Phantasm – La morte, la famiglia e il consumo

La cosa affascinante è che siamo l’unica specie che sa che moriremo, eppure passiamo la vita a non credere e a ignorare questa verità  – Don Coscarelli.

Ho visto Phantasm di Don Coscarelli un centinaio di volte; principalmente tra l’adolescenza e la prima maturità. Riguardandolo dopo molto tempo mi sono posto delle domande. Una è stata questa: come mai un filmetto che oggi mi appare quasi patetico nella sua fragilissima struttura narrativa, è stato così ossessionante per me durante la crescita e anche per milioni di spettatori nel corso degli anni?

Ho visionato la versione restaurata dalla Bad Robot di J.J. Abrams (papà di Lost e grande fan del film di Coscarelli). Hanno fatto un gran lavoro ma e credo sia anche per questo se ho notato incongruenze che fino a qualche tempo fa non mi erano saltate all’occhio.

Una è nella scena in apertura, quella in cui una donna (la cosiddetta Lady in Lavender, interpretata da Kat Lester) e un uomo (il povero Tommy) se la spassano dietro una tomba. C’è un raccordo sbagliato tra le scene e la posizione di lei su di lui. Senza entrare nei particolari, c’è semplicemente un errore nel montaggio e dopo quarant’anni me ne sono accorto.

Phantasm, per stessa ammissione di Coscarelli, è stato scritto solo dopo averlo girato, in sala di montaggio. Non è difficile crederlo. Prima la sceneggiatura era vaga e in gran parte impossibile da girare. Dopo le riprese il regista si è trovato un sacco di materiale che ha scremato e assemblato, delineando il racconto definitivo che conosciamo.

Evidentemente per scandire bene il crescendo nella prima scena, una delle più emblematiche nel genere eros-thanatos, Don aveva bisogno di intervallare la sequenza cosiddetta “dello smorzacandela”, con i primi piani di entrambi gli amanti a un’altra che si frapponesse a quelle del coltello e dell’affondo. Non disponendo di altro da usare, ha riciclato la stessa inquadratura in apertura (petting) e ha avuto ragione sia per il crescendo da antologia e visto che non credo siano in molti a essersi accorti di questo passaggio a vuoto.

Un’altra scena incongrua ma bellissima è quella in cui Tall Man da solo raccoglie da terra la bara e la infila nel carro funebre. Non so se l’avete presente. Beh, si vede bene, attraverso il punto di vista del giovane protagonista, che lo sta spiando nascosto ai piedi di una siepe con un binocolo in mano, che mentre il gigante fa quel che fa, mostrando una forza sovrumana, sta piovendo. Peccato che in tutte le scene a seguire il meteo sia molto diverso. E non basta dirsi, ha smesso: è proprio tutta un’altra luce.

Non dico questo perché voglio sbugiardare un film che amo, ma per puntualizzare che, nonostante abbia visto e rivisto Phantasm davvero tantissime volte, forse non l’ho mai veduto per davvero. C’è una fase in cui vediamo e rivediamo un film o ascoltiamo e riascoltiamo un disco o leggiamo e rileggiamo un libro, in cui ne siamo così invaghiti e ossessionati che vi sprofondiamo dentro, perdendone i contorni.

Ho notato queste due incongruenze solo dopo molti anni. La prima perché ormai sulle faccende di sesso sono abbastanza smaliziato rispetto a quando ero quattordicenne.

La seconda cosa della pioggia l’ho notata perché la Bad Robot ha talmente pulito l’immagine che ora la vedo, mentre sulla VHS doppiata negli anni 90, quella che ho visto e rivisto fino a consumarla, la patina generale era talmente sfocata che la pioggia non si vedeva.

Phantasm come intreccio è una specie di brutto sogno e di conseguenza, è pieno di falle e momenti senza capo né coda.
Ma è un brutto sogno che non si dimentica, di quelli prodotti dopo una cena a base di carne di maiale alla brace e zuppa inglese per dolce.
È un film considerato ormai un classico e già nei primi anni 90, quando lo scoprii, era giudicato bene dalla critica e la sua fama tra il pubblico stava crescendo parecchio sia in America che in Europa.

