interessarsi a quella componente pop-melodica che i Black Sabbath avevano assimilato e sviluppato in un decennio sfigato, gli anni 80, ma che ora era tremendamente fuori luogo e non potevano più permettersela neanche i Journey o i Dokken.
Nel press-kit che fu spedito alle redazioni delle riviste, il testo iniziava con un proclama totalmente cringe di fierezza metallica che avrebbe fatto felici i Manowar. Capitemi bene, negli anni 90, l’heavy metal non esisteva più. Tutto era metal qualcosa ma non c’era più qualcosa che accorpasse in una sola definizione l’heavy metal. E quello che proponevano i Black Sabbath di Cross Purposes era un misto di cose antiche e senza tempo e altre desuete e che un produttore intelligente, gli avrebbe fatto buttar via senza pietà.
Ballatone come Dying For Love o brani grintosi, cadenzati tipo The Hand That Rock The Cradle o Back To Eden, erano ancora con un piede nella fossa degli anni 80 e invecchiavano terribilmente coloro che per la gente ormai sarebbero dovuti apparire “senza tempo”. Più della metà di quel disco c’entrava poco con l’idea di pesantezza, oscurità e antichità classica dei “veri Black Sabbath”. Se ne scorgeva qualche frammento negli incipit di Virtual Death o Immaculate Deception, ma le cose poi, anche lì, prendevano sempre la via del quattro quarti e del ritornello melodico anni 80.
Iommi lo capì quando realizzò 13, con Ozzy e gli altri. In quel disco lui scaricò una valanga di vecchi riff avanzati nel cassetto del 69-78 e tutti a cagare, felici e contenti, nella certezza di aver sentito ancora una volta respirare un mito. Ma i miti devono morire per essere tali. E quindi Tony e i Black Sabbath, dal 1996, artisticamente, non fanno che fingersi defunti e godersi la pacchia.

