Un nuovo disco di una band, quando è intitolato col nome della band, io sapevo cosa volesse dire. O almeno ero sicuro di che aspettarmi. Per dire, i nuovi Linkin Park, se invece di chiamarlo “From Zero”, avessero messo “Linkin Park” sulla copertina dell’album con la nuova cantante, tra l’altro fighissima, Emily Armostrong, sarebbe stato il classico atteggiamento da disco omonimo a cui alludo. Ma non è andata così con loro e invece va così con gli Alter Bridge.
Mi spiego meglio. Un tempo mettere solo il nome, non all’inizio ma a un certo punto della carriera, per un gruppo rock/metal era una sorta di orgogliosa dichiarazione identitaria; una risposta forte in faccia ai dubbi del pubblico e la sfiducia della critica dopo che magari un membro insostituibile era stato sostituito oppure il gruppo aveva preso una direzione molto diversa dal solito, o tutte e due le cose insieme. Era per esprimere un’identificazione con ciò che la band, nel bene o nel male, in quel momento, era diventata. Non era. Era diventata.
Il nome all’improvviso rappresentava qualcosa di nuovo di ciò che per tutti, quel nome, aveva sempre detto e ovviamente, avrebbe continuato a dire, nonostante il disco della rottura intitolato omonimo per convincere tutti e nessuno.
Mi vengono in mente “Motley Crue” (1994) o “Dokken” (1995) (poi uscito in Europa come “Dysfunctional”), oppure “Loudness” (1992). Se li conoscete, vi accorgerete di quanto sto dicendo. Oggi però nel caso degli Alter Bridge, dopo aver ascoltato l’intero contenuto del loro ottavo album in studio, chiamarlo semplicemente Alter Bridge mi confonde, perché mi pare che non vi sia alcuno stravolgimento.
Anzi, a detta di Tremonti e Kennedy, la nuova fase compositiva che ha generato il disco, ha tratto grande ispirazione dal passato stesso della band. Nello specifico “Blackbird”. Quindi “Alter Bridge” è un lavoro celebrativo di un’intera storia, la summa di quello che gli Alter Bridge sono ora e in fondo sempre stati: vale a dire una band hard rock matura da subito e capace di fondere la matrice classica degli anni 70 con le varie rivoluzioni alternative dei decenni successivi.
Hanno da sempre compiuto in scioltezza ciò che gruppi come Skid Row, L.A. Guns o Warrant, non riuscirono esattamente a fare verso la metà degli anni 90, quando la necessità di assimilare suoni e stilemi produttivi post-grunge, farli coabitare con i trascorsi sentimentali e anthemici del passato e cucire tutto con una nuova immagine più al passo, risultò un’impresa quasi impossibile da realizzare.
Gli Alter Bridge sembra che non abbiano subito alcun trauma. Non sono un gruppo che “torna indietro” a un certo periodo della storia e ricomincia da lì, rinnegando anni di evoluzione del genere. Loro hanno dall’inizio creato una formula armoniosa in grado di raccogliere quarant’anni di musica.
Il suono è moderno e allo stesso tempo è Bob Rock vecchio stile, il tiro è indiscutibilmente genuino, l’approccio profondo e d’assalto, sovente raggiungono con la penna dei livelli di pesantezza metallici di tutto rispetto e di struggimento emotivo da classifica, ma senza sputtanamenti imbarazzanti verso Coldplay o che so, Shinedown. Ci sono ogni volta una miriade di ritornelli pazzeschi piazzati come esplosivi nelle zone strategiche delle canzoni, boom, da cantare tutti assieme, piangendo lacrime di speranza e guardando dritto verso la luce accecante della morte.
Questo è ciò che cerco, generalmente in una canzone metal. Niente di speciale: solo qualcosa che mi sproni a combattere e che mi lecchi le ferite. E loro, in questo ultimo album, come in tutti gli altri, riescono a farlo con naturalezza. Punto.
“Alter Bridge” in verità sta raccogliendo solo recensioni ultra-positive e questo non mi piace. Io sono per il dibattito, sempre e comunque, invece qui c’è uno squirtame di lodi insopportabili. Nessuno meriterebbe un simile torto. Dire tanto bene è come non dire niente. Parlare tutti benissimo di qualcuno è quasi annientarlo.
Intanto le recensioni positive sono noiosissime da leggere e poi quelle esageratamente positive mi indispongono. Specie se si tratta di sbrodolamenti pieni di superlativi e slogan usurati: non mi mettono alcuna voglia di ascoltare un disco, anzi. Per fortuna mi sono avvicinato ad “Alter Bridge” senza leggere nulla prima, solo attraverso i singoli, sganciati nel tubo nei mesi scorsi un po’ alla volta. Li ho trovati tutti convincenti e ho provato verso il nuovo album in uscita una sorta, non dico di impazienza, sono troppo vecchio per smaniare, ma di sicuro ero sempre più curioso e in giovialesca sollecitudine. Yeaaah.
Trovo che il ritornello di “Silent Divide” sia davvero molto intrigante e la melodia iniziale di “What Lies Within” mi avvince, cazzo. E per i miei bisogni già bastano questi due momenti straordinari a farmi contento. Il resto del disco è buono ma senza sborolalìe, chiaro?
Per esempio non stravedo per la conclusiva “Slave to Master”. Sebbene, stando in coda e con quella durata, nove minuti e rotti, abbia l’aspetto dell’evento decisivo e dai recensori sia percepita come un’epifanica resa dei conti del gruppo con se stesso, io la ridimensionerei. Sì, carina, ma non penso fosse necessaria. Senza l’assolo alla “Comfortably Numb” al centro, durava come le altre.
Se posso permettermi, e mi permetto comunque, penso che “Alter Bridge” sia troppo lungo. Ogni pezzo è sempre molto denso, nutella colante, è pieno di intensità catartica e dopo 35 o 40 minuti di squartamenti di petto e lacrime di sangue, io ho solo voglia di scendere dal treno e farmi una camminata nel silenzio. Sto bene, ringrazio, ma sono sazio.
Invece loro, giù con altri venti minuti dove continua a succedere esattamente quello che è già successo. Va beh.

