Fetish 69 – Lost in a Pig World

A quanto pare, i Fetish 69, non hanno sempre suonato metal. Prima di Antibody del 1993 praticavano l’industrial puro. Anche dopo questo disco hanno rimesso a posto i chitarroni e riconvertito l’assalto tenebroso al synth pop sì, ma pieno di spigoli affilati. L’aspetto interessante è che c’è stata una stagione all’inferno, fatta di grugniti, urla, ritmiche ossessive e gemiti di chitarra, in cui i Fetish 69 sembravano destinati al festino di blatte e tentacoli chippati di Al Jurgensen.

A un certo punto del loro cammino, i Fetish 69 NON smisero di suonare industrial per convertirlo all’industrial metal. Fecero metal classico mantenendo l’approccio industriale che non è esattamente la stessa cosa. Cercarono infatti di trasporre quell’attitudine disumana dagli anaffettivi ritmi elettronici e loop di campionatori, alla matrice organica: invece di farla fare ai robot, facciamo che i robot siamo noi! Quindi, basso, chitarra, voce e batteria e bum! Il risultato è Antobody.

Questo album nei suoi momenti migliori sembra post-black metal con vent’anni d’anticipo. Oggi un brano come Fireworks, con quel riffone da parata nazista su Marte e il vocione effettato a tratteggiar sopra uno scenario bucolico dell’Apocalisse nucleare, potrebbe essere roba realizzata col pilota automatico dai Marduk o i Dimmu Borgir. Nel 1993 non lo faceva nessuno, tanto che i recensori parlavano di death metal, mica black.

La produzione di Colin Richardson è paracula e irresistibile. In confronto a certe opere ormai classiche a cui ha posto la firma di produttore, qui siamo sul fondo del curriculum ma è pur sempre un Richardson d’annata e se chiudete gli occhi, in certi passaggi di chitarra, vi sembrerà di sentire i Carcass di Heartwork e in altri affioreranno i Fear Factory di Soul Of A New Machine. Ok, non vi aspettate di trovare lo stesso livello compositivo, però è sufficiente, secondo me, per godersi quaranta minuti di metallo anni 90 cangiante dal plumbeo, allo smargiasso al cruento senza scampo.

In Antobody la struttura dell’intero disco è da pura manualistica del metallo formale. Ci sono brani irruenti e trascinanti posti all’inizio, un paio di riempitivi gradevoli che movimentano i blocchi più ispirati, una fase centrale di pezzi mefitici e cadenzoni (Wrecked Joe e appunto Fireworks), c’è persino una traccia lunga, la title-track; solitamente, per via del minutaggio verrebbe chiamata o suite o canza progressiva. Nel caso specifico non è nessuna di queste due cose: è solo la traccia lunga, che di solito va messa verso la fine, di sicuro nel lato B.

Ci sono momenti efficaci ancora oggi in Antibody, per quanto l’intero disco potrebbe spesso sembrare una roba alla Ministry di serie B. Parlo per esempio di Pig Blood!, cronaca di un omicidio di massa con tanto di spari e signore sconvolte che chiedono pietà;  Hyperventilator, robusta e frenetica ode al nichilismo di fine secolo; una brillante cover brutalizzata di Being Boiled degli Human League; e quei dieci minuti di Antibody, in cui la band  erge a manciate di putredine, odio e riffacci, una torre melmosa di alienazione. La si potrebbe piazzare come genere, dalle parti dello sludge metal dei Crowbar di Obedience Thru Soffering.

C’è gente in giro che parla con rispetto e partecipazione dei Fetish 69 e di sicuro, Antibody merita un recupero, perché è un inizio favoloso. Il gruppo prometteva grandi cose ma gli dei erano contro: a provarlo ci fu una sfilza di casini e di sfighe. Certo, partivano svantaggiati. Intanto erano austriaci e questo è un deficit piuttosto sottovalutato, ieri come oggi. Antibody poi uscì per la Nuclear Blast e andò bene, al punto di attirare l’attenzione di una grossa etichetta. Purtroppo però il discografico interessato fece perdere le tracce prima di firmare qualsiasi contratto e come dicono dalle mie parti, i Fetish 69 si ritrovarono “col culo rotto e senza cerase”.

La Nuclear Blast non li rivolle indietro. La band non si arrese ma da quel momento passò da una casa discografica all’altra, svanendo dai radar che contano. La loro spericolata tendenza al cambiamento stilistico, persino per gli standard commerciali degli anni 90, non aiutò. Purge e Geek, per chi li ha sentiti, sono ottimi lavori, ma difficili da classificare e incanalare verso un determinato pubblico.