C’è una cosa che secondo me lo rende speciale rispetto ai numerosi film horror usciti al cinema negli anni 70. Se prendete Non aprite quella porta o Halloween, entrambi presentano dei giovani protagonisti. Di loro sappiamo abbastanza per compatirli quando finiscono tra le grinfie dei mostri: hanno tutti dei problemi in famiglia.

Per esempio, i fratelli Sally e Franklin Hardesty, in Texas Chainsaw vivono un rapporto condizionato dall’handicap di lui. Immaginiamo quindi che il ragazzo lamentoso sulla sedia a rotelle sia viziato dai genitori e che la povera sorella, costretta a portarselo dietro in vacanza con gli amici, provi dei sentimenti ambivalenti nei suoi confronti. Tobe Hooper e Kim Henkel avrebbero potuto approfondire, ma per quale ragione? Non c’era bisogno, stavano facendo un horror, mica un film alla Cassavetes.

Anche Laurie Strode, che studia e fa la babysitter, ha un vissuto famigliare molto travagliato, legato per giunta allo psicopatico Michael Meyers, anche se lei è ignara di questo, Ma pure lì, John Carpenter e Debra Hill non si dilungano in flashback o scene intime di lei da bambina. Ci dobbiamo far bastare lo sguardo malinconico di Jamie Lee quando torna a casa da scuola, il suo modo di camminare lento e sognante, le sue braccia chiuse sui libri, che stringe al petto come fossero un orsacchiotto.

Nel caso di Phantams invece tutta la prima parte del film è incentrata, non tanto sulle strane cose che avvengono a Morningside, ma sul lutto recente che hanno subito i due fratelli protagonisti e su quanto questo stia cambiando il loro rapporto. Il protagonista, Michael, è un ragazzino sveglio ma molto attaccato al fratello maggiore. Sa che lui vuole andar via e lasciarlo con gli zii e questo lo tormenta. Gironzola per la città sulle tracce del fratellone, lo pedina, lo spia e seguendo lui, finisce per scoprire le cose strane che avvengono a Morningside e di conseguenza nella sonnacchiosa cittadina di cui non si fa il nome ma che, esattamente come quella di Messiah Of Evil, sta subendo una “sostituzione” senza accorgersene.

Da ragazzino mi identificavo profondamente con la paura di essere abbandonato che possiede Mike, anche se non avevo subito alcun lutto nella mia vita. Ho trascorso buona parte della mia prima infanzia a temere che i miei mi mollassero da qualche parte e scappassero via. Poi ho iniziato a fantasticare, in adolescenza, che morissero in un incidente stradale lasciandomi solo con la casa, i soldi e una sorella disagiata da gestire.

Oggi trovo che questa insistenza sull’aspetto umano dei protagonisti in Phantasm, sia in anticipo sui tempi e credo spieghi il motivo principale per cui il film mi sia così entrato nel cuore. I momenti in cui le immagini sono commentate dalla voce off di Jody, che si confida a un amico, sanno di vero e lasciano qualcosa dentro che solitamente non siamo abituati ad aspettarci di raccogliere lungo un horror.

IL MERCATO ALIENO DELLA MORTE

Al centro di Fantasmi c’è il rapporto della società americana con la morte, che è molto particolare. Il fatto che quando uno muore, arrivano questi tizi dall’aspetto sinistro, che portano via il cadavere e iniziano a farci delle strane operazioni che noi non possiamo vedere. Poi, ti restituiscono questo corpo, in qualche maniera diverso da come te lo ricordavi, e solo allora può avere inizio il grande show funebre. Insomma, non è come in altre culture dove i parenti del defunto si prendono cura del cadavere, lo lavano e lo seppelliscono. La cosa più spaventosa di questa nostra tradizione è proprio quello che i becchini fanno sul cadavere, che tu non puoi vedere. Mi sembrava un ottimo spunto per un film horror – Don Coscarell

Tall Man mi faceva paura?

