LA BANALITÀ DI SATANA

La recente intervista televisiva a Mario Maccione ex “Bestia di Satana” ha risvegliato in me i ricordi di quei giorni di cronaca nera italiana. Gennaio 1998, Fabio Tollis e Chiara Marino vengono uccisi in un bosco a pugnalate da Andrea Volpe e Nicola Sapone, Tollis riceve anche colpi di martello in faccia, una mazzetta da muratore, inferti proprio da Maccione. Perlomeno questo ha accertato la verità processuale. Sapone lo finì con una coltellata alla gola dopo avergli infilato un riccio di castagno in bocca per soffocarne le urla.

Non sono le uniche due morti attribuite alle Bestie. Ve n’è un’altra sicura, il suicidio indotto di Andrea Bontade, schiantatosi in macchina contro un muro, ma il computo ipotizza un totale di 18 potenziali decessi legati al gruppo.

Maccione, minorenne all’epoca dei fatti, ha scontato la sua pena carceraria, 14 anni effettivi, e oggi è libero, anche di fare interviste televisive e podcast, raccontando quei giorni e quanto il Mario di oggi, lucido, pacato, remissivo, riflessivo, sia distante e diverso dal Mario di allora, quello con l’inferno dentro.

La faccenda delle Bestie di Satana ha toccato e riguardato tanti di noi, “noi” che ascoltavamo heavy metal, perché quello era stato il collante. I ragazzi del gruppo erano entrati in contatto tra loro mediante la passione per la musica metal. Elemento con cui i Media andarono a nozze, la prova empirica di quanto la cosiddetta “musica del diavolo” fosse realmente tale, uno strumento del demonio per compiere il male e dannare le anime.

Maccione racconta un percorso che davvero è stato comune a tanti, in parte è stato anche il mio. L’incontro fortuito con il metal, nel suo caso un pezzo passato in radio, nel mio l’ascolto di Two Minutes To Midnight in una discoteca a Banbury, 40 chilometri a nord di Oxford, a 14 anni.

E la cosa paradossale è che la canzone sentita da Maccione che diede iniziò a un domino che poi avrebbe portato a un duplice omicidio fu Enter Sandman dei Metallica, musica che qualcuno farebbe persino fatica a catalogare appieno in ambito metal.

Scoperto il genere, Maccione ne diventa bulimico, ne vuole ancora e ancora, compra CD, cerca altri metallari come lui, merce rara nella provincia milanese dei primi anni ’90. Conosce ragazzi più grandi e tramite loro viene in contatto con droga e alcol. Sviluppa di suo una passione per lo spiritismo. Anche qui, la scintilla dice essere stata il cinema horror e la letteratura di Lovecraft, Poe e poi Allan Kardec e le sue guide sullo spiritismo. L’horror, Cthulhu, la Rue Morgue, riferimenti che il 90% degli ascoltatori di metal ben conosce e ha quasi certamente frequentato con soddisfazione.

Il gruppo di “amici” ruota inizialmente attorno all’interesse comune verso il metal, poi come in una ineluttabile concatenazione di eventi il metal porta Satana, Satana porta la vita vissuta al limite. E il limite della vita non può che essere la morte. Dapprima quella altrui, mediante omicidio, poi la propria, annichilita dal male compiuto.

E quindi carcere, privazione della libertà e stigma sociale fino alla fine dei giorni.

Maccione oggi ci tiene a precisare che Satana non ha mai avuto alcun ruolo in tutto ciò che è accaduto. Le droghe sì, il disagio personale ed esistenziale pure, una mascolinità tossica che si contendeva le donne del gruppo anche, ma Satana no. Era un feticcio, agitato come una carota davanti agli asini per farli correre a rotta di collo.

Nemmeno il metal c’entrava granché in fin dei conti, è stata solo la scintilla che ha fatto conoscere queste singole individualità, trasformandole in uno sgangherato collettivo che tuttavia nel suo disordine e nella sua disconnessione dalla realtà ha compiuto atti di una crudeltà indicibile, efferata, disumana, degna di quei mostri spesso disegnati e riprodotti sulle copertine e nei testi di tanto death e black metal, o nelle pagine delle cosmogonie nere di Lovecraft.

La band di Maccione si chiamava Ferocity, perché per stare al mondo e fronteggiare la società occorreva ferocia; quella di Tollis si chiamava Infliction, l’atto di infliggere dolore, pena.

