Per me il black metal era la neve e gli alberi spogli nel bosco dietro casa. Camminavo lungo quei vecchi sentieri imbiancati e intanto pensavo a tutti quei disadattati norvegesi e svedesi e fantasticavo di essere uno di loro, senza capirli davvero. Poi un giorno è venuta fuori gente come i Deafheaven e a quel punto è successo qualcosa.
Non a me nello specifico. Sappiate che ho convissuto con il fenomeno black-gaze senza quasi accorgermene, in quasi quattordici anni che è venuto fuori. Io ho dormito tranquillo. Percepivo qualcosa. Per dire, una volta Ruggiero Goloso recensì per Brutal Crush di Mancusi il disco New Bermuda e sotto all’articolo la gente iniziò a dirsene un sacco. Non ci feci troppo caso, tornai alle mie faccende.
In quel periodo ero preso dal revival occult rock avviato da Ghost, Blood Ceremony, Alunah, Devil’s Blood. Inoltre recuperavo un sacco di roba uscita un decennio prima, tra nu metal, djent e metalcore. Deafheaven era solo uno dei tanti nomi che mi si erano parati davanti in quel periodo e che avevo memorizzato senza provare il minimo desiderio di approfondirli. Mi davo molto da fare tra le riviste cartacee del Fuzz, certe webzine metal defunte e in più c’era già Sdangher a tenermi occupato. Per me tra le cose più rilevante di quel periodo, ad allargarsi parecchio oltre la selva di sottogeneri, c’erano i Mastodon, i già citati Ghost e i Kvelertak. Su questi scommisi esageratamente e oggi sembrano essere spariti nel nulla; Mastodon e Ghost, nel bene o nel male, sono ancora in giro.
Ma nel 2013, che ci crediate o no, fu Sunbather dei Deafheaven il disco più sconvolgente e innovativo di tutto il circuito heavy alternativo. Così scrivono i siti americani, tedeschi e italiani a distanza di dieci-dodici anni. Cazzo, perché non me ne sono accorto?
Beh, a pensarci non bisogna sorprendersi. Fate caso alle classifiche di fine anno. Ci fossero due siti che nominino la metà degli stessi gruppi. Tutti sembrano aver vissuto un anno diverso, fatto di capolavori sconvolgenti e di album imprescindibili che però, la redazione di un’altra webzine o di un magazine digitale, a poca distanza, a stento hanno recensito.
Inoltre, da quasi cinquantenne, tendo a vivere la realtà in differita. Per dire, ancora reputo band giovani gli Avenged Sevenfold, i My Bloody Valentine e gli Edguy. Per me i Lamb Of God non hanno mica dimostrato tutto il proprio potenziale e gli Slipknot “si stanno facendo”. No, non nel senso che credete voi…
La verità è che tutti ‘sti tizi sono in giro da oltre vent’anni e se li paragono a Metallica e Slayer e li accosto allo stesso punto di carriera, direi che siano avvizziti prima ancora di esplodere completamente nei colori accesi della maturità.
Non è colpa loro, hanno sofferto la nascita in un sistema discografico che poi è stato sconvolto e non li ha più potuto supportare e trasformare in giganti del genere, come aveva fatto già con altri prima di loro.
E i Deafheaven in tutto questo cosa mi rappresentano?
Non saprei. A sentire chi li ha notati subito ed è rimasto folgorato da Sunbather, vale a dire il 95 per cento della stampa americana, Pitchfork e Rolling Stone in testa, loro stanno agli anni dieci come i Korn alla seconda metà degli anni 90.
Peccato che almeno nel mio raggio d’azione, o se preferite, nella mia cazzo di bolla bubbonica, non se li sia mai filati nessuno di quelli che io conosco e con cui mi rapporto.
Ho ascoltato questo loro “capolavoro” e ho dovuto sudare per riuscire a penetrarlo un po’. Dopo un paio di passaggi ho provato noia, indifferenza, fastidio. La tentazione era di riportarlo oltre i confini della mia esperienza e continuare a fingere che non sia mai esistito, invece no. Da un po’ di tempo ho riflettuto su questa cosa. Devo sforzarmi di scrivere di tutto, non solo dei gruppi che capisco per limiti generazionali.
Sono un cronista del mio tempo e un esploratore. Scrivo di musica per conoscerla e comprenderla. Le parole che metto in fila, proprio ora, sono i colpetti di uno scalpello logico e immaginifico con cui mi faccio largo in un contesto sonoro che potrebbe respingermi per tante ragioni e che però, alla fine del viaggio, mi permetterà di raccontarvi di un posto che non pensavo valesse la pena esplorare e invece…
Intanto ho tradotto tutti i testi di Sunbather e ho scoperto che George Clarke è un paroliere notevole. Il suo urlo stile Ishahn non mi impressiona. Per me il growling e lo screaming, tranne alcune eccezioni, tendono ad appiattire enormemente lo stile di una band. Le urla in quanto tali, sono tutte molto simili se vogliamo parlare di tono e di timbro. Inutile che mi si dica che in quel brano il tizio è stato “disumano”. Sono tutti disumani. Si assomigliano tutti nel loro essere musicalmente disumani.
