I Beyond The Black e lo stacco da terra del bambino

Una lunga chiacchierata intorno al tavolo della cucina. Mangiamo senza neanche mettere la tovaglia. La luce è spenta, ci accontentiamo di un po’ di sole dall’esterno. Siamo all’inizio della fine di un giorno freddo di gennaio. Io e te parliamo strofinandoci le mani e le gambe. Ci diciamo di quanto siamo diversi. Ci amiamo ma in fondo ci sono cose che davvero non riusciamo a capire l’uno dell’altra. Vogliamo vivere insieme per sempre, ma oggi forse, potremmo anche non vederci e non farne un dramma, vero? Questo è lo scenario in cui ascolto il nuovo disco dei Beyond The Black.Loro sono tedeschi, power sinfonici catchy and fancy, con la cantante strafigona e dalle tentazioni liriche. Un identikit sufficiente a farmi fuggire il più lontano. Eppure gli ho dato una possibilità e ho trovato qualcosa di buono. Forse si tratta di una mia recente disposizione verso le novità, un mio bisogno di alleggerire il presente da tutta una sfilza di considerazioni e di pregiudizi che mi porto dietro e che mi impediscono di godermi la vita.

Questo è il loro quinto album. Ne hanno realizzati altri quattro dal 2012. Oh, non puoi distrarti un attimo che ti trovi davanti in nuovi Nightwish. Sembra che almeno in patria vadano forte in classifica. Considerando i livelli concreti di vendita dei dischi e che le classifiche oggi effettivamente indicano ancora solo quello, non penso che rispecchino un effettivo riscontro nazionale. Eppure è abbastanza per credere che gli stia capitando qualcosa di interessante a questo punto della carriera.

Da un lavoro del genere mi aspetto ritornelli semi-operistici, chitarroni squadrati e un’attitudine tra il sentimentale e la propositività auto-affermativa. Ci vado molto vicino ma per fortuna non ci prendo del tutto. Di buone melodie poppy ce ne sono quante ne volete, alcune piuttosto seducenti, come quella in apertura del “Let There Be Rain”, cantata da un coro bulgaro e impacchettata tra basso, chitarra e batteria, su accordoni che fanno “vun vun vun vun”. Si tratta di un banale trucco sympho-metal ma qui funziona alla grande; sarà per i bulgari. Però non c’è solo quello.

L’album ha un’attitudine un po’ “rebelde”, specie la title-track. Diciamo che in un contesto funebre quello di “Break The Silence”, che è melodicamente una via di mezzo tra Shakira e Bon Jovi, influirebbe sulle coscienze di chi è isolato nella tragedia di una perdita, come una musichina pop festivaliera sull’animo romantico dei consumatori italiani in un freddo sabato di febbraio, però va riconosciuta a questo brano e a molti altri momenti dell’album un’attitudine energizzante che potrebbe produrre effetti significativi in contesti meno complicati.

Per esempio, in palestra, sul tappetino che rulla, mentre la casalinga disoccupata, con i Beyond The Black in cuffia, sull’incipit afro-ballerino di “Rising High” cessa improvvisamente di pensare alla cena, alla scuola, ai curriculum, alle sue visioni imprenditoriali deliranti, ai figli e alla cellulite, e nonostante il fiatone e la stanchezza, spinge in UP la freccia, un paio di volte.

E da 60 all’ora va a 70, sulle ali flautanti dell’entusiastico refrain della virginale e principesca vocalista, supportata da questo sciabordio di voci reaggae realizzate con l’AI, si sgancia dal mondo e ascende in un orgasmo endorfinico.

Ammetto che l’album abbia dei momenti divertenti e altri davvero terribili (“The Flood” e Cinéma), però non si tratta di un guilty pleasure. Dicevo che c’è vera sostanza. Mi riferisco a due brani in particolare.

1 – “The Art Of Being Alone”, in cui la voce principale della band, Jennifer Haben, duetta in un crescendo maideniano con il catarrale e bel tenebroso Chris Harms (mai coperto). Insieme i due sfoderano un doloroso e poetico inno alla solitudine degno dei Nomadi più mesti di inizio millennio. Detta così potrebbe non incoraggiarvi, ma se aveste ascoltato “La sottile arte degli amanti”, allora capireste cosa intendo e perché collego i due pezzi.

2 – L’altro momento rilevante per me è “Weltschmerz” (letteralmente in tedesco “male del mondo”). Una partitura minimale ma intensa, perfetta per chiudere un album che ha il pregio di essere asciutto, diretto ed essenziale (37 minuti). Il brano è un volazzo di tastiere, organo, voce sospirosa e un po’ di effetti che formano un groviglio di piccoli rampicanti arrembanti lungo una melodia celtica molto cinematografica e piuttosto toccante.

Il testo, cantato in parte in tedesco e in parte in inglese, descrive prima la vita come un gravame insopportabile e poi flap flap, accada sempre qualcosa che ci restituisce leggerezza e nuove possibilità. Cosa sia di preciso non si sa. Ci sentiamo attraversare da un brivido strano e non ci voltiamo a guardare indietro, le nostre stesse ali: arriva la speranza, l’amore e magari partono da un piccolo fuoco circondato dal buio. Prima siamo succhiati giù nelle sabbie mobili e poi corriamo via, trascinati in alto come aquiloni attaccati al dito di qualche bambino.

E il bambino laggiù cosa farà? Sceglierà di lasciarci andare, come un dolce dio ci donerebbe all’abbraccio del cielo e del mare, o deciderà di riportarci a casa con lui? Deve fare i compiti e poi c’è il bagno, mangiare e a letto, è ora che torni.

Il disco “Break The Silence” gira intorno a questa idea del volo, degli uccelli (hooo… like ravens), della lotta gravitazionale tra depressione e piume svolazzanti. Lo potete sentire nella musica ma anche leggendo i testi: “dove prima c’era un uomo davanti a una finestra, annaspante in un cono di luce malata, i freddi soffi di labbra invernale ora spazzano via un vuoto pulviscolo: forse è una tragedia o un lieto fine, dipende dal regista che vi piace di più. (Antonioni o Wenders?).

Il bambino lascia andare l’aquilone. Forse gli sfugge dalle dita. Non importa. Si volta per tornare. Pesano sulle sue spalle i compiti, il buio così presto, la sua piccola vita densa come un mattone. Poi però si gira e guarda l’aquilone nel cielo, strattonato dalle correnti.

Salta, salta sul posto. Ancora e ancora. Salta. E poi sorride in una specie di vertigine. Corre via senza più voltarsi.

Ecco cosa è per me il crescendo di “Weltschmerz”, così come qualsiasi bella canzone mi riesca di scovare. Lo stacco da terra del bambino che immagina per un secondo di sospendersi nella sensazione del volo, prima di ricadere sull’umido trancio di sabbia in cui prima stava sprofondando tra depressione scolastica e vuoto cosmico.