Un orizzonte inesorabile, chiuso, profetico. Ricordo nitidamente il padre di Fabio Tollis, c’erano i suoi appelli sulle riviste metal che leggevo, la sua ricerca della verità, il suo amore per il figlio perso in circostanze così strazianti.

Ricordo anche qualche passaggio televisivo. Poteva essere il padre di un mio amico, poteva essere qualcosa che accadeva molto vicino a me. Al contempo era qualcosa di sideralmente distante. Ascoltavo metal, è vero, magari vestivo anche come Fabio e come Mario, ma finiva lì. Non vivevo coltivando quel sentimento di odio verso tutto e tutti, di isolamento, di alienazione, di persecuzione costante che Maccione ha raccontato con tanta nitidezza.

Da adolescenti siamo tutti soli contro il mondo, ribelli ed arrabbiati, ma c’è la fisiologia e c’è la patologia. Poi ci sono gli incontri sbagliati. E ci sono le droghe e l’alcol, trampolini verso l’abisso, carburante verso l’autodistruzione. Io sono astemio, lo sono sempre stato, e non ho mai assunto droghe, non ho mai neanche fumato sigarette perché i miei genitori erano due ciminiere, la nicotina non mancava mai in casa; mia madre l’ho persa per un tumore ai polmoni, mio padre aveva vene e arterie pesantemente segnate dal fumo. L’ultima cosa che avevo voglia di fare era ereditare quella percentuale di morte.

Maccione parla anche di un insanabile anticristianesimo che lo accompagnava fin da bambino, a causa di suore e preti che a scuola lo avevano maltrattato e la cui autorità mal digeriva. Anticristianesimo che non sfociava nel satanismo, lui non si proclamava tale. Satana c’era perché era agli antipodi di Cristo, un mezzo non il fine.

Maccione voleva torturare il clero e azzerare le chiese. Da qualche parte quell’odio e quella violenza dovevano sfogare. Non è il metal che ha ucciso Tollis e Marino, e nemmeno Satana. Sono state la droga e le relazioni profondamente tossiche tra i membri del gruppo.

Maschi alfa col cervello chimicamente devastato, contesti sociali mai di prim’ordine e un malessere mai preso minimamente in considerazione da un punto di vista clinico.

Ascoltare i Deicide o il black metal inner circle non ti porta automaticamente a sgozzare preti e incendiare chiese. Questo non toglie che i Deicide e le band dell’inner circle abbiano scritto i testi più stupidi del pianeta. Dopo aver visto Arancia Meccanica uscirete di casa e andrete a picchiare anziani ai giardinetti? Dopo aver guardato un Caravaggio vi recherete in una bisca clandestina per accoltellare giocatori d’azzardo? Dopo aver ascoltato Wagner invaderete la Polonia?

Personalmente ho sempre avuto un rapporto complicato con l’estetica, la narrazione, il mondo valoriale (o presunto tale) dell’universo heavy metal. Nei decenni l’asticella si è alzata, la qualità intellettuale dei musicisti metal è sensibilmente migliorata. Se negli anni ’80 erano mosche bianche quelle band che riuscivano a trattare temi e scrivere testi che andassero oltre la quinta Elementare, le mutandine delle ragazze, i coltelli a serramanico, la birra, le corna e gli zoccoli caprini, progressivamente il livello è salito di qualche tacca.

Lo zoccolo duro di neanderthaliani rimane, una vita fatta di risse, classifiche inguinali, deltoidi, diti medi perennemente alzati, sesso, droga, Jack Daniel’s, Harley-Davidson, rock ‘n’ roll e satanasso; ma accanto al nulla cosmico e concettuale si è affiancato molto altro.

Il mio metal aveva la profondità dei testi degli XentriX di Questions, Pure Thought, Shadow Of A Doubt, degli Anthrax di Who Cares Wins, degli Acid Reign di Creative Restraint, dei Suicidal Tendencies di How Will I Laugh Tomorrow, dei Sacred Reich di Whose To Blame e The American Way, dei Cyclone Temple di Why, dei Testament di Greenhouse Effect, l’afflato storiografico degli Iron Maiden, i racconti fantascientifici di Arjen Lucassen e dei suoi Ayreon, la profonda umanità ed empatia dei Savatage, le distopie dei Queensryche, le grandi architetture sonore dei Fates Warning, le scienze applicate dei D.B.C. di Universe, degli Obliveon di From This Day Forward, dei Cynic e dei Voivod, la riflessione sociale e politica senza sconti degli Skyclad di Think Back and Lie of England, Land Of The Rising Slum, Inequality Street, o dei Living Colour di Cult Of Personality e Glamour Boys.