Una volta scoperto però cosa c’è dietro quelle lamentazioni esasperate di George Clarke, le cose si sono fatte molto più intriganti e il bordello di chitarre, arpeggi, sospensioni atmosferiche, ha acquisito una potenza in grado di raggiungermi meglio.
Ho provato a ricostruire l’esperienza umana che c’è dietro la realizzazione di questo disco, rileggendomi una tonnellata di interviste rilasciate in oltre dieci anni dall’uscita di Sunbather e sono rimasto colpito dalla faccenda dei due compositori principali, Clarke e McCoy, i quali dormivano sul pavimento di una cucina di un appartamento affollatissimo a San Francisco, facevano lavori di merda, si nutrivano di rifiuti, si ubriacavano e facevano di schifezze e componevano quella roba lì.
Sembra la solita storia del sogno americano. Degli artisti alla Martin Eden tengono duro e vivono in condizioni schifose, contro tutto e tutti, fino al raggiungimento del successo sociale grazie alla propria forma di massima autenticità: l’arte. Boom.
Il punto però è se un disco come Sunbather, a dir poco ostico, controverso e davvero “stranetto” si possa considerare un tale best-seller da portare via per sempre dalla miseria quei due. A sentir loro pare proprio di sì. C’è un lieto fine. Smisero di lavorare dal 2013 e fino a ora riescono a campare di musica, cambiando spesso le carte in tavola al proprio pubblico (Infinite Granite è un album quasi completamente alt-pop, senza urla e distorsione) e proprio grazie a Sunbather, tanto amato da critica e pubblico, campano praticamente di rendita.
Dentro quel disco non c’è nulla che abbia sconfinato dalla micro-cultura metallara alla cameretta di vostro figlio, sia chiaro. Non c’è niente che nel tempo sia fuoriuscita dal circuito indie-heavy qualsiasi cosa per approdare ai canali mainstream, anche solo nei video di Tik-tok, per quanto alcuni passaggi acustici di piano-chitarra starebbero benissimo come colonna sonora di compleanni e gattini che si rotolano sul divano.
Però questo aspetto dei soldi conta poco. Mi interessa di più sentir parlare di un album che per tanta gente sotto i trent’anni è da annoverarsi tra i “nuovi classici” del metal. Non pensavo ne uscissero più dal 2005, ma evidentemente è un mio limite credere questo.
Sunbather ha fatto incazzare una marea di blacksters, sapete? Sembra una provocazione sistematica, a partire dalla copertina dai colori rosa e melone, al titolo stesso, così all’opposto dalla grammatica oscura delle foreste nordiche, e soprattutto il contenuto lirico e musicale è un continuo stupro all’ortodossia black metal. Perché la componente black, presente in gran parte del disco, sfocia sovente in cose più leggere, dilatazioni post-ifere e rientranze soft-core con accordi maggiori. Non vi sto a dire parole come post-rock o shoegaze, tanto non ci capiremmo. Sappiate solo che gli hanno dato degli hipster del metal o dei saccheggiatori culturali.
Per esempio c’è un brano, The Pecan Tree, che inizia come un classico e borioso frullatore black metal e si trasforma nei Cranberries che fanno il verso ai Cure che riparano sotto il tendone dei GooGoo Dolls.
In Sunbather c’era tutto ciò che un gruppo black non avrebbe potuto mai fare e sapete cosa, quel tutto era ciò che molti blackster avrebbero voluto fare ma non avevano le palle per farlo. Ecco perché si sono tanto incazzati quando uscì l’album.
A me sembra che i Deafheaven volessero solo realizzare qualcosa di originale e che esprimesse in modo coerente ciò che stavano passando; quel che per loro poteva essere espresso dal blast-beat e dalle urla alla A Blaze In A Northern Sky non riguardava le solite cose misantropiche e da gridare alle indifferenti conifere della Foresta Nera.
Con Sunbather si è visto qual è il vero problema alla base della scarsa creatività del metal: il campo minato delle etichette. Se fai un album e ci metti elementi black ecco che ti arriva tutto un pubblico avvezzo al black metal; se ci aggiungi cose shoegaze, ecco gli shoegazer; e se finisce che qualcuno recensendoti nomina il post-rock di Mogwai o Goodspeed You! Black Emperor, allora arrivano anche i tizi di Rolling Stone e Scott Reynolds, i nerd di Decibel Mag e dai primi agli ultimi pretendono che tu faccia determinate cose, ancora prima di capire cosa tu stia combinando con le tue composizioni. Spianano i fucili e attendono di sentire la batteria se è finta o vera, il suono delle chitarre, le foto promozionali. Sono delle cazzo di tribù. Non gli interessa che una band abbia fatto un vero capolavoro. vogliono solo che nessuno profani col proprio genio profetico i loro vecchi dei.
