Arizona, 2002: deserto, caldo e asfissiante, cieli tersi e sabbia, la vita sembra essere non terrestre anche se lo è a tutti gli effetti. Vivere qui è una sfida costante, fisica e soprattutto mentale. Non tutti riescono a essere concreti e metodici in una quotidianità che pone sfide psicologiche invise alle menti più oniriche. Proprio qui un uomo come tanti, David DiSanto, visionario chitarrista e vocalist, non cercava semplicemente di formare un gruppo metal: voleva creare un collettore di particelle accelerate, dove il thrash venisse decostruito a livello subatomico e ri-assemblato secondo leggi fisiche ancora da scoprire. Forma una band, la plasma e la costruisce secondo geometrie non euclidee. Il nome stesso, Vektor, evoca direzione, forza, movimento attraverso lo spazio multidimensionale.
Non un semplice “vector” anglofono, ma una K che demolisce come un riff staccato, un logo che sembra uscito da un manuale di astrofisica sovietica degli anni ’70, quando la fantascienza era ancora impregnata di terrore e meraviglia genuini. I Vektor emergevano in un momento peculiare per il metal estremo. Il revival thrash dei primi 2000 aveva già saturato il mercato di cloni dei Big Four; decine e decine di band che replicavano formule trentennali senza comprenderle veramente.
Il technical death metal stava raggiungendo vette di virtuosismo che diventavano sterili. Il progressive metal si era cristallizzato in convenzioni altrettanto rigide di quelle che pretendeva di sfidare. Serviva qualcosa di radicalmente diverso.
I vektor lo erano.
Erano unici e incredibili. La prima “missione” è una grande esplosione chiamata “Black Future”, ma è una detonazione controllata, calcolata con precisione balistica. David DiSanto ed Erik Nelson non suonano power-chords in posizioni radice: costruiscono accordi per quarte aumentate, tritoni sovrapposti, armonie che sembrano vibrare in frequenze subsoniche.
Il palm-muting è preciso al millisecondo, creando un groove che è simultaneamente ipnotico e destabilizzante. La batteria di Blake Anderson è il cuore di antimateria che alimenta questo reattore sonoro. I suoi pattern non seguono la logica tradizionale del thrash, quella simmetria militaristica del beat in quattro quarti con doppia cassa martellante.
Anderson pensa in poliritmie stratificate: simultanei percorsi circolari in 7/8 mentre la cassa pulsa in 4/4, creando interferenze ritmiche che generano simmetrie impossibili. Gli hi-hat sono usati come strumento melodico, con aperture parziali che evocano spettri armonici.
I fills non sono decorazioni: sono ponti architettonici che sostengono l’intera struttura compositiva. Frank Chin al basso è la rivoluzione nascosta. Nel thrash convenzionale, il basso è spesso relegato a raddoppiare le chitarre un’ottava sotto, fornendo corpo ma non identità.
Chin rifiuta questa servitù.
Le sue linee sono contrappuntistiche, indipendenti, spesso suonano contro il riff di chitarra, creando tensioni armoniche risolte poi in modi inaspettati. Prendete “Oblivion”, uno dei vertici compositivi dell’album: il basso esegue una linea discendente cromatica mentre le chitarre salgono attraverso una scala frigia dominante, creando un movimento contrario che genera vertigine musicale.
La voce di DiSanto è l’elemento più divisivo e più iconico dei Vektor. Non è la voce growl abissale del death metal, quella risonanza sub-frequenziale che evoca entità ctonie.
Non è lo scream lacerato del black metal, quella lama arrugginita trascinata sulla gola dell’universo.
È qualcosa di completamente altro: uno stridio metallico, acuto, quasi sintetico, come se le corde vocali fossero state sostituite con cavi d’acciaio sottoposti a tensione estrema.
Alcuni lo odiano visceralmente.
Lo descrivono come insopportabile, irritante, un difetto fatale che rovina musica altrimenti brillante.
Ma questo è fraintendere radicalmente la funzione artistica di quella voce. DiSanto non cerca di essere piacevole o accessibile: cerca di essere “alieno”.
La sua voce è la traduzione sonora del disagio cosmico, dell’orrore lovecraftiano di fronte all’infinito, della dissonanza cognitiva dell’esistenza post-umana nello spazio profondo.
Tecnicamente, DiSanto opera in un registro estremo, con una tecnica che enfatizza le frequenze acute. Il fraseggio è ritmicamente complesso, spesso sincopato rispetto al beat. Crea tensione metrica. Le melodie vocali (sì, ci sono melodie, anche se mascherate) seguono spesso scale diminuite e aumentate, evitando la consolazione delle scale maggiori o minori naturali.
Ma è nel testo che la genialità di DiSanto emerge pienamente.
“Black Future” non racconta storie di draghi e spade: costruisce cosmologie distopiche dove l’umanità è già perduta. Il futuro nero del titolo non è una possibilità da evitare: è una certezza già avvenuta.
Il tempo stesso è collassato.
Siamo osservatori post mortem della nostra stessa estinzione. Quello che rende Black Future rivoluzionario non è solo l’esecuzione tecnica o l’intensità, il thrash metal ha sempre avuto queste qualità. È l’applicazione sistematica di concetti musicali avanzati a un genere che tradizionalmente li ha evitati. La produzione autogestita da DiSanto in condizioni semi DIY, è parte integrale dell’impatto dell’album. Non ha la iper-compressione del metal moderno, ma non è nemmeno lo-fi per scelta estetica del black metal underground.
È qualcosa di intermedio: un suono crudo ma definito, aggressivo ma chiaro. Ogni strumento occupa il proprio spazio nel mix stereofonico. Le chitarre sono tagliate su frequenze medio-alte, con un tono che enfatizza l’attacco del plettro.
