Hanns Eisler – la dissonanza utopica che ispirò i Voivod?

Ho sempre pensato che la musica sia uno specchio del tempo ma anche un’anticipazione possibile di ciò che avverrà. Talvolta con voli pindarici di fantasia, ucronie e accostamenti arditi, mi diletto a cercare collegamenti spazio temporali “impossibili”, per quanto assai probabili. In questa folle disamina metteremo a confronto Hanns Eisler e i Voivod?

Perché? Che ci azzecca? Scopriamolo. Hanns Eisler nacque nel 1898 a Lipsia, figlio di un filosofo marxista e di un’ebrea viennese: già dalle origini la sua vita fu intrecciata a idee, conflitti e identità multiple.

Cresciuto a Vienna, si formò come compositore alla scuola di Arnold Schönberg, assorbendo le avanguardie musicali, ma ben presto rivolgendole a scopi politici e sociali. Non gli interessava l’arte per l’arte: la musica, per lui, doveva servire le masse e nutrire la coscienza critica.

Negli anni ’20 si avvicinò al Partito Comunista e strinse un sodalizio artistico con Bertolt Brecht, per cui musicò ballate, cori e canzoni di lotta che diventarono simboli del teatro epico. Con Brecht realizzò opere di taglio satirico e sperimentale, in cui la musica rompeva le convenzioni borghesi per aprire spazi di riflessione politica.

Con l’ascesa del nazismo fu costretto all’esilio: prima a Parigi, poi a New York, e infine a Hollywood, dove lavorò come compositore di colonne sonore. La sua esperienza americana fu tormentata: da un lato il successo, con una candidatura all’Oscar, dall’altro la persecuzione durante il maccartismo, che lo bollò come “il musicista di Marx”.

Espulso dagli Stati Uniti nel 1948, tornò in una Germania divisa, scegliendo la parte socialista di Berlino Est. Lì divenne il compositore ufficiale della neonata Repubblica Democratica Tedesca, autore dell’inno nazionale e figura centrale nella costruzione di una cultura socialista. Ma anche in patria il rapporto con il potere non fu semplice: accusato di “formalismo”, si trovò ancora una volta tra il fuoco della politica e la fedeltà alla propria arte.

Eisler morì nel 1962, stanco ma ancora combattivo, lasciando un’eredità di canzoni, musiche teatrali e opere sinfoniche che raccontano la lotta di un uomo fra utopia, esilio e fedeltà. La sua vicenda è quella di un artista che non separò mai la musica dalla storia, e che fece della melodia un’arma di resistenza.

Una figura atipica, scomoda, che non appartenne mai veramente a nessuno, se non a sé stesso. Di Schönberg, Eisler assorbe la lezione della dodecafonia e dell’atonalismo, ma la piega a un’esigenza comunicativa e politica. Nelle sue opere da esule, come il Quartetto d’archi Op. 75 o il quintetto Fourteen Ways of Describing Rain, la serialità viene contaminata da fraseggi tonali e da un senso di chiarezza formale.

Nei Lieder politici scritti con Brecht, invece, emerge una scrittura frammentata: finali aperti, armonie sospese, melodie spezzate, che impediscono ogni consolazione. L’obiettivo è sempre lo stesso: scuotere l’ascoltatore e impedire che la musica diventi mero intrattenimento. Anche negli anni della DDR, pur cercando una forma “popolare”, Eisler non semplifica mai del tutto.

Le sue canzoni restano irregolari, dialettiche, attraversate da tensioni tra accessibilità e dissonanza. Molti anni dopo i Voivod si muovono negli anni ’80, dentro la temperie della Guerra Fredda e costruiscono un linguaggio musicale che rompe gli schemi del thrash tradizionale.

I riff di Piggy sono atonali, basati su accordi sghembi, tritoni e intervalli irregolari; le strutture compositive prediligono tempi dispari, sezioni improvvisamente interrotte, soluzioni formali prive di chiusura. La loro musica è dissonante e spiazzante, ma non del tutto inaccessibile: mantiene un nucleo riconoscibile, come se l’ascoltatore fosse sempre sospeso tra familiarità e estraneità.

Sul piano lirico, i Voivod raccontano mondi apocalittici, distopie tecnologiche, guerre nucleari e futuri alieni: temi che denunciano l’alienazione moderna e la caduta delle utopie. In questo senso, la loro estetica non è intrattenimento, ma riflessione critica. Emerge come Hanns Eisler, nei suoi momenti più sperimentali e politici, non solo condivide con i Voivod temi, forme e strategie estetiche, ma può essere considerato un vero e proprio precursore (non nel senso di imitazione, ma di anticipazione strutturale) della musica dei canadesi.

Alcune conquiste formali e concettuali che la band renderà esplicite nel thrash/prog metal sono già presenti, in germe, nel lavoro di Eisler durante l’esilio americano e nella DDR. Entrambi usano la dissonanza come strumento di critica: Eisler nelle sue miniature atonali e nei Lieder brechtiani, i Voivod nei riff sghembi e nei cluster chitarristici. In entrambi i casi, la dissonanza non è un semplice ornamento, ma il cuore stesso del linguaggio.

Entrambi, inoltre, evitano la chiusura formale: Eisler con finali aperti e melodie interrotte, Voivod con cambi di tempo improvvisi e sezioni che si spezzano senza compiersi. La struttura stessa diventa veicolo di instabilità, rifiuto della conciliazione. Altro punto essenziale è il rapporto tra testo e musica. Nei “Lieder”, Eisler accosta parole politiche e dure a un linguaggio sonoro disturbante, creando uno straniamento che costringe all’ascolto critico.

I Voivod fanno lo stesso: testi apparentemente fantascientifici sono accompagnati da sonorità che non si prestano mai a un ascolto lineare, ma anzi destabilizzano. In entrambi i casi, la forma sonora amplifica il contenuto critico. Infine, c’è un’affinità profonda nel modo in cui entrambi trattano l’avanguardia: Eisler integra la serialità in un linguaggio ancora accessibile, Voivod inseriscono la dissonanza e la complessità prog nel contesto del metal. È la stessa logica: spingersi oltre, senza recidere il legame con l’ascoltatore.

Non c’è una continuità diretta, ovviamente, ma una convergenza di metodo e di risultato. Eisler mostra come sia possibile integrare l’avanguardia nella forma popolare senza annullarne la carica critica: questo stesso gesto è alla base della musica dei Voivod. Le due entità si trovano ai poli opposti della storia del Novecento: l’uno figlio dell’esilio antifascista e del socialismo reale, gli altri creature della postmodernità tecnologica e apocalittica. Eppure entrambi scrivono musica di resistenza. Eisler rappresenta l’utopia ancora possibile, i Voivod la distopia del suo fallimento. In questo senso, la dissonanza in senso archetipo non è mai semplice rumore, ma diventa un’etica del suono: la promessa, fragile ma resistente, che un altro ascolto e un altro mondo siano ancora possibili oltre a quelli consueti e rassicuranti