E anche io sono come loro. Ignoro sistematicamente diversi sotto-generi e mi perdo sicuramente dei capolavori. Perché ce ne possono essere ovunque, anche i quei filoni che reputo ormai estinti, tipo il progressive metal o il death-core. La parola shoegaze mi ha sempre prodotto un principio di panico. Immagino quei brutti esemplari umani dei Sonic Youth che trivellano le chitarre con qualche strano arnese e voglio solo uscire a prendere un tir in pieno. Ed ecco che mi sono perso i Deafheaven.
I Deafheaven in Sunbather passano dai quadri di Edward Hopper ai romanzi di Milan Kundera e tutto quello che George Clarke grida è essenzialmente la sua fottuta vita. C’è una sincerità totale che lui tenta di esprimere facendo leva su un vocabolario creativo il più ampio possibile: dai Satirycon al brit-pop, perché la verità è larga, non puoi inscatolarla.
A un certo punto, mentre ascoltavo e riascoltavo questo album, mia figlia mi ha mandato via whatsapp una foto di lei da piccola. Me ne manda spesso. Nella foto avrà avuto sei anni e sta di fronte al gatto che avevamo allora e che adesso vive con i miei genitori. Nella foto vedo mia figlia bambina, accovacciata sulle ginocchia come fanno i bimbi piccoli; con il nasino sta per toccare il muso del gatto, proteso verso di lei.
È una mattina in cui ci svegliammo con la neve. Quella foto deve averla scattata la mia ex moglie. Io potevo essere lì ma non ricordo. Forse ero già disoccupato e immagino troppo pieno di pensieri per godermi quel momento fissato nella fotografia.
A riguardarla oggi e ascoltando canzoni come Sunbather o Dream House, mi accorgo che quell’immagine è perfetta per il black metal dei Deafheaven perché in quella foto c’è un grande rimpianto. Sono un padre e ogni volta che vedo vecchie immagini delle mie figlie piccole ho l’impressione di aver perso qualcosa per sempre. Anche se sono ancora vive e ormai nell’adolescenza, quelle piccolette non esistono più.
Ricordo il mondo freddo e pieno di problemi che c’era intorno a quella bimba che avvicinava il naso al gatto. Era felice lei, tutta imbacuccata, nella neve inaspettata di quel mattino e ora il mio sguardo, che condivide la prospettiva di chi ha scattato la foto, mi fa sentire come di un fantasma dal futuro.
Mi manca. Mi manca tutto quello. E la cosa che più mi fa soffrire è la consapevolezza improvvisa che mi sta mancando qualcosa che non ho neanche vissuto davvero. Anche ora sto facendo lo stesso errore, sprecando momenti, vivendo nel passato di quadri così perfetti di mia figlia, che ora arrossisce se le faccio un complimento e che non posso godermi perché sono risucchiato dalle mie maledette angosce. E in quelle parole che le dico sul suo vitino, io non ho la leggerezza che vorrei. Nella mia bocca c’è un buio che non riesco inondare di sole.
Sunbather è un concentrato di ansie di realizzazione, solitudine e morte. I Deafheaven erano ragazzini quando lo realizzarono e morivano di fame, si sentivano dei pezzenti, si drogavano e cercavano di pensare solo alla musica, ma nei testi e nelle melodie di quei brani esplode ogni volta che lo si fa suonare, la frustrazione, la paura di una vita che non è quella che uno vorrebbe.
A vent’anni ci si può già sentire falliti e da buttar via. George Clarke lo capì nel 2012, mentre spiava una ragazza che prendeva il sole in una villetta a schiera di un quartiere lussuoso. Il brano che dà il titolo all’album dipinge quell’attimo di rivelazione e disperazione. Il protagonista piange tutte le sue lacrime “in un oceano di luce”, sotto il sole infuocato che la ragazza sta prendendo, coperta di crema abbronzante, con i piedini che si godono il solletico del prato ben rasato sotto la sua sedia sdraio.
Non sa lei che oltre il muro di cinta, sulla strada, c’è un reietto che la spia. Non ha pensieri omicidi o di lussuria: è solo invidioso e disgustato da se stesso. Vorrebbe stare al posto di lei, pur sapendo che quel mondo di sogni, è solo un altro sogno e quella realtà rassicurante, confortevole e protetta, sporge pericolosamente su un dirupo d’inferno.