Non saprei.

Probabilmente sì, ma ad angosciarmi credo sia sempre stato qualcosa di più sottile e generalizzato. Era l’intera zona chiamata Morningside, che ho scoperto, ormai dopo molti anni, noi italiani non sapessimo cosa diavolo fosse di preciso. L’ho capito rileggendo una vecchia sintesi del critico Domenico Cammarota su Storia del Cinema dell’orrore 3 uscito per Fanucci nei primi anni 90.

Da lì ho compreso che nemmeno a me e ai miei coetanei era chiaro come funzionassero le cose con i morti, negli Stati Uniti. E come funzionano ancora. Il sistema di morte americano di Jessica Mitford era già uscito per Rizzoli nel 1963 e Il caro estinto è un romanzo e poi un film di successo anche in Italia ma non al punto di chiarire a tutti che le cose funerarie, in America sono sempre state molto diverse rispetto al nostro paese. Abbiamo dovuto attendere Six Feet Under per comprendere fino in fondo cosa ne facessero dei morti gli americani.

Adesso pure qui esistono le Funeral Home, ma negli anni 80 e 90 non ce n’erano ancora. Credo e la cosa davvero interessante riguardo il primo Phantasm, è che per il pubblico italiano, tutta la parte realistica del film, risultasse forse altrettanto straniante delle nefandezze compiute da Tall Man sulle salme.

Cammarota a un certo punto del suo riassunto scriveva che dei misteriosi esperimenti sui corpi “vengono avviati in una villa abbandonata, dove esiste una porta che dà su un’altra dimensione”. Beh, no. Quella bella villona bianca che si vede in diverse immagini di raccordo durante il film, sia di giorno che di notte, è una Funeral Home.

Non si tratta di una casa vuota e occupata dal mostro, è un posto di riferimento in cui l’agenzia preposta si occupa di tutto, offrendo ogni genere di servizio al paese circostante: dalla messa funebre all’imbalsamazione dei propri cari, fino alla cremazione e alla sepoltura nel terreno privato appartenente alla stessa agenzia gestita dal misterioso uomo alto.

In una scena che mi ha sempre inquietato molto, Mike si aggira con la moto tra le tombe del cimitero di Morningside. Sta vagando incazzato perché il fratello non gli ha permesso di partecipare al funerale del loro caro amico Tommy. A un certo punto il motore si inceppa e Mike resta bloccato lì tra le tombe. Prova nervosamente a far ripartire la moto ma non succede niente. Mentre è fermo e demoralizzato, si accorge che ci sono strani movimenti intorno a lui. Qualcosa si aggira tra le tombe. Poco dopo riesce a riavviare il motore e andarsene. Beh, quel momento mi ha sempre suggestionato molto senza capire bene la ragione.

Non credo sia immaginabile in Italia scorrazzare dentro un camposanto con un motorino, ma poterlo vedere nel film e tentare di immaginarmi al posto del personaggio, mi ha fatto pensare a una forma di rivalsa sulla morte. Sei giovane, in sella al tuo destriero d’acciaio che ti solleva da terra, voli in mezzo ai cadaveri, troppo svelto per essere acciuffato da un braccio che sbuchi dalla terra. Hai quel potere irresistibile e indecente che descrive Elias Canetti in Massa e potere (nel capitolo dedicato alla figura del “sopravvissuto”), ma ecco che il motore si inceppa e tutto il tuo gran scorrazzare in testa ai morti non c’è più. Sei fermo come uno stronzo e attendi, trasalendo a ogni rumore.

Qualcosa o qualcuno ti guarda e attende. Mike inizia a guardarsi in giro, in cerca di qualcosa.

Non so voi ma io da ragazzo avevo questa sensazione di essere guardato. A volte mi piaceva e mi illudevo che fossero occhi affettuosi, magnanimi e innamorati. Altre volte, quando mi comportavo in modo goffo e incerto, a quegli occhi si aggiungevano due labbra che si schiudevano su denti neri e marci.