Ho sempre fatto fatica a ridurre il metal unicamente allo zolfo adolescenziale dei Venom, ai sospensori dei Manowar, al cattivismo cinico degli Slayer, agli squartamenti provocatori e autocompiaciuti dei Cannibal Corpse, alla fallocrazia dei Pantera, alla misantropia da classifica del depressive black metal, alle tette di Lita Ford, dei Motley Crue e di tutto il Sunset Boulevard.

Sul lato oscuro della luna del metal danzavano decine di band che musicalmente mi sono sempre piaciute, non faccio alcuna fatica ad ammetterlo, ma nella consapevolezza che il loro immaginario e i loro messaggi avrebbero faticato a un esame di terza Media. Questo non inficia in alcun modo il valore della loro musica, ma allo stesso tempo mi dava la misura della loro reale statura, non li ergevo a modelli, non erano miei esempi di vita, non pavimentavano la strada di ciò che avrei voluto essere, fare, dire e diventare. Perdere quel confine avrebbe significato scollegarmi dalla realtà, il primo passo verso qualcosa che sarebbe potuto andare a finire male, anche molto male, perlomeno in potenza.

Rispetto al 1998 oggi l’approccio al metal è cambiato, sia da parte di chi lo suona, sia da parte di chi lo ascolta e lo giudica senza né suonarlo né ascoltarlo. Sacche di stupidità rimangono, disimpegno e superficialità anche, ma tutto sommato non si tratta più di un fenomeno così ghettizzato, relegato ai margini e stigmatizzato.

Il metal non fa più paura, è entrato nei supermercati, nella programmazione televisiva, nei prodotti di intrattenimento, è moda glamour, è persino roba da boomer. Oggi il vero metal sono l’hip hop e la trap, e forse stanno già finendo pure quelli, normalizzati sul palco dei vari Sanremo e incarnati da principini milionari tatuati, ribelli senza causa, drogati e viziati ma socialmente inseriti.

Oggi partire dal metal e arrivare ad accoltellare un coetaneo nei boschi di Somma Lombardo è una sceneggiatura che farebbe fatica a passare anche in una riunione editoriale di Netflix. Troppo banale, troppo anacronistico, troppo inverosimile. E Maccione gira di microfono in microfono a raccontare la sua storia, che è quella di tanti, senza il finale sanguinario, ma con molte categorie di sottoinsiemi che incrociano vite altrui e fanno provare un certo brivido di identificazione, o perlomeno comprensione del fenomeno, che non è giustificazione ma è contezza di esserci stati, di aver vissuto quegli anni e quell’ambiente, di aver sfiorato magari chissà quante volte a un concerto, a un pub, in un negozio di dischi, un altro ragazzo col chiodo, la maglietta nera con le croci e i capelli lunghi che quella sera stessa, dopo aver messo in corpo notevoli quantità di droga e alcol, sarebbe andato ad ammazzare uno come lui, colpevole unicamente di averlo conosciuto, di essersi fatto trovare nel posto sbagliato al momento sbagliato, mentre il Tristo Mietitore passava a raccogliere le anime che si erano perse in cerca di quel Satana che non c’era mai stato.

Nel 1963 Hannah Arendt scriveva La Banalità del Male: Eichmann a Gerusalemme, un diario sulle sedute del processo al tenente colonnello Adolf Eichmann attraverso il quale emergeva la riflessione su come il male non fosse un’entità astratta, immanente ed indecifrabile, con la M maiuscola, che si era apocalitticamente abbattuta sul destino dell’umanità, e segnatamente del popolo ebraico; bensì una comune, prosaica, “normale” opzione possibile tra quelle a disposizione degli uomini.

Eichmann aveva semplicemente ceduto a una indole, nella completa inconsapevolezza di cosa significassero fino in fondo le proprie azioni, in quanto estremamente naturali, alla portata, praticabili e quindi concepibili. Le Bestie di Satana, senza alcun bisogno di un Male superiore, di Satana, si sono avventurate in atti possibili, attuabili, in linea con la loro indole, con ciò che perlomeno alcuni di loro erano in quel momento, mettendo in fila azione dopo azione, fino alla morte di altri esseri umani. Spaventoso e banale.