Il basso, miracolosamente, è udibile, occupando lo spazio medio-basso che spesso viene fagocitato dalle chitarre.
La batteria suona naturale, con poca compressione, permettendo dinamiche reali.
Questa scelta produttiva è fondamentale per la musica dei Vektor. Con una produzione troppo compressa, le armonie dissonanti diventerebbero fango indistinto; con troppo riverbero, la precisione ritmica verrebbe offuscata.
Il suono secco permette alla complessità compositiva di emergere. È la differenza tra guardare una galassia attraverso un telescopio perfettamente calibrato oppure guardare attraverso un vetro sporco. La chiarezza serve la visione. L’analisi dei brani uno per uno richiederebbe ottanta pagine di testo, quindi riassumendole in pochi passaggi, si trovano elementi comuni in tutto l’album; power chords con aggiunte di nona, tritoni voivodiani, linee indipendenti dissonanti, ognuna costruita per reggere su sé stessa e integrarsi nelle altre.
DiSanto guarda la matematica divina di Bach e lo cannibalizza. Armonizzazioni dissonanti giocate su sfumature jazz, come se i Maiden suonassero insieme ad Al Di Meola e John McLaughlin.
Con una sequela di quarte, settime maggiori, seconde minori e none maggiori, i Vektor fondono le composizioni di Bartók o Ligeti insieme a Slayer e Metallica.
I Vektor non sono emersi dal vuoto. Sono sintesi di influenze diverse, alchemicamente fuse in qualcosa di nuovo: sono gli antenati diretti dei Voivod. La combinazione di thrash, progressione, sci-fi, dissonanza, tutto trova origine in album come “Dimension Hatröss” e “Nothingface”.
Poi Il death tecnico degli Atheist, specialmente “Unquestionable Presence”, dimostrando che l’estremo può essere sofisticato. Il prog-thrash dei Watchtower di “Control and Resistance” fu l’imprinting di come mescolare virtuosismo tecnico con aggressività thrash senza perdere coerenza compositiva.
Indirettamente i Rush, per le strutture lunghe, i concept album, l’uso di sci-fi come veicolo per la filosofia.
I Megadeth per la precisione compositiva di Mustaine, la capacità di scrivere riff memorabili che sono anche tecnicamente elaborati.
Infine i Crimson Glory, capaci di scrivere chorus memorabili senza sacrificare la complessità.
Ma i Vektor hanno preso queste influenze e creato qualcosa di genuinamente originale. Non sono cloni, sono evoluzione.
“Black Future” non è solo un album thrash con testi sci-fi. Il concept narrativo funziona su più livelli. In superficie c’è la storia di un’umanità che si autodistrugge attraverso la tecnologia, la guerra, l’alienazione. Ma sotto c’è una critica sociale molto più precisa, incredibilmente attuale per il 2009: la dipendenza tecnologica, la perdita di identità nell’era digitale, il collasso ambientale, il controllo corporativo, l’alienazione postmoderna.
I Vektor usano la fantascienza come i migliori autori cyberpunk: non per fuggire dalla realtà, ma per commentarla attraverso l’estremizzazione metaforica. Il “futuro nero” del titolo è sia letterale che figurativo. È il vuoto dello spazio cosmico, ma anche il vuoto esistenziale dell’individuo moderno. È l’apocalisse nucleare, ma anche il collasso spirituale di una civiltà che ha perso ogni punto di riferimento.
Questa profondità tematica distingue “Black Future” dalla maggior parte del thrash revival, che spesso si limitava a riciclare tematiche horror o occultismo senza particolare profondità.
I Vektor offrono una visione coerente, intellettualmente stimolante, che risuona con le ansie del nuovo millennio.
Infine, la sua collocazione ai tempi dell’uscita: la scena è frammentata in micro-generi sempre più specifici. Il metalcore domina le classifiche mainstream, il djent sta emergendo dalla scena che adora i Meshuggah, il post black metal sta decostruendo ogni convenzione.
Il Thrash, come detto è un cadavere rianimato male. In questo contesto “Black Future” è un’anomalia completa. Non si adatta a nessuna categoria esistente. È troppo progressivo per i puristi thrash, troppo thrash per i fan del prog, troppo estremo per il metal mainstream, troppo tecnico per l’underground DIY.
Inizialmente, l’album passa quasi inosservato. La Heavy Artillery Records è una piccola etichetta underground. Nessuna promozione mainstream, nessun video musicale, nessun tour di supporto a band famose. I Vektor costruiscono la loro base fan attraverso il passaparola, nei forum, col file sharing e i blog metal underground.
Nei primi mesi dopo l’uscita, “Black Future” è un segreto condiviso da pochi iniziati. Le recensioni sono poche ma entusiaste. Lentamente, inesorabilmente, l’album costruisce una reputazione. Nel corso del 2010 e del 2011, il disco diventa un caso. Le pubblicazioni metal più rispettate cominciano a riconoscerne l’importanza. Decibel Magazine, Metal Hammer, Metal Injection pubblicano recensioni retrospettive entusiaste. L’album entra in diverse classifiche di fine anno con notevole ritardo. Il passaparola si trasforma in consenso critico.
La band inizia a ricevere offerte per tour più importanti. Nel 2011 firmano con Earache Records per il seguito “Outer Isolation”, che consoliderà la loro reputazione. Ma è “Black Future” che rimane il loro lavoro più puro, più visionario, meno compromesso.
Non ha generato un movimento, non ha definito un sottogenere, non ha venduto centinaia di migliaia di copie. Ma ha fatto qualcosa di più importante: ha dimostrato che l’ambizione artistica e l’integrità underground non sono incompatibili, che la complessità musicale può coesistere con l’energia viscerale, che il metal può ancora evolversi in direzioni imprevedibili.