La morte ama tanto la vita e si perde a contemplarla quando è nel momento più pieno, non trovate? Poi via via, a mano a mano che ci avviciniamo al giorno del nostro incontro con essa, perde interesse e ci trascura.

IL MAUSOLEO

Il cimitero è collegato alla villa, al cui interno, oltre la sala delle bare in esposizione, il magazzino e la cappella, deve trovarsi anche il cosiddetto mausoleo: vale a dire un cimitero al coperto fatto di lunghi corridoi in marmo e pareti intere composte da fornetti, cellette funebri decorate con piccole sculture ispirate ai motivi dell’antica Grecia.

In quella parte della villa, a turno tutti i personaggi si aggirano in cerca di non si sa bene cosa. Il primo è Jody, il fratello maggiore di Mike. Sta per iniziare il funerale e lui entra nella struttura per fare presenza, ma prima vaga in cerca dei suoi genitori, scomparsi assieme poco tempo prima in modo non specificato. Soffre molto a trovarsi in un posto del genere. A differenza del fratello Mike, che sovente gironzola per Morningrise, lui cerca di stare alla larga da quel posto, (salvo poi andarcisi a infrattare con la stessa donna che ha ucciso il suo migliore amico).

Deve tenere dentro di sé il dolore che prova e mostrarsi forte per il fratellino, così fragile e bisognoso di lui, dato che è solo un ragazzo. A un certo punto una gigantesca mano si posa sulla sua spalla tirandolo via dai propri pensieri. “Il funerale sta per cominciare, signore!” dice l’imponente becchino guardandolo storto. Jody si allontana e balbetta un ringraziamento. Quell’energumeno l’ha spaventato, ma Jody può rallegrarsi, è il solo in tutta la storia a cavarsela così a buon mercato lungo quei corridoi.

Nel mausoleo capita di imbattersi infatti in pericoli ben più letali.

LE ALTE SFERE

Lo spunto di partenza per il film, a parte la riflessione su “le strane cose che i tizi delle agenzie funebri fanno ai nostri morti” è un sogno che Don fece da ragazzo. C’erano delle palle fluttuanti che lo inseguono lungo un corridoio. Da lì ha immaginato la scena che poi è diventata rappresentativa dell’intero franchise di Phantasm. Ho trovato interessante scoprire come sia riuscito a creare le sfere volanti, dato il budget molto basso, e a girare la scena più famosa del film. Beh, è una cosa che ha coinvolto ingegneri in pensione morti prematuramente ed ex giocatori professionisti di baseball.

Coscarelli ha sempre ammesso il profondo debito con Suspiria di Dario Argento. Quel film è responsabile di molte sequenze oniriche e trame claudicanti nel cinema horror indie americano della seconda metà degli anni 70. Argento però non ha ammesso il debito con Antonioni, ma questa è un’altra storia.

Domenico Cammarota vede la riduzione a nani dei cadaveri da parte del Tall Man “come una metafora del livellamento unanime che l’iper produttività impone alla classe operaia, ormai ridotta a una massa amorfa e supina senza caratteristiche di autonomia e riconoscibilità”.

Poi aggiunge che “il sangue dei lavoratori-zombies nel film cambia colore, dal rosso al giallo, e il sangue giallo, nelle sue valenze di liquido cremoso, a metà strada fra la vernice e il frullato di vitamine, è un altro segno dell’avvenuta mercificazione totale”.

Intrepretazione suggestiva che aggiunge Phantasm a una schiera di film dei morti viventi (Zombi, Morti e sepolti, Messiah Of Evil) intesi come critica al sistema capitalistico. Sulla questione del sangue giallo però, credo sia più che altro un ulteriore indizio della totale difficoltà di Cammarota nel comprendere fino in fondo il retroscena culturale a cui Coscarelli fa riferimento e che trasfigura in un incubo sublimante. Il sangue di Tall Man, quando Michael gli taglia un dito è giallo come lo è il siero che i tizi delle pompe funebri in America iniettano nei corpi dei cari estinti per garantirne il mantenimento durante la funzione a cassa aperta. Quindi trovo che sia più che altro un ironico rimando a quello, senza pensare al capitalismo necrotizzante del sistema circolatorio.

Tall Man, dopo aver dato alle famiglie americane quello che normalmente si aspettano, ovvero un funerale decoroso e privo di grinze mortifere, prende i corpi e invece di cremarli o seppellirli, li trasforma in nanetti ubbidienti che poi spedisce nell’altra dimensione da cui proviene. In un certo senso mi ha ricordato il Čičikov de Le anime morte di Gogol, ma in versione horror e oggi, senza voler fare ironie forzate, credo che questa prospettiva di smaltimento e riciclo, piacerebbe molto agli addetti all’urbanistica dei comuni nostrani, costretti a inventarsi soluzioni sempre più ardite per ampliare i cimiteri.

Si è detto del personaggio interpretato dal gigantesco Angus Scrimm, diventato icona minore del cinema horror, che la vera differenza con molti altri “uomini neri” splatter come Freddy Krueger e Pinhead, è che non fa mai battute, non si dilunga in monologhi nichilisti o mefistofelici e non ha tempo da perdere.

Per Tall Man, Mike, Jody, Reggie e tutti gli altri ficcanaso che si avventurano tra i corridoi di Morningrise, sono soltanto delle seccature che vorrebbe liquidare il prima possibile. Non ha nulla da spiegare o da vendere ai vivi, a parte ciò che già, nel mondo vero, loro sono disposti a comprare da lui, vale a dire il mercimonio spudorato intorno ai cadaveri dei propri cari.

Tall Man, al di là del suo aspetto da fiaba stile Papà Gambalunga, pensa solo al proprio lavoro e basta, come un imprenditore efficiente.

SOUNDTRACK PER UN INCUBO

Prima di chiudere vorrei soffermarmi sulla colonna sonora, se non vi spiace.

Uno degli ingredienti necessari a far funzionare un horror è ovviamente quella. Difficilmente vi ricorderete un horror senza avere nella testa anche il suo tema.

I più celebri film di Argento, così come La casa delle finestre che ridono di Avati o Zeder, devono in gran parte alla musica il loro potere di spavento. Il discorso vale anche per Phantasm.

Per realizzare quella che negli anni è diventata un classico delle soundtrack horror, Coscarelli ha suggerito ai due compositori, Fred Myrow e Malcolm Seagrave di ispirarsi ai Goblin (Suspiria) e a Mike Oldfield (L’esorcista). In effetti è palese quanto la costruzione del tema principale sia un mistone tra Tubural Bells e il capolavoro prog-stregonesco della band romana, con una ritmica però più semplice e incalzante, in stile Halloween Theme di Carpenter.

Don l’ha sempre ammesso: la cosa che più lo ha aiutato delle musiche composte per il suo film, è quanto rendessero sulle scene d’azione. In effetti i personaggi corrono, vagano, inseguono e sono inseguiti con l’incalzo decisivo delle musiche di Myrow e Seagrave, ma non c’è solo quello nel tessuto sonoro di Phantasm. La combinazione di accordi suonati, sovrapponendo organo e cori, sotto il motivo fluttuante e spettrale della tastiera, ha qualcosa di fatale e di triste assieme. C’è malinconia e ineluttabilità nelle musiche di Phantasm. Fuggire alla morte è impossibile. Perdere i propri cari è una merda. Essere abbandonati è anche quello uno schifo.

Nonostante la soundtrack di Phantasm sia derivativa, è così potente ed efficace da restare in piedi nei decenni, trasformandosi in tante altre cose nei contesti musicali più disparati, dal death metal all’hip-hop, un sacco di artisti l’hanno riutilizzata. Non mi sorprendo che il film horror preferito di Snoop Dogg sia proprio l’esordio cinematografico di Coscarelli.